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"Per 100.000 euro il Governo rischia di tagliare le ali ai Colibrì" – L’intervista a Stefano Rimoli, presidente del Centro Colibrì di…

Come anticipato pochi giorni fa, pubblichiamo un’intervista rilasciata ad Ecoblog dal Dott. Stefano Rimoli, Presidente del Centro Colibrì di Trieste. Il Centro, baluardo per la tutela della biodiversità, in questi giorni rischia la chiusura. Definitiva. E non è tutto: esiste anche il fondato pericolo che i delicatissimi volatili finiscano (ammesso che riescano ad arrivarci) a languire in qualche zoo.

Prof. Rimoli, il Centro specialistico di Miramare è l’unico al mondo in cui sia stata possibile la riproduzione in cattività dei colibrì . Ci spiega perché è così importante questo progetto?

Nonostante tutte le specie di colibrì siano protette dalla Convenzione di Washington, solo una di esse è considerata ad “alto rischio” a causa, però, di un mancato aggiornamento degli allegati della CITES. Il Ministero dell’Ambiente colombiano, infatti, ha indicato che ben 19 specie di colibrì sono in imminente pericolo di estinzione nella sola Colombia. L’estinzione anche di una sola specie comporterebbe un inarrestabile processo di desertificazione in quanto molti alberi del sud America possono essere impollinati solo dai colibrì. Non siamo l’unico centro al mondo che li ha riprodotti, alcuni zoo sono riusciti ad avere delle rare e fortunate riproduzioni, ma non sono mai riusciti a mantenere una popolazione stabile e non hanno mai avviato un progetto scientifico tale da conoscere questo animale. Il nostro progetto è importante perché oltre a cercare di mantenere una popolazione stabile di “colibrì europei” è in grado di salvare, proteggere, riprodurre e reintrodurre i colibrì nel loro ambiente naturale grazie al protocollo scientifico di allevamento perfezionato nel Centro triestino.

Un successo enorme, insomma, eppure non riconosciuto dalle istituzioni italiane che, recentemente, hanno anche sollevato dubbi circa l’effettiva competenza, in merito, del Ministero dell’Ambiente…

Il Nostro centro opera su mandato del Governo Italiano! Chi dice il contrario dice il falso. Nella pagina approfondimenti del sito ho pubblicato le lettere originali firmate dall’allora Ministro Matteoli e dell’Ambasciatore d’Italia che fa le veci del Presidente del Consiglio. Persino il Pdl (di cui fa parte lo stesso Ministro Prestigiacomo) oggi pubblica un interrogazione parlamentare a difesa del Centro

Da quanto tempo non arrivano finanziamenti pubblici al Centro?

Sembra incredibile, ma noi non abbiamo mai ricevuto la paga. Nemmeno nel 2005 quando avviammo il progetto su mandato scritto del Ministro dell’Ambiente. I 127.120 euro del progetto Perù non ci sono mai arrivati. La somma di 40.000 euro data nel 2008 e ripetuta nel 2009 era insufficiente a garantire i consumi di corrente elettrica, riscaldamento, reagenti di laboratorio (per la realizzazione del nettare artificiale per l’alimentazione dei colibrì), analisi (ogni colibrì ha una sua cartella clinica) e personale (oltre 10 ricercatori 9 ore al giorno 5 giorni e ½ su 7). Per far sopravvivere il Centro basterebbero 100.000 euro all’anno (meno del costo dell’orto botanico della provincia di Trieste), ma quest’anno non sono arrivati nemmeno i 40.000 euro. Sopravviviamo grazie alle donazioni. Ma per andare avanti abbiamo venduto tutto ciò che avevamo. Dalle istituzioni locali (che in passato ci aiutavano) ora non arriva nulla.

Che aria si respira all’interno del centro: Fiducia o rassegnazione?

Tristezza. Tristezza per essere riusciti la dove nessuno è mai riuscito prima d’ora, per aver servito il Governo Italiano con fiducia, rigore e diplomazia come dei soldati (non avendo mai lanciato accuse nonostante la situazione disperata in cui operiamo) ed ora per essere abbandonati perché non riescono a trovare 100.000 euro all’anno. e nemmeno uno sponsor privato da ottobre ad oggi.

Avete delle informazioni sulle opinioni dei governi peruviano e/o colombiano circa la situazione in cui versa il centro?

Direttamente un Governo straniero non può commentare l’operato interno dello Stato Italiano. Tuttavia ci sono dei segnali importanti che fanno capire l’interesse di molti stati esteri nei confronti del nostro centro. Ad esempio la Presidenza della Repubblica dell’Ecuador scrive al Quirinale dicendo che fra non molto verranno in Italia appositamente per visitare insieme al Presidente Napolitano e a Sua moglie il Centro di Trieste (il monito è chiaro anche se nascosto dietro parole diplomatiche). Anche la signora Napolitano in una nota ufficiale della Presidenza della Repubblica Italiana scrive “apprezzamento per l’impegno ambientalista e di tutela della biodiversità mostrato dal Centro”.

Cosa la spaventa di più, al momento?

Che il Ministro decida di spostare i colibrì (forse, come dice qualche nostro informatore a cui comunque io mi rifiuto di credere, per fare un bel regalo a qualche zoo visto che questi ultimi colibrì fanno gola a molti). Noi cercheremo di resistere ma speriamo che dall’opinione pubblica e dai giornalisti arrivi chiaro il messaggio che questi colibrì devono rimanere a Trieste. In caso contrario si rischia di tagliare per sempre le loro ali

Foto | Flickr

“Per 100.000 euro il Governo rischia di tagliare le ali ai Colibrì” – L’intervista a Stefano Rimoli, presidente del Centro Colibrì di Miramare

In America FDA lancia una campagna antifumo choc

La campagna choc antifumo della FDA La FDA, ha deciso di contrastare in maniera molto dura la dipendenza da tabacco. Troppi morti (sono 443mila ogni anno), troppe spese sanitarie che ricadono ora sullo Stato.

Dunque ecco che appronta una campagna choc fatta di immagini raccapriccianti. Andranno a decorare, se così si può dire, i pacchetti di sigarette, che diverranno così dei veri e propri killer silenziosi. Il 9 giugno 2011 la FDA comunicherà le foto scelte dopo che saranno state votate da 18mila americani.

Ora la considerazione è questa: riuscirà davvero una campagna del genere a dissuadere gli americani dal fumare sigarette?

Le 36 foto della campagna antifumo choc
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Via | HHS
Foto | FDA

In America FDA lancia una campagna antifumo choc

L’ora solare fa risparmiare energia, e denaro

Sabato notte si torna all’ ora solare , alle 3.00 di notte dovremo spostare le lancette di un’ora indietro. L’ora solare, conosciuta anche come ora civile convenzionale o come daylight saving time (orario di risparmio della luce diurna), è adottata da molti Paesi durante la stagione invernale per sfruttare al meglio la luce del sole e risparmiare sul consumo di elettricità . Tutto ha avuto inizio in America nel 1784 quando Benjamin Franklin pubblicò su un quotidiano francese una sua idea per risparmiare energia

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L’ora solare fa risparmiare energia, e denaro

Cambiamento climatico: dal 2030 la Terra inizierà a soffrire la febbre e la sete

Da anni si parla del cambiamento climatico . Alcuni perseverano nella via del negazionismo , altri confidano nelle infinite capacità tecnologiche umane, i più fatalisti si sforzano di non pensarci troppo e godersi a maggior ragione il presente, domani si vedrà, e c’è ancora qualche ottimista che ha fiducia nella resilienza dell’ecosistema planetario. A lungo gli stessi scienziati non si sono trovati d’accordo

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Cambiamento climatico: dal 2030 la Terra inizierà a soffrire la febbre e la sete

Vivere sostenibile? Lavorare meno pagando meglio le risorse

Lo studioso al Forum di Cuneo

Lavorare e consumare di meno ma pagare di più per l’uso delle risorse naturali e guadagnare stipendi più bassi. Dopo il primo giorno di lavori all’VIII Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della Natura che si sta svolgendo a Cuneo (e trasmesso in diretta streaming) sembra questa la ricetta per vivere tutti in maniera più sostenibile ed essere anche più felici, perché è necessario cambiare il concetto di benessere.
In linea con questa idea è stato l’intervento di Friedrich Hinterberger, fondatore e presidente del Seri di Vienna, il Sustainable Europe Research Institute, che ha lo scopo di analizzare il consumo delle risorse naturali.

Ogni abitante del Nord America ne consuma 90 chili al giorno,un europeo in media 45, un africano 10. E la cosa che crea più ingiustizia sociale è che làddove si estraggono le materie prime spesso non si consumano. Ma il modello occindetale non può essere trasferito ai dieci miliardi di persone che saremo tra pochi decenni: in questo quadro di squilibrio e ingiustizia sociale dobbiamo scegliere se andare verso un modello sostenibile o insostenibile.

Per mantenere un modello di sviluppo sostenibile ogni abitante del mondo dovrebbe però consumare 15 chili al giorno di risorse. Il primo imperativo è quindi consumare di meno. Ma come? Secondo lo studioso è necessario un sistema di etichettamento “verde”: sulle etichette dei prodotti che acquistiamo dovrebbero essere aggiunte le informazioni sulla sostenibilità del prodotto, cioè sull’impronta di carbonio che ogni prodotto lascia.

Non possiamo controllare quello che non possiamo misurare. Abbiamo bisogno di target quantitativi che ci indichino con precisione come usare meno risorse.

Consumare di meno può essere una scelta oppure una necessità, per il maggiore costo delle materie prime e per il guadagno minore di ognuno. Ed ecco allora il secondo imperativo: lavorare tutti di meno.
Secondo lo studioso a livello aziendale bisognerebbe lavorare tutti con un orario part-time e comunque non più di trenta ore a settimana. Scelta che fa guadagnare di meno ma che fa lasciare una minore impronta di carbonio e che fa vivere meglio perché dà una maggiore qualità della vita.

I cambiamenti climatici e l’esaurimento nervoso hanno le stesse cause: lavoriamo troppo e troppo intensamente per produrre sempre di più. Ma questo invece di farci sentire appagati aumenta il nostro livello di stress. Magari ci permette di consumare di più, ma ai consumi non corrisponde un aumento di felicità. Ed ecco che sempre più persone si domandano: come è possibile vivere meglio con meno? Se l’economia non sa rispondere a questi dilemmi, fallisce il proprio obiettivo.

Da qui la necessità di mettere a punto un nuovo concetto di benessere.

Deve prendere in considerazione molti elementi oltre al Pil -spiega lo studioso- ormai inadatto a rilevare le condizioni di vita del mondo occidentale. Alcuni di questi sono oggettivi: infrastrutture, ricchezza, produttività, lavoro. Altri invece sono soggettivi, legati alla percezione del proprio livello di vita da parte dei cittadini.

Amara la considerazione sul prezioso treno “verde” che i Paesi ricchi secondo lo studioso stanno perdendo.

In un momento come questo avremmo potuto fare molto di più per l’ambiente, perché la rimessa in moto dell’economia per uscire dalla crisi era ed è una grande opportunità per una conversione “verde”. Invece nella maggior parte dei nostri Paesi i governi non hanno colto questa opportunità: nei pacchetti di intervento a parte qualche piccola eccezione la chiamata a “un nuovo corso verde” è stata del tutto ignorata.

Nonostante questo, Hinterberger non ha dubbi: è il singolo individuo che può fare la differenza (io, per esempio, non ho l’automobile, racconta) ed è la quotidianità che dà il cambiamento effettivo.
Allora non resta che porsi una domanda: per uno sviluppo sostenibile saremmo disposti non solo a lavorare meno ore ogni giorno ma anche a tagliare i nostri consumi, a pagare di più per le risorse naturali e ad avere meno soldi in tasca?

Vivere sostenibile? Lavorare meno pagando meglio le risorse

Auto elettriche al Salone di Parigi

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Sembra essere stata digerita completamente l’abbuffata di auto ibride che avevano invaso i saloni dell’auto un paio di anni fa. E’ questo uno degli aspetti che il Salone di Parigi ha messo in evidenza. Raccontato per filo e per segno su Autoblog dal punto di vista dell’automobilista, cerchiamo di capire com’è andata allargando il campo di discussione.

Quello che ci interessa è il concetto di mobilità sostenibile, dove per sostenibile intendiamo sia il punto di vista strettamente ambientale, sia quello “umano” inteso come traffico e come percorribilità delle nostre strade. Renault, che ci ha invitato a Parigi a provare l’ultima evoluzione della Fluence ZE, esprime un concetto che potremo definire come la “decostruzione” dell’automobile come la viviamo oggi. Odile Kirchner, direttrice del “Programme Nouvelles Offres de Mobilitè”. Non più l’automobile come oggetto, ma piuttosto come servizio, come offerta di mobilità tramite abbonamento. Qualcosa di molto simile all’autobus o alla metropolitana, che trova la propria realtà nel car sharing arricchito dalle nuove tecnologie. Non è lontano il momento in cui si potrà usare uno smartphone per prenotare e geolocalizzare l’auto di cui si ha bisogno. Gli utenti potranno scegliere il mezzo più utile in quel determinato momento, in quel determinato luogo.

C’è spazio per una mobilità simile? In Francia il 18% delle famiglie non ha una automobile, a Parigi si arriva al 48%. Non si tratta di un vero e proprio rifiuto dell’auto. Da un lato l’impossibilità di un mantenimento economico in una grande area urbana, dall’altra l’utilizzo di un mezzo pubblico efficiente. Alcuni punti vincenti dei sistemi car sharing: economicità, la comodità di non dover fare manutenzione o trovare un parcheggio, per gli enti locali riduce il traffico. Quello che possiamo notare come Ecoblog, è che i lati positivi esistono nel momento in cui il servizio funziona bene. Dal punto di vista dell’utente, intoppi seriali che possano inficiare ad esempio sull’orario di prenotazione dell’auto, o addirittura sulla sua disponibilità, sono disastrosi. Abbiamo posto una domanda precisa ad Odile Kirchner: tutta questa razionalità “uccide” il concetto di auto come passione? Il trasporto condiviso funziona bene nell’Europa del Nord, meno nei paesi latini. Davvero dobbiamo abbandonare il concetto di auto come l’abbiamo vissuto fin’ora? La risposta della Kirchner ribalta la nostra tesi. Non è vero che è solo razionalità. L’utente può scegliere il tipo di auto che vuole, quindi è possibile scegliere l’auto di cui si è appassionati: perchè no? E comunque sappiamo che la mobilità condivisa è un discorso complementare, non toccherà di certo il 100% degli utenti.

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Torniamo allora alle auto del Salone, e parliamo rapidamente allora proprio dall’ibrido. Passata la sbornia iniziale, questa tecnologia si è mostrata per quello che è, con tutti i pregi ed i difetti. E’ conveniente solo in determinati tipi di veicoli, può essere d’aiuto nel ridurre lo smog in città ma non è la soluzione definitiva. Che sia il tramonto o meno dell’ibrido non lo sappiamo, di certo non è più la star. Allo stesso tempo un velo di malinconia aleggia sul mondo del gas, gpl o metano. Un vero peccato, almeno secondo noi, perchè tra tutte è un tipo di tecnologia che già esiste e che tocchiamo con mano tutti i giorni.

Un po’ per il solito discorso del marketing che corre rapido, un po’ per lavarsi la coscienza e un po’ forse per convinzione, molte case hanno puntato dritto sull’elettrico, senza scorciatoie. Abbiamo visto molte proposte e la sensazione è quella che si stia passando da progetti “concept” a modelli più concreti. Via le forme dal design futuribile: il pubblico cerca sostanza in modelli che già conosce. Siamo a Parigi e la parte del leone la fanno le marche francesi. Ecco allora i quattro veicoli Renault: Twizzy, Fluence, Kangoo e Zoe. Il gruppo PSA risponde con Peugeto iOn e Citroen CZero, derivate dal progetto Mitsubishi Miev. Poi Nissan Leaf e Townpod, Bollorè Bluecar, Venturi Fetish, America ed Eclectic, Valeo ha invece una propria proposta su base Citroen Picasso.

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Ognuno ha la propria soluzione per batterie ad hoc, smontabili, così come il tipo di ricarica. Ci dicono che i sistemi giapponesi usano la corrente continua mentre quello di Renault utilizza la corrente alternata. Quello che riteniamo importante è che si possa fare il “pieno” di corrente da casa. Ci sono adattatori per l’utilizzo della rete domestica direttamente dalla normale presa elettrica ma tutti hanno il proprio box da far installare da personale specializzato. In estrema sintesi questi box forniscono la corrente ottimale per quel specifico tipo di batteria e forniscono ogni genere di informazioni sul suo stato.

A proposito di batterie, PSA le vende insieme all’auto, Renault no: le noleggia. Il costo del noleggio è di 75 euro al mese, e comprende anche l’eventuale manutenzione. Pro e contro di questo sistema: da una parte si continua a pagare, dall’altra si ha la certezza di un pacco batterie sempre efficiente. Le batterie a noleggio hanno un ulteriore lato positivo: la possibilità di un cambio rapido. Vediamo come.

Renault sta sperimentando le auto elettriche in collaborazione con Better Place, in particolar modo in Israele dove vengono testate. Ebbene, un progetto collaterale è delle “QuickDrop Station”: le nuove stazioni di servizio dove in tre minuti ed in maniera automatica, vengono cambiate le batterie con un altro pacco di batterie cariche. Un modo interessante di superare il concetto di “colonnina” dell’elettricità.

Quanto tempo serve per caricare le batterie? Quasi tutti i produttori annunciano tempi che si aggirano sulle otto ore. In realtà i tempi dovrebbero essere minori in quanto difficilmente si arriva a scaricare completamente la batteria, un po’ come nella vita comune si cerca di non arrivare a serbatoio vuoto. Accanto a questi tempi, c’è quasi sempre la possibilità di una carica di “emergenza” da circa mezz’ora. Sistema da non utilizzare tutti i giorni pena abbassare la vita della batteria stessa.

Come si comporta un’auto elettrica su strada, è stato oggetto di un post su Autoblog. Come dicevo all’inizio qui volevamo fare un discorso un po’ più allargato. Non ho esaurito tutti gli argomenti sulle auto elettriche, usciremo a breve con un post conclusivo. Se ci fossero domande particolari alle quali posso rispondere, lo farò volentieri nel prossimo articolo.

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Auto elettriche al Salone di Parigi

Pinguini dell’Antartide su Google Street View

Google Street View sbarca in Antartide e, di conseguenza, i pinguini sui nostri monitor. Niente lunghi viaggi in barca e temperature glaciali per osservare da vicino questi splendidi animali, perché possiamo usufruire di una passeggiata virtuale , certo non altrettanto emozionante, sulla costa rocciosa antartica direttamente dalla nostra scrivania

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Pinguini dell’Antartide su Google Street View

Car sharing “privato”, la nuova frontiera della mobilità sostenibile

Conosciamo tutti il car sharing , un modo per risparmiare sui costi e sull’ inquinamento delle auto .

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Car sharing “privato”, la nuova frontiera della mobilità sostenibile

E-book più ecologici dei libri tradizionali

E-book 1, cartaceo 0. O almeno stando ad una recente indagine promossa dalla società americana Cleantech Group che si è occupata di analizzare l’ impatto ambientale del Kindle di Amazon , leader nel settore dei libri formato elettronico . Ebbene, calcolando emissioni , fabbisogno energetico e materie prime, l’e-book vince la sfida ecologica nell’industria editoriale che, vale la pena ricordarlo, è un settore tra i più inquinanti al mondo

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E-book più ecologici dei libri tradizionali

Il riscaldamento globale è già qui, nelle tazzine di caffè

Quest’anno in tutto il mondo i prezzi del caffè sono lievitati, rispetto agli altri anni. La causa è stata una bassa resa delle coltivazioni, specie in Sud America, che pare non dover finire qui, ed anzi peggiorare negli anni a venire. In particolare il problema è un insetto che pare infestare le coltivazioni, e proliferare grazie al riscaldamento globale .

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Il riscaldamento globale è già qui, nelle tazzine di caffè