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Guarire senza ferire, nuova campagna contro le fattorie della bile in Cina

Fattorie della bile in Cina: per chi non è ancora a conoscenza di questo orrore, sono degli allevamenti intensivi di orsi tibetani a cui viene ficcato un catetere di metallo nella cistifellea per circa vent’anni (ammesso poi che resistano tanto a lungo). Un escamotage per ricavare bile, utilizzata nella medicina tradizionale cinese, dopo che è stato vietato di uccidere gli orsi al medesimo scopo, dal momento che rischiano l’estinzione.
Sicuramente le fattorie della bile sono eticamente discutibili ma non finisce qui. Secondo quanto afferma Jill Robinson, fondatrice di Animals Asia, l’estratto utilizzato per produrre medicinali sarebbe anche rischioso per la salute umana.
Perché lo ha spiegato Gao Yimin, docente della Capital Medical University, nel suo intervento a Pechino, nell’ambito della campagna Healing without harm:
Il modo in cui viene estratta la bile dagli orsi favorisce la proliferazione di batteri e lo sviluppo di infezioni, riducendo di fatto l’efficacia della bile. È una tecnica dannosa per la salute umana.
In Cina attualmente ci sono circa 96 fattorie della bile. Gli orsi segregati e sfruttati in condizioni igieniche ed alimentari a dir poco penose sono tra i 10 mila ed i 20 mila. La compagnia farmaceutica Kaibao di Shangai è la più attiva nell’impiego della bile, utilizzata perlopiù nella produzione di farmaci antipiretici (per abbassare la febbre, ndr) come il tanreqin, da somministrare ai bambini.
Dalla bile dell’orso si ricavano 241 farmaci. Viene impiegata da oltre 1.400 anni. Tuttavia è stata l’estrazione su scala industriale a far degenerare lo sfruttamento degli orsi. Oggi il 100% degli orsi che vive nelle fattorie della bile è colpito da infezioni o da altre malattie, a dispetto degli antibiotici con cui vengono imbottiti gli animali.
Chi vorrebbe essere curato dall’estratto di un animale gravemente malato? Pensate che un terzo degli orsi salvati dalle fattorie muore di cancro al fegato. Ciò significa, spiegano gli esperti, che le loro cellule sono cancerogene. Che effetto avranno sulla salute dei bambini?
L’obiettivo di questa nuova campagna di sensibilizzazione è di ammonire la popolazione sui rischi sanitari dei farmaci ricavati dalla bile, di modo che le compagnie farmaceutiche siano costrette a non utilizzarla per evitare il boicottaggio degli acquirenti. Dal momento che la sofferenza degli animali non fa abbastanza leva sulla popolazione, gli animalisti si chiedono se almeno conoscere la verità sui rischi per la salute non induca i cittadini a chiedere di chiudere le fattorie della bile.
D’altra parte, guarire senza ferire si può. Ecco perché la campagna fa appello agli stessi medici cinesi. Da circa trent’anni si studiano soluzioni alternative in Cina, con composti sintetici ma il Ministro della Salute non ne ha ancora approvato la commercializzazione. Il Governo non vuole accelerare i tempi, perché dovrebbe garantire programmi di ricollocazione dei lavoratori dell’industria della bile in altri settori e l’eutanasia o la creazione di rifugi per i 10 mila orsi attualmente sfruttati nelle fattorie.
Via | Animal Asia
Foto | Soggydan
Guarire senza ferire, nuova campagna contro le fattorie della bile in Cina
Energia pulita dagli scarti agricoli nelle aree rurali del Pakistan

L’UNEP, lo United Nations Environment Programme, ha avviato un progetto per generare energia rinnovabile dagli scarti agricoli in Pakistan, esattamente nel distretto di Sanghar, un’area rurale della provincia di Sindh, nella parte centro-orientale del Paese. In questa zona vivono quasi due milioni di persone, coltivando grano, cotone, canna da zucchero, riso e mais. Colture che garantiscono cibo e lavoro alle popolazioni locali.
A latitare è invece l’accesso ad una fonte affidabile di energia per i consumi domestici. Le donne utilizzano legno ed altre biomasse in stufe rudimentali (e rischiose) per cucinare e riscaldare l’acqua per i pasti. L’International Environmental Technology Centre (IETC), con sede in Giappone, in collaborazione con la Mehran University of Engineering and Technology di Jamshoro, ha quantificato gli scarti agricoli presenti nell’area per calcolarne il potenziale energetico.
Sui campi rimanevano ben 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti, non tutte utilizzabili però per produrre energia. Quelle disponibili, ad ogni modo, erano capaci di generare energia quanto 1,07 milioni di tonnellate di legna da ardere, soddisfacendo i consumi di circa 400 mila famiglie. I ricercatori hanno poi esaminato l’utilizzo degli scarti agricoli da parte dei contadini e degli allevatori, per evitare conflitti e per non sottrarre materie prime preziose alla popolazione.
Hanno così scoperto, ad esempio, che solo il 20% delle cime delle canne da zucchero veniva somministrato agli animali, il restante 80% veniva bruciato insieme alla totalità delle foglie di banano ed al 70-80% della paglia di riso. Accertata l’ampia disponibilità degli scarti agricoli, i ricercatori hanno scelto la tecnologia più idonea, optando per un impianto a biogas, capace di fornire energia alle famiglie che vivevano nei dintorni e di garantire anche compost per fertilizzare i campi.
L’impianto è stato costruito, al costo di due milioni di rupie (23 mila dollari), dietro la Sanghar Sugar Mills che ha fornito sia il terreno che i fondi. L’inaugurazione si è svolta nell’agosto del 2011. L’impianto sta producendo ogni giorno 50 metri cubi di biogas, a fronte di 400 chilogrammi di scarti agricoli. Inoltre, fornisce 200 chili di fertilizzante liquido e 150 chili di fertilizzante solido.
Il biogas prodotto è sufficiente a soddisfare il fabbisogno di venti famiglie, grazie ad energia che altrimenti sarebbe andata sprecata. Se venissero costruiti altri impianti simili il problema dell’approvvigionamento energetico nelle aree rurali verrebbe parzialmente risolto.
Energia pulita dagli scarti agricoli nelle aree rurali del Pakistan
Inverni sempre più rigidi, nel deserto del Gobi a rischio i cavalli di Przewalski

Gli inverni nel deserto del Gobi di norma sono lunghi e rigidi, ma quello del 2009-2010 è stato particolarmente freddo, il più ostile in assoluto degli ultimi cinquant’anni. Si tratta di una condizione climatica nota ai Mongoli come dzud che si verifica ad intervalli irregolari.
Migliaia di cavalli ed altri animali erbivori sono morti di stenti, non riuscendo a trovare cibo sotto il manto nevoso troppo alto. Si stima che siano morti oltre 7,8 milioni di animali, pari al 17% dell’intera popolazione presente nel Paese. Ben quindici delle ventuno province della Mongolia sono state interessate dal disastro.
I cavalli di Przewalski, reintrodotti nel Paese a partire dal 1992, hanno subito delle grosse perdite. Al contrario, gli asini selvatici, nomadi per natura e presenti in più aree, sono riusciti a scampare alle intemperie.
Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica PLoS ONE, per salvare gli animali dall’estinzione, bisognerebbe evitare di confinarli in aree circoscritte e garantire loro la possibilità di sfuggire, qualora necessario, ad un ambiente soggetto a fluttuazioni climatiche repentine e catastrofi.
Come ha sottolineato Petra Kaczensky, prima firma dello studio:
Fino a quando le popolazioni restano ridotte e spazialmente limitate, la loro sopravvivenza non può essere garantita.
Via | University of Veterinary Medicine Vienna
Foto | Chris Walzer
Inverni sempre più rigidi, nel deserto del Gobi a rischio i cavalli di Przewalski
Scimmia dal naso camuso a rischio estinzione in Birmania

In Birmania di recente è stata scoperta una nuova specie di scimmia dal naso camuso, Rhinopithecus strykeri. Finora erano quattro le specie di scimmie dal naso camuso note, in Cina, Vietnam e Tibet, tutte a rischio estinzione.
Anche questa nuova specie ha tutti i requisiti per entrare, già all’indomani della scoperta, nella Lista Rossa dell’IUCN. Si stima, infatti, che ne siano rimasti appena 350 esemplari. Non esistono foto degli esemplari della specie, quella che vedete sopra è una ricostruzione dei ricercatori. Paradossalmente, gli unici esemplari noti alla scienza sono quelli giunti morti per mano dei cacciatori. Cacciatori che sono anche la principale causa dell’estinzione di queste scimmie.
Proprio il loro naso all’insù le rende facili prede. Nei giorni di pioggia, infatti, quando l’acqua penetra nelle loro narici, starnutiscono ed i cacciatori le localizzano facilmente.
Foto | Thomas Geissmann, Fauna & Flora International
Via | Fauna & Flora International
Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia

In concomitanza con la Conferenza sul Clima di Durban, in corso in Sudafrica, l’UNEP ha pubblicato un rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa.
Il dossier analizza le difficoltà di sostentamento per la popolazione femminile, dedita all’agricoltura, che si ritrova a fronteggiare fenomeni meteorologici sempre più estremi in condizioni di forte disuguaglianza.
Il report Women at the frontline of climate change: gender risks and hopes evidenzia il ruolo cruciale delle donne nella gestione degli ecosistemi agricoli, sottolineando che le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici devono puntare su un maggior coinvolgimento della popolazione femminile. La parità tra i sessi in questi Paesi ed il medesimo accesso alle risorse è infatti fondamentale per gestire in modo sostenibile i lotti agricoli.
Dal 1999 al 2008 le inondazioni hanno interessato un miliardo di persone in Asia e 22 milioni di persone in Africa. In alcune aree dell’Asia e dell’Africa sono le donne a reggere il comparto agricolo. Pertanto hanno risentito maggiormente di frane, alluvioni e periodi di siccità estrema, vedendo compromessa la capacità di sostentamento e le condizioni di salute.
Dal rapporto emerge anche che le donne subiscono maggiori perdite a causa dei disastri naturali, perché in queste aree la popolazione femminile ha meno accesso degli uomini ai mezzi per salvarsi. Inoltre, le calamità naturali isolano spesso le donne ed i bambini, facilitando il traffico umano che aumenta dal 20 al 30% quando è in corso una catastrofe ambientale. In Nepal le stime parlano di un aumento del fenomeno nell’ultimo ventennio: dai 3 mila-5 mila individui rapiti ogni anno e destinati alla prostituzione minorile o al lavoro nero negli anni Novanta, agli attuali 12 mila-20 mila.
Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia
Caccia "scientifica" alle balene in Giappone con i fondi dello tsunami

Una flotta di baleniere giapponesi, scortata dalla guardia costiera, ha lasciato nei giorni scorsi il porto di Shimonoseki, nel Sud-Ovest del Giappone, direzione Antartide dove ha inizio la caccia alla balene.
I cacciatori sono stati accusati da Greenpeace di aver utilizzato i fondi destinati a risollevare l’economia dei pescatori colpiti dallo tsunami lo scorso 11 marzo, ricevendo circa 30 milioni di dollari dal Governo per sovvenzionare la battuta di caccia di quest’anno.
Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Japan, ha spiegato che è vergognoso elargire i soldi dei contribuenti ai cacciatori di balene. Il programma di caccia alla balena non è prioritario, è impopolare ed economicamente impraticabile. Quei fondi dovrebbero essere destinati a risollevare l’economia locale ed alla ricostruzione.
La caccia alle balene, ha spiegato Greenpeace, macchia la reputazione internazionale del Giappone e pesa economicamente sui cittadini:
Versare miliardi di yen nella caccia alla balena antartica in questo periodo di crisi è decisamente vergognoso. Il Giappone non può permettersi di sprecare soldi per la caccia alla balena in Antartide mentre i suoi cittadini stanno soffrendo.
Il Governo giapponese si è giustificato riguardo al finanziamento, affermando che una delle città colpite dallo tsunami ospitava una base portuale per la caccia alla balena. La caccia commerciale alle balene è vietata ma il Giappone è autorizzato a catturarle a scopi di ricerca scientifica.
Le baleniere torneranno in patria ad aprile dopo aver ucciso un migliaio di balene, ma ad aspettarli nei mari dell’Antartide ci sono gli attivisti di Sea Sheperd che gli daranno non poco filo da torcere. Sono attesi scontri.
Lo scorso anno li hanno fatti tornare indietro con un quinto del bottino di caccia stabilito, circa 172 esemplari.
Caccia “scientifica” alle balene in Giappone con i fondi dello tsunami
Polvere di corno di rinoceronte cura contro il cancro, così muoiono gli ultimi esemplari

La polvere di corno di rinoceronte è ritenuta una cura contro il cancro, senza peraltro alcuna valida prova che ne attesti l’efficacia. Non se ne trova traccia né nella scienza medica né nella medicina tradizionale cinese.
A causa di questa falsa credenza è morto probabilmente l’ultimo rinoceronte di Giava in Vietnam. Un’ipotesi più che plausibile dal momento che l’animale è stato ritrovato privo del corno, segato via dal resto del corpo dopo che il bracconiere aveva sparato sul rinoceronte, colpendolo alla gamba.
Ma come si è radicata la convinzione che la polvere di corno di rinoceronte possa curare il cancro? Secondo la Traffic, una ONG che monitora il traffico di fauna selvatica, tutto ebbe inizio cinque o sei anni fa in Vietnam, quando si diffuse la voce che un ex politico fosse guarito da un tumore grazie al corno in polvere.
Da allora dal Vietnam la domanda è cresciuta a ritmi vertiginosi, portando la specie all’estinzione nel Paese. Sterminati i suoi rinoceronti, il Vietnam continua ad assorbire una larga fetta del mercato illegale di corno di rinoceronte, quotato 60 mila dollari al chilo, più dell’oro. Quest’anno in Sudafrica sono stati già uccisi ben 341 esemplari.
Il corno di rinoceronte viene pagato così tanto che addirittura in Gran Bretagna dei ladri hanno violato un museo per rubarlo da una teca. I rangers stessi li uccidono e gli animali vengono cacciati persino con gli elicotteri. C’è chi sospetta che la domanda crescente provenga dalla Cina, dai collezionisti di avorio che, vista la rarità sempre maggiore dei rinoceronti, acquistano i corni per poi aspettare di rivenderli, facendo grossi affari.
Per gli ambientalisti non è più sufficiente creare delle riserve. La domanda dei consumatori è troppo pressante e troppo ben quotata per fare qualcosa in Paesi poverissimi, dove con un kg di avorio venduto a 60 mila dollari si riescono a mantenere villaggi interi.
Polvere di corno di rinoceronte cura contro il cancro, così muoiono gli ultimi esemplari
Giornalisti a Fukushima, per la prima volta la stampa varca la soglia del disastro

Giornalisti ammessi a Fukushima. Ieri, per la prima volta, la stampa ha varcato i confini del disastro atomico, a distanza di otto mesi dal violento terremoto e dal conseguente devastante tsunami che hanno scosso il Giappone, causando una crisi nucleare di livello 7 all’impianto di Fukushima Daiichi.
Ad accompagnarli il ministro dell’Ambiente Goshi Hosono che si è sbilanciato dichiarando:
È stato superato il peggio.
Li avrà convinti?
Via | Guardian
Giornalisti a Fukushima, per la prima volta la stampa varca la soglia del disastro
L’India progetta un nucleare più sicuro con il torio

Per soddisfare le esigenze di una popolazione in vertiginosa crescita, occorre energia. Tanta. L’India ha svelato uno dei suoi progetti nel cassetto: centrali nucleari più “sicure” che usano il torio come combustibile al posto dell’uranio.
Attualmente i funzionari del Bhabha Atomic Research Centre sono alla ricerca di un’area idonea ad ospitare il prototipo di questo nuovo tipo di impianto. Entro la fine del decennio la prima centrale, dicono, dovrebbe essere operativa.
Via | Guardian
Foto | Bhabha Atomic Research Centre
Nucleare Giappone, controlli completati tra proposte e contaminazione delle acque
I controlli del governo cinese ai 13 reattori nucleari dopo il disastro ambientale di Fukushima sono terminati. I risultati, come si legge nel comunicato diramanto dal ministero dell’Ambiente, sono soddisfacenti.
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