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Presidenza danese della Ue: la green economy per uscire dalla crisi

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la Danimarca per sei mesi alla presidenza dell'Europa annuncia un programma economico basato sullo sviluppo sostenibile e Green economy

Una Europa più responsabile, dinamica, verde e sicura. Queste le priorità fissate dalla Danimarca per i suoi sei medi di Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Lo stato membro non usa l’euro ma nonostante ciò dovrà affrontare comunque la crisi economica in atto. Nasce dalla consideraszione dell’attuale momento storico la necessità di avere, secondo il paese della Sirenetta, una Europa più responsabile che punti piuttosto alla crescita da affrontare attraverso le armi della Green economy.

La presidenza danese invoca, per uscire dalla crisi, lo sviluppo dei potenziali non espressi offerti dal mercato unico per una crescita più verde e più sostenibile. L’intenzione è di passare all’offensiva di una crescita senza disperdere ulteriormente energia e risorse naturali. Questo è considerato il primo dei dieci obiettivi fissati dal Bureau européen de l’environnement (BEE) per il semestre danese.

Raggiungerlo sarà complesso ma fattibile secondo i danesi a patto che vi sia uno sforzo comune a tutti gli Stati e che consiste nell’adozione di misure che migliorino il rendimento energetico e di un uso più razionale delle risorse naturali. La BBE, dal canto suo insiste su due obiettivi necessari alla crescita verde: la messa in atto di una riforma fiscale ambientale e la soppressione di sussidi dannosi per l’ambiente.

La politica ambientale proposta dalla presidenza danese, dunque, si basa sul 7mo Programma di azione comunitaria per l’ambiente e sulla politica energetica da qui al 2050. Rispetto a quest’ultimo punto gli obiettivi sono stati fissati proprio alla fine di dicembre scorso a tocca alla presidenza danese avviarli:

migliorare l’efficienza energetica e fare un più largo uso di energie rinnovabili.

In materia di efficienza energetica la BEE spera che il governo semestrale danese possa ottenere dal Consiglio una posizione comune per giungere a quel 20% di efficacia energetica del pacchetto 20-20-20.

In agenda per la Danimarca anche la questione OGM su cui insiste la BEE è necessario vi sia:

Una valutazione rigorosa, completa, coerente e vincolante per gli OGM prima che sia rilasciata qualunque autorizzazione.

Infine, sul tavolo di lavoro anche la questione biocarburanti. BEE e Presidenza danese concordano sulla necessità di un calcolo del Casi, cambio di destinazione dei suoli e dunque toccherà ai ministri dell’Ambiente dei rispettivi Stati membri durante il Consiglio di giugno dibattere in merito per trovare un accordo soprattutto in virtù della Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici Rio20+ e per la ridefinizione dei mercati e contenimento delle emissioni di C02.

Via | Actu-Environnement
Foto |Flickr

Presidenza danese della Ue: la green economy per uscire dalla crisi

Ue, trasporto aereo: le aziende pagheranno per le emissioni di CO2

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Voli soggetti all'acquisto dei certificati di emissione

La Corte di Giustizia Europea ha stabilito ieri che rientrano nel Sistema di Scambio delle Emissioni europeo ETS anche le compagnie aeree del trasporto commerciale (le trovate qui); incluse quelle di Paesi extraeuropei che usano gli aeroporti dell’Unione per le partenze e gli arrivi dei loro veivoli. Sostanzialmente viene rispettato il principio cardine per cui: chi più inquina più paga.

Scrive il WWF:

La decisione presa oggi dalla più alta corte dell’UE conferma che l’innovativa legge europea per ridurre le emissioni dei voli internazionali è perfettamente compatibile con il diritto internazionale, non infrange la sovranità di altre nazioni e si distingue dagli oneri e tasse già soggetti alle limitazioni da parte di altri trattati” ha detto la coalizione internazionale di 6 gruppi ambientalisti composta dal WWF insieme a tre organizzazioni statunitensi (Center for Biological Diversity, Earthjustice, e Environmental Defense Fund) e gruppi europei (Aviation Environment Federation, Transport & Environment, e WWF-UK), che hanno preso parte al processo come parte a sostegno della difesa.

Ma perché si è arrivati alla sentenza della Corte di Giustizia Europea? Facciamo un passo indietro fino al 2003 quando nel sistema di scambio di quote di emissione non rientravano le compagnie aeree, incluse poi dalla Direttiva 2008/101 che impone dal 1° gennaio 2012 l’acquisto e la vendita delle Quote anche per le compagnie di Paesi terzi che transitano in partenza o arrivo in aeroporti europei.

La Direttiva è stata impugnata nel Regno Unito da diverse compagnie aeree statunitensi e canadesi perché come riporta AvioNews:

La direttiva violerebbe, da un lato, la convenzione di Chicago, il protocollo di Kyoto e l’accordo cosiddetto ‘Open skies’ –in particolare a motivo del fatto che essa imporrebbe una forma di imposta sui consumi di carburante– e, dall’altro, alcuni principi di diritto internazionale consuetudinario– per il fatto che essa tenderebbe ad applicare il sistema di quote di emissioni al di là della sfera di competenza territoriale dell’Unione.

Ebbene, secondo la Corte di Giustizia europea interrogata in merito dalla High Court of Justice of England and Wales del Regno Unito appunto tutti devono pagare per le emissioni di CO2. Detto ciò, le Compagnie aeree hanno obiettato che a fronte di maggiori oneri saranno costrette a sostenere un aumento del costo del servizio. In merito la Corte fa sapere:

Il costo concreto imposto all’operatore dipende, trattandosi di una misura fondata sul mercato, non già in modo diretto dal numero di quote che debbono essere restituite, bensì dal numero di quote inizialmente assegnate a tale operatore nonché dal prezzo delle stesse sul mercato qualora si renda necessaria l’acquisizione di quote supplementari per coprire le emissioni. Inoltre, è persino possibile che un operatore di aeromobili, pur avendo detenuto o consumato del carburante, non subisca alcun onere pecuniario derivante dalla sua partecipazione al suddetto sistema, o addirittura che egli realizzi un utile cedendo a titolo oneroso le proprie quote eccedentarie.

Via | AvioNews, Comunicato stampa WWF
Foto | Flickr

Ue, trasporto aereo: le aziende pagheranno per le emissioni di CO2

Adieu nucleare: il 62% dei francesi lo abbandonerebbe gradualmente

6 francesi su 10 uscirebbero gradualemente dal nucleare

Dopo l’addio al programma nucleare di Germania e Svizzera, potrebbe arrivare anche l’Adieu dei francesi. Lo svela un sondaggio dell’Ifop pubblicato sul Le Journal du Dimanche per cui il 62%, sei su dieci, abbandonerebbe gradualmente il nucleare nel giro di 25 o 30 anni.

I dati non terminano qui: il 15 % vorrebbe uscire immediatamente dal nucleare mentre il 22% è diciamo meno emotivo, e proseguirebbe con la vita delle centrali. Il 55% non avverte pericolo per le centrali nucleari francesi contro il 45% che si dice preoccupato. Insomma emotivi a metà.

Per ora il governo francese ha solo richiesto gli stress test sulle centrali e non ha accennato minimamente ad alcuna possibile uscita dal programma nucleare.

Via | Le Monde
Foto | Flickr

Adieu nucleare: il 62% dei francesi lo abbandonerebbe gradualmente

Sigeim Energia Srl (10-Impianto-fotovoltaico-Sigeim.jpg)

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Con il 2% del Pil mondiale il clima è salvo

La bella notizia è che si può fare. La brutta è che non hanno intenzione di farlo. Secondo l’Unep, il programma Onu per l’ambiente, basterebbe investire il 2% del Pil mondiale per trasformare l’economia e renderla ecocompatibile salvando il clima. Si tratta, in soldi, di 1.300 miliardi di dollari l’anno. Che sembrano molti, ma non lo sono perché avrebbero un effetto positivo sull’economia mondiale.

Considerato che, sempre secondo i calcoli Unep (rapporto “Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication“), oggi il mondo spende l’1% in sussidi a settori industriali ed energetici con un alto impatto sul riscaldamento globale (ad esempio i sussidi ai combustibili fossili) già si vede come metà della spesa verrebbe parificata. Il grosso, cioè l’1,25% del Pil mondiale, andrebbe speso in risparmio energetico e fonti rinnovabili.

L’obiettivo tecnico è quello di ridurre i consumi di energia del 9% nel 2020 (del 40% nel 2050). Altri settori importanti sono, oltre all’energia, quello agricolo e quello della pesca.

Via | Clima e finanza, Unep
Foto | Flickr

Con il 2% del Pil mondiale il clima è salvo

Fare soldi riciclando i rifiuti

Fare soldi riciclando i rifiutiVolete trasformare i rifiuti in una risorsa, anche economica? Avete una azienda che opera nel settore e vi serve un supporto per il vostro business? Vi serve una consulenza sulla gestione integrata dei rifiuti? E’ il momento di tornare sui banchi e studiare un po’, perché grazie al cielo il mondo è cambiato e, adesso, gestire l’immondizia e inserirsi nella filiera a valle della raccolta differenziata può fruttare e anche molto. Ma bisogna sapere come muoversi.

Per questo motivo la Cna e la Camera di Commercio di Bologna hanno messo in piedi il progetto Riciclanbo. Si tratta di una serie di incontri durante i quali verranno illustrati dei casi studio di successo nel settore del riciclo dei materiali di rifiuto. Il primo appuntamento è per il 19 gennaio, l’ultimo sarà ad aprile. Questo il calendario:

19 gennaio 2011: presentazione dei casi di successo nel green business della valorizzazione rifiuti
27 gennaio 2011: presentazione della piattaforma Costruzioni (rete laboratori alta tecnologia Emilia Romagna)
2 febbraio 2011: Ecoprogettazione e valorizzazione dei prodotti green con etichettatura ambientale
16 e 23 febbraio 2011: Tecnologie per il riciclo dei rifiuti (plastica e gomma; legno e scarti organici) e la produzione di ecomateriali
30 marzo 2011: Programmi di finanziamento per progetti di valorizzazione rifiuti e ecodesign
aprile (data da definire): evento di chiusura del progetto RiciclanBo

Via | Cna Bologna
Foto | Flickr

Fare soldi riciclando i rifiuti

Settimana europea dei rifiuti: record di adesioni

Settimana europea dei rifiuti: record di adesioniQuest’anno la Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, in calendario dal 20 al 28 novembre, è particolarmente ricca. Circa tremila sono gli appuntamenti sparsi per l’Europa e quasi 600 in Italia.

E, per una volta, l’Italia è sul podio essendo la seconda nazione, dopo la Francia, per appuntamenti. Tenete presente che l’anno scorso le iniziative sono state 400, quindi parliamo di un incremento di quasi il 50%. Segno che la coscienza ambientale degli italiani è particolarmente sensibile negli ultimi tempi al tema dei rifiuti. Sarà forse anche per il ritorno in tv delle emergenze campana e siciliana.

Le attività previste dalla Settimana europea dei rifiuti 2010 sono anche abbastanza variegate e, tra tutte, spicca una serie di FlashMob , in Italia ribattezzati NoTrash Mob, che si terranno in contemporanea in tutto il continente sabato 20 novembre alle ore 11.

Il NoTrash Mob consiste in una riunione di cittadini che si incontrano in pubblico per promuovere la prevenzione dei rifiuti e fare informazione. Useranno cestini e contenitori vari come tamburi per farsi sentire, a mo’ di “Batucada” brasiliana.

In Italia i NoTrash Mob saranno oltre dieci, nessun altro paese europeo ne avrà tanti.

Via | Comunicato Stampa
Foto | Flickr

Settimana europea dei rifiuti: record di adesioni

Baby megattera, una nascita in diretta in Madagascar

Sotto gli occhi stupiti di un gruppo di turisti in vacanza all’isola dei pirati, nel largo di Sainte Marie, in Madagascar è nato un piccolo di megattera . La nascita ha lasciato tutti col fiato sospeso e ha dato testimonianza, l’unica documentata, di una nascita in diretta di un balenottero. A filmare il lieto evento è stata una ricercatrice venezuelana, Maria Faria , biologa esperta nelle specie marine a rischio estinzione che ora ha dato il nome al piccolo di balena, Marie.

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Baby megattera, una nascita in diretta in Madagascar

La pesca industriale mette a rischio alcune specie di pesci nel Mediterraneo

La pesca industriale mette a rischio alcune specie di pesci nel Mediterraneo

I pesci del mar Mediterraneo sono a rischio estinzione? Alcuni sì a sentire gli esperti a cui si è affidata la europa per fare una sorta di monitoraggio della salute del mare nostrum. Secondo Henri Farrugio, che è a capo del comitato scientifico che ha studiato la situazione del Mediterraneo, a correre maggiori rischi sarebbero sogliole, naselli, merluzzi e rane pescatrici. Un po’ meglio va per alici e sardine.

La causa della forte sofferenza degli stock di pesce nel Mediterraneo è, e non da oggi, l’eccessiva pesca che supera il ritmo naturale della riproduzione di questi animali:

Il 91% degli stock esaminati risulta sovrasfruttato o pienamente sfruttato. Anche se è vero che esistono stock diversi nelle differenti aree del Mediterraneo, le specie che siamo riusciti a valutare rappresentano il 10% delle risorse ittiche catturate e quindi sono rappresentative a livello commerciale. Tutti gli indici convergono sulla diagnosi e gli esperti stanno lavorando per avere riferimenti più precisi. Ma tutte le simulazioni mostrano che molte specie hanno una mortalità troppo elevata

Così dichiara Farrugio, confermando ciò che già si sa per altre specie di pesci che hanno già avuto l’onore di finire sulla stampa ecologista, come il tonno rosso, pescato in gran quantità nel Mediterraneo per essere poi venduto a peso d’oro in estremo oriente.

Merluzzi, sogliole & Co, però, fino ad oggi non hanno ricevuto la stessa attenzione dello sfortunato collega di navigazione ma, a quanto affermano oggi gli scienziati, forse si dovrebbe iniziare a pensare anche a loro.

Via | Mediterraneo.it
Foto | Flickr

La pesca industriale mette a rischio alcune specie di pesci nel Mediterraneo