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Nuove specie preistoriche, scoperto l’antenato del coccodrillo

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antenato coccodrillo

Scoperto oggi, ma estinto ormai da secoli l’antenato del coccodrillo. Accade grazie alle moderne e sofisticate analisi e strumentazioni, capaci di esplorare la biodiversità andando indietro di millenni. A scoprire la nuova antica specie un ricercatore della School of Medicine dell’Università del Missouri, Casey Holliday, che espone le sue ricerche in un recente studio apparso sulla rivista PLoS ONE.

Il coccodrillo preistorico scoperto è stato denominato Aegisuchus witmeri, per gli amici Shieldcroc per via dello spesso scudo che ha sulla testa, una sorta di casco. Questa specie di coccodrillo viveva nell’Era Mesozoica, 95 milioni di anni fa, quando la terra era ancora abitata dai dinosauri.

Holliday lo ha identificato studiando un cranio fossilizzato ritrovato in Marocco anni fa e conservato al Royal Ontario Museum di Toronto.

Secondo i ricercatori lo scudo che ha sulla testa, lo vedete nella foto, serviva a molteplici scopi: attrarre altri esemplari, spaventare i rivali, regolare la temperatura corporea. Aveva mascelle sottili e si cibava di pesci, senza fare grossi sforzi o ingaggiare chissà quali lotte.

Questa scoperta non è fine a se stessa e ovviamente non serve a tranquillizzare gli attuali coccodrilli in crisi esistenziale sulle loro origini. Dal momento che i coccodrilli vivono nei delta e negli estuari dei fiumi, aree sottoposte più di altre al forte impatto ambientale delle attività umane, vedi delta del Niger, i ricercatori vogliono capire perché le vecchie specie di coccodrilli si estinsero, per studiare come preservare le specie odierne e creare un habitat più favorevole alla loro sopravvivenza.

Antenato coccodrillo

Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo holliday

Via – Foto | University of Missouri

Nuove specie preistoriche, scoperto l’antenato del coccodrillo

Pesca, in Europa le regole sono troppo rigide? I pescatori vanno in Africa

A causa del sovrasfruttamento della pesca in Europa , l’Unione ha decretato una serie di regole stringenti che dovrebbero salvaguardare le specie in via di estinzione ed evitare che i nostri mari assomiglino sempre più ad un deserto.

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Pesca, in Europa le regole sono troppo rigide? I pescatori vanno in Africa

L’ippopotamo pigmeo, un mammifero leggendario a rischio estinzione

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ippopotamo pigmeo

L’ippopotamo pigmeo rischia l’estinzione, a causa della perdita di habitat e del bracconaggio. Lo rivela l’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Le stime parlano di appena tremila esemplari ancora in vita, sparsi per le foreste della Liberia, della Sierra Leone, della Costa d’Avorio e della Guinea.

Un tipo riservato, l’ippopotamo pigmeo, tanto che fino alla metà del 1800 gli zoologi ritenevano la sua esistenza un mito. Sul suo conto sono sorte diverse leggende. A differenza del suo cugino più grande, l’ippopotamo comune, l’ippopotamo pigmeo non vive in gruppo vicino a fiumi o laghi, preferisce la vita solitaria. Si narra che di notte trovi la sua strada attraverso il bosco tenendo un diamante in bocca. Di giorno lo nasconde. Così, se un cacciatore lo cattura di notte, la leggenda vuole che riesca ad impossessarsi anche del diamante.

L’IUCN è partner di un progetto della SOS-Save Our Species che mira ad identificare le aree in cui vive l’ippopotamo pigmeo, tramite delle telecamere nascoste nelle foreste. In questo modo si avrà una mappa più chiara dei punti sensibili da preservare, di concerto con le popolazioni locali, per garantire l’esistenza della popolazione di ippopotami pigmei.

In Sierra Leone la Njala University e la Zoological Society of London stanno indagando sulla presenza dell’ippopotamo pigmeo su un’area di ben 70.000 km2 per identificare i siti cruciali per la conservazione della specie. Nel dicembre del 2010, ai piedi delle Loma Mountains, nell’area settentrionale della Sierra Leone, è stata identificata una popolazione piuttosto nutrita, probabilmente la più folta dell’area al di fuori delle Foreste Gola.

Nel progetto di tutela degli ippopotami sono stati coinvolti diversi ex cacciatori del villaggio locale, fornendo loro un reddito alternativo alla caccia. Un primo passo importante per far sì che l’ippopotamo pigmeo non diventi davvero e solo leggenda.

Ippopotamo pigmeo

ippopotamo pigmeo 1 ippopotamo pigmeo 2 ippopotamo pigmeo 3 ippopotamo pigmeo 4

Via | IUCN
Foto | cliff1066™; ℓαurα suαrez; Fimb; aenigmatēs

L’ippopotamo pigmeo, un mammifero leggendario a rischio estinzione

Algeria, si concretizza il DESERTEC con l’accordo con Sonelgaz

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Sonelgaz

E’ stato firmato pochi giorni fa a Bruxelles un Mou, Memorandum d’intesa, per concretizzare ulteriormente il progetto DESERTEC che prevede l’esportazione di energia solare dall’Africa del Nord e Medio Oriente in Europa. A impianti completati, dall’altra sponda del Mediterraneo giungeranno in Ue 10giga watts di energia. L’accordo è stato raggiunto dalla società statale Sonelgaz società statale in Algeria e già un pioniere nell’ibrido solare/gas nella regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e DII Desertec Industrial Initiative

Ha detto Youcef Youfsi Ministro algerino per l’energia:

Entro il 2030, circa il 40 per cento della produzione di energia elettrica per il consumo nazionale verrà da energia rinnovabile.

Via | AlgerieCity, GreenProphet
Foto | GreenProphet

Algeria, si concretizza il DESERTEC con l’accordo con Sonelgaz

Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia

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donne nepal

In concomitanza con la Conferenza sul Clima di Durban, in corso in Sudafrica, l’UNEP ha pubblicato un rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa.

Il dossier analizza le difficoltà di sostentamento per la popolazione femminile, dedita all’agricoltura, che si ritrova a fronteggiare fenomeni meteorologici sempre più estremi in condizioni di forte disuguaglianza.

Il report Women at the frontline of climate change: gender risks and hopes evidenzia il ruolo cruciale delle donne nella gestione degli ecosistemi agricoli, sottolineando che le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici devono puntare su un maggior coinvolgimento della popolazione femminile. La parità tra i sessi in questi Paesi ed il medesimo accesso alle risorse è infatti fondamentale per gestire in modo sostenibile i lotti agricoli.

Dal 1999 al 2008 le inondazioni hanno interessato un miliardo di persone in Asia e 22 milioni di persone in Africa. In alcune aree dell’Asia e dell’Africa sono le donne a reggere il comparto agricolo. Pertanto hanno risentito maggiormente di frane, alluvioni e periodi di siccità estrema, vedendo compromessa la capacità di sostentamento e le condizioni di salute.

Dal rapporto emerge anche che le donne subiscono maggiori perdite a causa dei disastri naturali, perché in queste aree la popolazione femminile ha meno accesso degli uomini ai mezzi per salvarsi. Inoltre, le calamità naturali isolano spesso le donne ed i bambini, facilitando il traffico umano che aumenta dal 20 al 30% quando è in corso una catastrofe ambientale. In Nepal le stime parlano di un aumento del fenomeno nell’ultimo ventennio: dai 3 mila-5 mila individui rapiti ogni anno e destinati alla prostituzione minorile o al lavoro nero negli anni Novanta, agli attuali 12 mila-20 mila.

Via | UNEP
Foto | Flickr

Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia

Centrali a carbone, la top venti delle banche big killers

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centrale a carbone

Le banche inglesi che hanno finanziato in misura maggiore l’industria del carbone sono la Barclays, la Royal Bank of Scotland e l’HSBC, nonostante vantino una certa attenzione alla sostenibilità ambientale. Lo rivela una ricerca condotta da un gruppo di ONG, tra cui la tedesca Urgewald, la rete internazionale BankTrack e la Earthlife Africa Johannesburg.

Negli States in cima alla lista nera ci sono la JP Morgan Chase, Citigroup e Bank of America, che dal 2005 ad oggi hanno elargito ai fossili almeno 42 miliardi di euro. La BNP Paribas e l’Unicredit/ HVB “rappresentano” l’Italia in questa top 20.

Gli istituti di credito più espansivi con l’industria del carbone sono stati immediatamente rinominati dalle ONG big killers. Heffa Schücking della Urgewald ha spiegato infatti che se le banche continuano a finanziare le centrali a carbone, a nulla varranno gli sforzi internazionali per ridurre le emissioni ed arginare il riscaldamento globale. Dopo il salto la lista completa delle banche additate come big killers dalle ONG.

  1. JP Morgan Chase
  2. Citigroup
  3. Bank of America
  4. Morgan Stanley
  5. Barclays
  6. Deutsche Bank
  7. Royal Bank of Scotland
  8. BNP Paribas
  9. Credit Suisse
  10. UBS
  11. Goldman Sachs
  12. Bank of China
  13. Industrial and Commercial Bank of China
  14. Crédit Agricole / Calyon
  15. UniCredit / HVB
  16. China Construction Bank
  17. Mitsubishi UFJ Financial Group
  18. Société Générale
  19. Wells Fargo
  20. HSBC

Via | Guardian
Foto | Flickr

Centrali a carbone, la top venti delle banche big killers

Conferenza sul clima di Durban: si discute di Kyoto o di economia?

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la prima giornata della conferenza di durban

Si è aperta oggi a Durban in Sud Africa la Conferenza Internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sul clima. I lavori si concluderanno il prossimo 9 dicembre, la vera giornata in cui emergeranno documenti, accordi e intese semmai ce ne saranno. Vi prendono parte 200 Paesi rappresentati da oltre 3000 delegati (a cui vanno aggiunti interpreti, segretari, stampa ecc. ecc) che hanno preso un botto di aerei per essere li: di videoconferenze per ora non se ne parla. Si spera saranno adottati sistemi di compensazione delle emissioni.

Detto ciò i delegati, tra cui anche il nostro ministro Clini, discuteranno del se, come e quanto prolungare il Protocollo di Kyoto che scadrà così com’è nel 2012. Non solo: ma anche di quanti soldi, lo chiamano Fondo verde, si possono riservare ai Paesi in via di sviluppo per far si che riducano le loro emissioni. Sostanzialmente un sistema per evitare che crescano troppo, emettendo tanta CO2, per vendergli un po’ delle nostre tecnologie green che qui non acquista nessuno e per tenere l’economia che gira poco ma ancora gira dentro i cosidetti Paesi industrializzati.

Lo scenario è complesso e molto: Canada, Russia e Giappone non sono interessati a prolungare Kyoto fino al 2015 perché Stati Uniti e Cina non hanno di fatto un impegno a ridurre le loro emissioni. Capricci di bambini? macché! Miliardi di dollari in gioco, materie prime e approvvigionamenti energetici.

Ridurre le emissioni secondo la maggior parte degli industriali di Stati Uniti e Cina e anche per quelli italiani, vuol dire , per come stanno messe le industrie ora, abbassare le quote di produzione. Già già, perché nessuno, ma proprio nessuno in tempi di crisi come quelli attuali pensa che sia possibile smettere di produrre, iniziare a riconvertire le aziende (senza ammortizzatori statali, giammai!), riprendere la produzione in versione sostenibile. La green economy è nella testa e nelle tasche di pochi: il resto delle potenti lobby industriali quasi quasi invoca i cambiamenti climatici come opzione di business e calcio alla crisi economica.

Per l’Italia è presente il neo ministro Corrado Clini che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni anti Kyoto e sopratutto anti quell’accordo europeo 20-20-20 che ai nostri industriali non piace, o meglio dicono loro: non serve. Capite ora perché speravano i nostri cummenda nelle centrali nucleari? Per avere energia disponibile con emissioni zero per accontentare le richieste dell’Europa. Ma una centrale nucleare è vero che non emette CO2, ma è anche “leggermente” pericolosa e sappiamo perché.

A domare i leoni la neo eletta presidente della conferenza Maite Nkoana-Mashabane Ministro per le relazioni internazionali e la cooperazione del governo del Sud Africa che ha dichiarato:

A Durban, abbiamo bisogno di mostrare al mondo che siamo pronti ad affrontare e risolvere i nostri problemi in modo pratico.

In tutto ciò sarebbe necessario discutere dei cambiamenti climatici.

Foto | UN su Flickr

Conferenza sul clima di Durban: si discute di Kyoto o di economia?

Africa, alberi per fertilizzare campi di mais

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alberi per fertilizzare il mais

Fertilizzare il terreno con gli alberi. Accade in Malawi, Tanzania, Mozambico, Zambia e Zimbabwe che grazie al World Agroforestry Centre di Nairobi stanno sperimentando gli effetti benefici degli alberi in campo agricolo (qui la pubblicazione sui test condotti). Gli arbusti, in genere specie autoctone come le acacie, piantate in mezzo ai campi, con le loro radici ben fissate al suolo, contengono l’erosione e regolano l’assorbimento dell’acqua, contribuendo a una naturale fertilizzazione.

Scrive Oluyede Ajayi uno dei relatori dello studio:

Il meccanismo attraverso il quale gli alberi fertilizzano il terreno è noto. Gli alberi fissano l’azoto dell’atmosfera e lo trasferiscono ai terreni attraverso le radici e le foglie, rendendo questi ultimi più fertili. Nel contempo catturano tutta l’acqua disponibile, mettendola a disposizione dei raccolti, e concentrano i minerali presenti. Il risultato è un incremento notevole della resa, ottenuta da persone che spesso non possono permettersi di comprare fertilizzanti chimici o non ne hanno a disposizione.

Ne scrive Il fatto alimentare che spiega:

Lanciata nel primi anni Novanta in 12 fattorie pilota dello Zambia, l’idea di sfruttare le caratteristiche naturali degli alberi oggi coinvolge oltre 400.000 piccoli coltivatori dei cinque paesi delle regione, 145.000 dei quali solo in Malawi.

A beneficiarne assieme all’ambiente anche le tasche degli agricoltori che vedono aumentare la disponibilità di cibo tra i 57-114 giorni in più. Per ora l’esperimento riguarda le colture di mais. I ricercatori stanno lavorando per trovare alberi che aiutino le colture di cacao e caffè.

Foto | World Agroforestry Centre Archives su Flickr

Africa, alberi per fertilizzare campi di mais

Africa, alberi per ferilizzare campi di mais

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alberi per fertilizzare il mais

Fertilizzare il terreno con gli alberi. Accade in Malawi, Tanzania, Mozambico, Zambia e Zimbabwe che grazie al World Agroforestry Centre di Nairobi stanno sperimentando gli effetti benefici degli alberi in campo agricolo (qui la pubblicazione sui test condotti). Gli arbusti, in genere specie autoctone come le acacie, piantate in mezzo ai campi, con le loro radici ben fissate al suolo, contengono l’erosione e regolano l’assorbimento dell’acqua, contribuendo a una naturale fertilizzazione.

Scrive Oluyede Ajayi uno dei relatori dello studio:

Il meccanismo attraverso il quale gli alberi fertilizzano il terreno è noto. Gli alberi fissano l’azoto dell’atmosfera e lo trasferiscono ai terreni attraverso le radici e le foglie, rendendo questi ultimi più fertili. Nel contempo catturano tutta l’acqua disponibile, mettendola a disposizione dei raccolti, e concentrano i minerali presenti. Il risultato è un incremento notevole della resa, ottenuta da persone che spesso non possono permettersi di comprare fertilizzanti chimici o non ne hanno a disposizione.

Ne scrive Il fatto alimentare che spiega:

Lanciata nel primi anni Novanta in 12 fattorie pilota dello Zambia, l’idea di sfruttare le caratteristiche naturali degli alberi oggi coinvolge oltre 400.000 piccoli coltivatori dei cinque paesi delle regione, 145.000 dei quali solo in Malawi.

A beneficiarne assieme all’ambiente anche le tasche degli agricoltori che vedono aumentare la disponibilità di cibo tra i 57-114 giorni in più. Per ora l’esperimento riguarda le colture di mais. I ricercatori stanno lavorando per trovare alberi che aiutino le colture di cacao e caffè.

Foto | World Agroforestry Centre Archives su Flickr

Africa, alberi per ferilizzare campi di mais

Polvere di corno di rinoceronte cura contro il cancro, così muoiono gli ultimi esemplari

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rinoceronti

La polvere di corno di rinoceronte è ritenuta una cura contro il cancro, senza peraltro alcuna valida prova che ne attesti l’efficacia. Non se ne trova traccia né nella scienza medica né nella medicina tradizionale cinese.

A causa di questa falsa credenza è morto probabilmente l’ultimo rinoceronte di Giava in Vietnam. Un’ipotesi più che plausibile dal momento che l’animale è stato ritrovato privo del corno, segato via dal resto del corpo dopo che il bracconiere aveva sparato sul rinoceronte, colpendolo alla gamba.

Ma come si è radicata la convinzione che la polvere di corno di rinoceronte possa curare il cancro? Secondo la Traffic, una ONG che monitora il traffico di fauna selvatica, tutto ebbe inizio cinque o sei anni fa in Vietnam, quando si diffuse la voce che un ex politico fosse guarito da un tumore grazie al corno in polvere.

Da allora dal Vietnam la domanda è cresciuta a ritmi vertiginosi, portando la specie all’estinzione nel Paese. Sterminati i suoi rinoceronti, il Vietnam continua ad assorbire una larga fetta del mercato illegale di corno di rinoceronte, quotato 60 mila dollari al chilo, più dell’oro. Quest’anno in Sudafrica sono stati già uccisi ben 341 esemplari.

Il corno di rinoceronte viene pagato così tanto che addirittura in Gran Bretagna dei ladri hanno violato un museo per rubarlo da una teca. I rangers stessi li uccidono e gli animali vengono cacciati persino con gli elicotteri. C’è chi sospetta che la domanda crescente provenga dalla Cina, dai collezionisti di avorio che, vista la rarità sempre maggiore dei rinoceronti, acquistano i corni per poi aspettare di rivenderli, facendo grossi affari.

Per gli ambientalisti non è più sufficiente creare delle riserve. La domanda dei consumatori è troppo pressante e troppo ben quotata per fare qualcosa in Paesi poverissimi, dove con un kg di avorio venduto a 60 mila dollari si riescono a mantenere villaggi interi.

Via | Guardian
Foto | Flickr

Polvere di corno di rinoceronte cura contro il cancro, così muoiono gli ultimi esemplari