Posts Tagged ‘animali’

Tonno a rischio estinzione in tutto il mondo e senza distinzioni di specie

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estinzione tonno

Lo sfruttamento eccessivo degli stock ittici di tonno sta conducendo ad un rapido declino tutte le specie ed in tutto il mondo. A rivelarlo è una recente ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), a firma di María José Juan-Jordá dell’Universidade da Coruña, in Spagna.

Da anni ci si interroga sull’impatto della pesca sulle diverse specie di tonno. Questa si può pescare, quest’altra no, qui sì, qui no, in questo mese è ok, in quest’altro no, con questa tecnica sì, con quest’altra meglio evitare. Ma secondo gli autori il dibattito non ha ragione di esistere, dal momento che le popolazioni di tonno sono quasi tutte in calo e quasi tutte in pericolo. La maggior parte degli stock è stato infatti sfruttato fino ai limiti del sostenibile.

Le popolazioni di tonno hanno subito, a causa della pesca, una riduzione del 60% in media in tutto il mondo nell’ultimo secolo. Certo ci sono specie più colpite di altre, come il tonno rosso dell’Atlantico, che è diminuito dell’80% ma le altre, ecco, non è che se la passino poi tanto meglio con un calo del 60%.

Anche lo sgombro, più piccolo e con ciclo di vita più breve, è in rapido e vertiginoso declino. Spiegano gli autori che la pesca, ai ritmi attuali, rappresenta una minaccia per tutte le specie, indipendentemente dalle loro dimensioni, e di conseguenza mette in pericolo anche le economie costiere fondate sulla pesca e gli equilibri ecosistemici.

Via | Plataforma SINC
Foto | Flickr

Tonno a rischio estinzione in tutto il mondo e senza distinzioni di specie

Specie asiatiche invasive, a rischio estinzione le coccinelle europee

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estinzione coccinelle

Le coccinelle native della Gran Bretagna e degli altri Paesi europei (Adalia bipunctata) sono in rapido declino a causa della diffusione di una specie invasiva, la coccinella arlecchino, Harmonia axyridis, di origine asiatica. A lanciare l’allarme, confermando i timori sollevati dai biologi negli anni scorsi, è un recente studio pubblicato sulla rivista Diversity and Distributions, a cura di un’équipe internazionale coordinata da Helen Roy del Centre for Ecology and Hydrology di Wallingford, nell’Oxfordshire.

Sette delle otto specie autoctone britanniche sono in declino ed anche in Belgio ed in Svizzera si nota un fenomeno simile. Pensate che la coccinella arlecchino era stata importata per contenere altri parassiti, in un programma di lotta biologica, e ora è diventata una specie invasiva. La diffusione della coccinella arlecchino provoca un impatto devastante sulla resilienza degli ecosistemi, minando gli equilibri naturali e generando un deficit ecologico.

Le Adalia bipunctata sono diminuite del 44% nel Regno Unito e del 30% in Belgio nei cinque anni successivi all’arrivo della coccinella arlecchino, nel 2004. La coccinella Arlecchino condivide l’habitat con le specie autoctone, entrambe vivono sugli alberi decidui ma dal momento che la arlecchino è più grande ha la meglio sulle bipunctata e riesce a sottrarre più cibo (larve).

Via | BBC
Foto | Flickr

Specie asiatiche invasive, a rischio estinzione le coccinelle europee

Nuove specie preistoriche, scoperto l’antenato del coccodrillo

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antenato coccodrillo

Scoperto oggi, ma estinto ormai da secoli l’antenato del coccodrillo. Accade grazie alle moderne e sofisticate analisi e strumentazioni, capaci di esplorare la biodiversità andando indietro di millenni. A scoprire la nuova antica specie un ricercatore della School of Medicine dell’Università del Missouri, Casey Holliday, che espone le sue ricerche in un recente studio apparso sulla rivista PLoS ONE.

Il coccodrillo preistorico scoperto è stato denominato Aegisuchus witmeri, per gli amici Shieldcroc per via dello spesso scudo che ha sulla testa, una sorta di casco. Questa specie di coccodrillo viveva nell’Era Mesozoica, 95 milioni di anni fa, quando la terra era ancora abitata dai dinosauri.

Holliday lo ha identificato studiando un cranio fossilizzato ritrovato in Marocco anni fa e conservato al Royal Ontario Museum di Toronto.

Secondo i ricercatori lo scudo che ha sulla testa, lo vedete nella foto, serviva a molteplici scopi: attrarre altri esemplari, spaventare i rivali, regolare la temperatura corporea. Aveva mascelle sottili e si cibava di pesci, senza fare grossi sforzi o ingaggiare chissà quali lotte.

Questa scoperta non è fine a se stessa e ovviamente non serve a tranquillizzare gli attuali coccodrilli in crisi esistenziale sulle loro origini. Dal momento che i coccodrilli vivono nei delta e negli estuari dei fiumi, aree sottoposte più di altre al forte impatto ambientale delle attività umane, vedi delta del Niger, i ricercatori vogliono capire perché le vecchie specie di coccodrilli si estinsero, per studiare come preservare le specie odierne e creare un habitat più favorevole alla loro sopravvivenza.

Antenato coccodrillo

Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo Antenato coccodrillo holliday

Via – Foto | University of Missouri

Nuove specie preistoriche, scoperto l’antenato del coccodrillo

Vivaio per coralli

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Vivaio per coralli Per preservare i coralli corno di cervo dall’estinzione e per sostenerne, al contrario la ripopolazione, l’organizzazione TNC – The Nature Conservancy ha installato 14 vivai sottomarini.

Le nursery sono state poste a qualche metro sotto le acque oceaniche tra la Florida e le Isole Vergini e l’obiettivo è andare a ripiantare i coralli ottenuti nel reef delle barriere coralline. Il progetto è nato dalla collaborazione con la Nova Southeastern University, la Coral Restoration Foundation e la Florida Fish et la Wildlife Conservation Commission.

Vivaio per coralli
Vivaio per coralli Vivaio per coralli Vivaio per coralli

Via | MaxiSciences
Foto | Crédit : Liz Larson /Nova Southeastern University

Vivaio per coralli

Allevare insetti contro la fame nel mondo, la LAV non ci sta

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mangiare insetti

Allevare insetti contro la fame nel mondo, mangiare le specie invasive, aumentare la produttività dei terreni, sono alcune delle ipotesi, più o meno sensate, messe in campo da diversi studiosi per riuscire a sfamare, da qui al 2050, 9 miliardi di persone, oggi siamo a quota 7 miliardi.

La LAV ha qualcosa da ridire sull’allevamento degli insetti, finora in gran parte ignorati da noi occidentali che non li usiamo a scopi alimentari, non su larga scala almeno. La Lega Antivivisezione si mostra contrariata sugli studi che individuano lo sfruttamento degli insetti come possibile soluzione alla fame nel mondo, così come è contraria allo stanziamento di fondi deciso dall’Unione Europea a favore dei Paesi membri che esplorino le potenzialità degli insetti a scopo alimentare (tre milioni di euro a Paese).

Gli insetti vengono additati da più parti come la soluzione alla fame nel mondo perché occupano poco spazio e non producono la mole di gas serra degli allevamenti di animali di grandi dimensioni. Inoltre ce n’è ampia disponibilità in natura.

La LAV obietta:

“Allevare” miliardi di insetti ammassandoli in fabbriche animali di nuova generazione significa replicare ancora una volta il modello di sfruttamento animale che costringe un bovino, un pollo, un maiale ad una vita innaturale, rinchiuso in un capannone dove l’unica cosa che gli viene concessa è mangiare, perché deve ingrassare e rendere più “cibo” possibile.

LA FAO, prosegue la LAV, è ben consapevole che un modello alimentare basato sulla carne non può funzionare:

Se gli alimenti vegetali ottenuti dall’agricoltura fossero destinati direttamente al consumo umano, infatti, avremmo a disposizione 10 volte più cibo di quanto non riusciamo ad averne, perché per produrre un chilo di carne occorrono in media 10 chili di cereali e 3.000 litri di acqua. L’utilizzo delle risorse disponibili è quindi enorme. Ed è a questo che gli organismi mondiali, ma anche le Istituzioni europee, dovrebbero puntare: diminuire il consumo di carne, informando sui benefici che una scelta alimentare vegetariana può produrre sulla salute, dell’uomo e del Pianeta.

Via | LAV
Foto | Flickr

Allevare insetti contro la fame nel mondo, la LAV non ci sta

Isola di Montecristo invasa da ratti e topi, polemiche sul lancio di esche avvelenate dagli aerei

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ratti topi isola montecristo

L’Isola di Montecristo è invasa dai topi e da enormi ratti neri, approdati sulla terraferma con le navi ed i traghetti e che ora si riproducono a dismisura ed indisturbati, non trovando antagonisti biologici sull’isola. Saltando l’ipotesi di un’adozione di massa di gatti, il ricorso al pifferaio magico ed una derattizzazione più soft, la proposta per liberarsi dai topi avanzata dalle amministrazioni locali è di lanciare esche avvelenate dagli aerei.

E siccome i topi sono tanti, un vero esercito, si parla di paracadutare ben 26 tonnellate di esche avvelenate. Una guerra chimica che potrebbe mietere, come nel caso di tutte le guerre, molte vittime innocenti, mettendo a rischio l’intera fauna dell’Isola di Montecristo. La LAV protesta e lancia diffide a tutto campo: al Parco dell’Arcipelago, al Ministro dell’Agricoltura Mario Catania, al Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, al governatore della Toscana Enrico Rossi e al presidente della Provincia di Livorno Giorgio Kutufà.

Il progetto è a dir poco assurdo, spiegano gli animalisti. Il principio attivo contenuto nelle esche è il brodifacoum, una sostanza che ha un’alta persistenza ambientale, tossica per diverse specie acquatiche. Ci sono diversi modi meno cruenti per evitare che i ratti invadano piccole isole, conclude la LAV e noi siamo disposti ad aprire un tavolo di confronto sull’argomento. Intanto la deputata del Pdl Fiorella Ceccacci Rubino ha già presentato un’interrogazione parlamentare in merito, unendosi alla LAV per suggerire alternative a basso impatto ambientale per il contenimento della popolazione di topi sull’Isola di Montecristo.

Via | Lazampa
Foto | Flickr

Isola di Montecristo invasa da ratti e topi, polemiche sul lancio di esche avvelenate dagli aerei

La capra-ragno che produce latte di seta

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capra-ragno

Il patrimonio di biodiversità della Terra non smette mai di stupirci ed ogni giorno nel mondo vengono scoperte nuove specie, alcune esistenti in natura da centinaia di anni ma ancora sconosciute all’occhio umano. E poi ci sono specie ibride, anche un po’ raccapriccianti se vogliamo, che creiamo noi in laboratorio per soddisfare i nostri scopi. Animali che possiamo incontrare solo oggi, nel Ventunesimo secolo, frutto di manipolazioni genetiche e della biologia di sintesi.

È il caso di Freckles, la capra che vedete nella foto sopra: a guardarla bene sembra una capra come tutte le altre. Una tenera capretta che sgambetta nel cortile insieme ai suoi fratellini, nulla di strano insomma. Se non fosse che Freckles nelle sue cellule ha anche i geni di un ragno. Dietro questa strana creatura c’è Randy Lewis, docente di genetica alla Utah State University.

Lewis ha una concezione a dir poco utilitaristica degli animali. Gli allevamenti del futuro dovranno fornirci esattamente quello di cui abbiamo bisogno e se per vivere meglio ci servono due caratteristiche appartenenti a specie diverse, non ci resterà che unirle creando una nuova specie. E Lewis vuole le proteine contenute nella seta del ragno.

Dal momento che non può allevare ragni (sono cannibali), ha preso i geni che nel ragno codificano la produzione della seta e li ha inseriti nella sezione del DNA che codifica la produzione del latte nelle capre. La sequenza genetica così assemblata è stata impiantata in un ovulo che ha poi ingravidato artificialmente una capra.

E così è nata Freckles, una capra in grado di produrre un latte ricco di proteine della seta. Proteine che vengono poi isolate in laboratorio, fornendo una fibra elastica in grado di riparare i legamenti umani senza scatenare infiammazioni e malattie.

Il DNA è il manuale d’istruzione delle cellule. Tutta la vita si basa su un alfabeto di sole quattro lettere, che una volta disposte nel giusto ordine, codificano le singole proteine. E tutta la vita è fatta di o da proteine. Questo significa che le istruzioni per la produzione della seta in una ragno sono scritte nella stessa lingua di quelle per la produzione del latte nella capra. Ordinare ad una capra di produrre latte misto a seta è stato tutto sommato semplice: una mera operazione di bricolage genetico.

Via | Guardian

La capra-ragno che produce latte di seta

Galline ovaiole ancora in gabbia: l’Europa ci mette in mora

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galline ovaiole, la ue avvia la peocedura di messa in mora dell'Italia

Uova da galline in gabbia: in Italia se ne contano chiuse in angusti spazi ancora 20milioni. Ma avendo noi disatteso le richieste di adeguamento alla Direttiva europea 1999/74, l’Europa dopo averci dato 13 anni di tempo ha deciso di avviare le procedure di messa in mora. In arrivo dunque una bella multa che pagheremo tutti. In sostanza dal 1°gennaio 2012 in tutte le aziende piccole e grandi di allevamento di galline ovaiole sarebbero dovute cambiare un po’ di cose a partire dalle gabbie: almeno 750 cm² di superficie a disposizione di ciascuna gallina, nido, lettiera, posatoi e dispositivi per accorciare le unghie in modo da consentire alle galline di soddisfare i loro bisogni biologici e comportamentali. Gli altri Paesi non in regola sono: Belgio, Bulgaria, Grecia, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Romania. Noi abbiamo avuto ben 13 anni di tempo per procedere agli adeguamenti. Il Ministro Catania prende tempo e confida nel fatto che la questione debba decantare.

Spiega Roberto Bennati, vicepresidente della LAV:

Su 50 milioni di galline ancora detenute nelle gabbie convenzionali in tutta Europa in violazione della normativa UE, quasi la metà, circa 20 milioni di galline, si trovano in Italia: una illegalità pagata sulla pelle di un grandissimo numero di animali. La mancata applicazione del divieto d’uso delle gabbie di batteria convenzionali dal primo gennaio 2012 è grave sia perché la norma europea, la direttiva 1999/74/CE, è nota da ben 13 anni, sia perché a pagarne le conseguenze saranno i circa 20 milioni di animali solo in Italia, costretti ancora in spazi angusti dove non possono né aprire le ali, né appollaiarsi e tantomeno razzolare. Ma questa diffusa illegalità rischia di pesare sulle tasche dei contribuenti italiani, che saranno chiamati a farsi carico economicamente della procedura di messa in mora.

Dunque quando acquistiamo uova stiamo comprando con molta probabilità un prodotto illegale. Come possiamo combattere questo fenomeno? Dirottando le nostre scelte verso uova che hanno in etichetta la dicitura da galline allevate a terra o scegliendo uova provenienti da galline allevate secondo il metodo biologico.

Via | Comunicato stampa
Foto | Flickr

Galline ovaiole ancora in gabbia: l’Europa ci mette in mora

Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?

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Se ne parla ancora poco, ma il timore di una pandemia fra animali comincia ad essere sempre più concreto. Stiamo parlando del misterioso virus che colpisce in particolare gli ovini denominato Schmallenberg, il nome della cittadina tedesca nel quale è stato isolato per la prima volta nell’agosto scorso. Nel corso dell’estate si era diffuso fra Germania, Olanda e Belgio con centinaia di allevamenti coinvolti, ora la Veterinary Laboratories Agency ha confermato che il virus è sbarcato in Gran Bretagna, per la precisione in quattro allevamenti di ovini nel Norfolk, Suffolk e East Sussex.

Secondo i primi studi condotti la malattia si trasmetterebbe attraverso gli insetti ed è di difficile rilevazione fra gli animali adulti. Schmallenberg provoca aborti e malformazioni congenite negli ovini e in alcuni casi anche nei bovini, al momento non esistono cure né vaccini per impedirne il contagio.

Ci sono rischi per la salute umana? Le autorità per ora minimizzano: “Anche se ci sono ancora alcune incertezze, i rischi per la salute umana con il virus Schmallenberg virus paiono molto bassi”. Per il momento soltanto Messico e Russia hanno già vietato l’importazione di carni ovine e caprine e di animali vivi dai Paesi Bassi, ma anche la Cina ha chiesto informazioni alle autorità locali per capire come comportarsi di fronte a questa nuova potenziale e misteriosa pandemia. Intanto il ministro dell’Agricoltura, Mario Catania, non ha escluso con il contagio arrivi anche in Italia, ma ha cercato di rassicurare i consumatori:

Per ora non abbiamo casi. Ma non mi sento di escludere che arrivi anche da noi, essendo noi un paese importatore. Ci sono dei controlli, in base al giudizio degli esperti il virus non comporta ricadute sull’uomo, si tratta di un problema di gravità economica ma senza implicazioni sulla salute dei consumatori.

Via | Agi
Foto | Flickr CC

Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?

Inquinamento, pesci pazzi per la CO2

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pesci barriera corallina

I livelli crescenti di inquinamento delle acque stanno causando un impatto a dir poco devastante sull’organismo dei pesci. L’ennesima conferma, in riferimento nello specifico ai danni sul sistema nervoso centrale e sul cervello dei pesci, ci arriva da un recente studio pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica Nature Climate Change.

I ricercatori dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies hanno calcolato le conseguenze dell’aumento della concentrazione di CO2 disciolta nelle acque marine previsto per fine secolo. I risultati non lasciano presagire nulla di buono per il futuro dei pesci. La loro funzionalità olfattiva e uditiva così come la capacità di avvertire ed eludere la presenza dei predatori potrebbero essere infatti fortemente compromesse dall’eccesso di anidride carbonica.

Con il sistema nervoso centrale in tilt i pesci impazzirebbero e la loro stessa sopravvivenza sarebbe in grave pericolo. Spiega il professor Philip Munday, una delle firme dello studio:

Il nostro team di ricerca ha studiato per diversi anni le prestazioni dei piccoli dei pesci corallo in acque marine con alti livelli di CO2 ed è ormai abbastanza chiaro che subiscono pesanti ripercussioni sul sistema nervoso centrale, tali da compromettere le loro possibilità di sopravvivenza.

pesce pagliaccio

Non è solo l’acidificazione degli oceani a causare problemi ai pesci. L’elevata concentrazione di CO2 nelle acque marine va ad influire su un recettore chiave del cervello dei pesci, denominato GABA-A, causando notevoli cambiamenti nei loro comportamenti e compromettendone gravemente la capacità sensoriale. Se prima i pesci evitavano di raggiungere la barriera corallina in pieno giorno, con il sistema nervoso centrale compromesso tendono invece ad uscire allo scoperto. Sono confusi e disorientati, non riescono a girarsi verso destra o verso sinistra per scansare i pericoli e finiscono per smarrirsi, isolarsi dal resto del gruppo e divenire facili prede.

È evidente, spiegano i ricercatori, che con i neurotrasmettitori in tilt, la vita dei pesci non potrà più proseguire allo stesso modo e questo avrà profonde ripercussioni sull’intero ecosistema marino e sulle comunità costiere che vivono di pesca. Ad essere maggiormente colpite saranno le specie che necessitano di maggiori livelli di ossigeno per vivere. Ogni anno 2,3 miliardi di tonnellate di CO2 si disciolgono negli oceani, alterando i delicatissimi equilibri chimici delle acque da cui dipende la vita della flora e della fauna marina.

Via | ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies
Foto | Coralcoe

Inquinamento, pesci pazzi per la CO2