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Da Santoro l’Italia Repubblica fondata sul petrolio
Siamo una Repubblica fondata sul petrolio. Nel caso avevate dubbi provate a riguardare la puntata di ieri di Servizio pubblico: in alto il video con la legittima incazzatura dell’operaio sardo indirizzata al Senatore Castelli (Lega) nonché ex ministro ai Trasporti, che per tutta risposta alza e se ne va.
Ma questo è solo uno dei tanti dettagli di questa vicenda. Il petrolio, con il suo costo e la sua necessità, sta strozzando l’Italia. Anzi, posso dire che sembra che il nostro Paese subisca una vera e propria crisi di astinenza da petrolio. Ma che inizia qui da noi perché siamo quelli che ne hanno più bisogno; siamo quelli che usiamo maggiormente trasportare merci su gomma; siamo quelli che lo usiamo maggiormente per produrre energia. Ma l’emergenza arriverà anche altrove: in Francia, Germania, Austria, Svezia. Cosa credete? Anche loro muovono merci su gomma e usano petrolio, un po’ meno di noi ma lo usano.
Ieri da Santoro un distantissimo Enrico Letta (Pd) faceva fatica a capire le ragioni della protesta del Movimento dei Forconi, confondendola più volte con le richieste degli autotrasportatori. I Signori della Terra e del Mare sono stati affamati dai signori del petrolio. E l’Italia che ha deciso di fondare la sua Repubblica sul petrolio e non sul lavoro paga alto il prezzo di questa scelta. Non ci vuole molto a capire che così non va.
Iodio 131 radioattivo anche in Francia: ancora sconosciuta l’origine

La contaminazione dell’aria da iodio 131 radioattivo è stata registrata anche in Francia. Lo ha reso noto l’IRSN Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire e l’Europa degli esperti nucleari brancola nel buio: non è una sciocca battuta ma la sconcertante realtà.
Nei giorni scorsi le tracce di Iodio 131 sono state rilevate anche nei cieli di Ungheria, Polonia, Slovacchia, Austria e Germania in quantità non nocive per la salute, almeno stando a quanto dichiara l’IAEA, poiché non fornisce alcuna stima. La contaminazione dell’atmosfera è iniziata lo scorso 19 ottobre ed è stata resa nota grazie all’alert lanciato dall’Agenzia per la sicurezza nucleare della Repubblica Ceca. Tra le tantissime ipotesi avanzate anche una possibile fuga di gas radioattivi alla centrale nucleare di Krško in Slovenia.
Secondo Bruno Chareyron ingegnere e fisico nucleare del CRIIRAD Commission de recherche et d’information indépendantes sur la radioactivité:
La contaminazione è diffusa in Europa. Il punto è sapere esattamente da quando e l’origine così da infornare le persone che vivono nella zona interessata e che sono esposte alle dosi maggiori. Il fatto grave è che sono passati già molti giorni e ancora non si conosce l’origine delle emissioni di iodio 131. E’ inquietante che dopo una catastrofe come quella di Fukushima un organismo internazionale come IAEA non sia in grado di effettuare una diagnosi.
Le misurazioni in chiaro sono invece fornite dall’IRSN Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire che ha rilevato dopo i prelievi effettuati tra il 4 e il 10 novembre:
presenza di tracce di iodio 131 nell’aria pari ad alcuni microbecquerel per metro cubo: 12 µBq/m3 a Vésinet (Yvelines), 5,7 µBq/m3 a Charleville-Mézières (Ardennes), 4,9 µBq/m3 a Orsay e 0,79 µBq/m3 a Bure (Meuse). Queste quattro stazioni si trovano a Nord della Francia ma ciò non vuol dire che lo iodio 131 abbia attraversato il sud del Paese. Altre analisi e prelievi sono in corso.
L’IRSN assicura che considerate le quantità non ci sono pericoli per la salute. Ma se a un francese dite una cosa del genere state sicuri che è tentato di non crederci a causa della brutta esperienza fatta con il passaggio della nube di Chernobyl avvenuta in Francia dal 30 aprile al 5 maggio 1986 quando fu assicurato che anche in quella circostanza non si rischiava nulla (poi i francesi hanno rinunciato al processo per stabilire le responsabilità di quelle dichiarazioni)
Via | Le Monde, Le Blog de Fukushima, Le Point, Simplyinfo
Foto | Simplyinfo
Iodio 131 radioattivo anche in Francia: ancora sconosciuta l’origine
Iodio 131 sui cieli d’Europa: incidente nucleare a Krško in Slovenia?

Sui cieli d’Europa, dalla Slovenia alla Germania, sono state rilevate tracce di Iodio131 radioattivo, che come specifica l’Agenzia internazionale per la sicurezza nucleare, in quantità così basse da non risultare pericolose per la salute. Ma di cui afferma, però, non conoscere l’origine.
Secondo Pierre Fetet de le Blog de Fukushima ci sono un po’ troppe imprecisioni e incertezze da parte dell’IAEA e di EURODEP European Radiological Data Exchange Platform, infatti scrive:
Le informazioni messe a disposizione dalla carta dalla commissione europea sono egualmente incomplete: nessuna notizia sulla presenza di iodio 131 nei paesi citati ieri (Germania, Ungheria, repubblica Ceca, Austria, Slovacchia). Perché questa carta non viene aggiornata? Secondo questa carta due centrali nucleari potrebbero essere considerate suscettibili di rilascio di iodio 131: la centrale nucleare di Krško in Slovenia e la centrale nucleare di Paks in Ungheria. Ma se si effettua una ricerca sulla presenza di cesio allora a essere sospettata è la centrale nucleare di Krško e che include anche Iodio-131, Cesio-134 e Cesio-137.
Il comunicato dell’Iaea, l’Agezia internazionale dell’Energia Atomica è stato emesso lo scorso 11 novembre e recita laconico (nelle intenzioni dovrebbe rassicurare ma che nei fatti risulta inquietante):
IAEA ha ricevuto informazione dall’Ufficio di Stato per la Sicurezza nucleare della Repubblica Ceca che bassi livelli di iodio 131 sono stati misurati nell’atmosfera sopra la Repubblica Ceca nei giorni scorsi.
IAEA ha appreso che simili livelli sono stati registrati in altre località Europee. IAEA crede che gli attuali livelli di tracce di Iodio 131 non rappresentino un rischio per la salute pubblica e non sono causati dall’incidente nucleare di Fukushima Daiichi in Giappone. Lo Iodio 131 è un radioisotopo radioattivo che decade in otto giorni. IAEA è al lavoro per stabilire cause e origine dello Iodio 131. IAEA provvederà a fornire ulteriori informazioni dal sito non appena disponibili.
Il punto è che secondo EURODEP le rilevazioini di tracce di Iodio 131 sono state registrate in Slovenia e Croazia e in quattro zone diverse: Zagabria, Lubiana, Krsko e ai confini di Croazia, Ungheria e Serbia. A lanciare l’allarme della presenza di Iodio-131 alla fine di ottobre l’Agenzia per la sicurezza nucleare della Repubblica Ceca. Ma il comunicato dell’IAEA, peraltro molto impreciso, arriva “solo” 11 giorni dopo.
Il CRIIRAD conferma e specifica che Iodio 131 è stato rilevato in Germania e Ungheria e ha messo in linea i rilevamenti ottenuti dalle quattro basi installate in Francia.
Dunque spiega 20minutes:
L’autorità per la sicurezza nucleare ceca ha rilevato dalla fine di ottobre particelle di iodio radioattivo 131 in un certo numero delle sue stazioni di controllo e ha chiesto all’ IAEA informazioni sulla loro origine, ha dichiarato venerdì la direttrice dell’Agenzia Ceca Dana Drabova, precisando che non sussiste alcun rischio per la salute e che lo iodio potrebbe provenire da una fuga avvenuta durante la produzione di alcuni radiofarmaci, medicinali che emettono onde radioattive e non da una centrale nucleare. Ha detto Dana Drabova:«Queste tracce sono state rilevate dalle nostre centrali di conrtrollo per le radiazioni e siamo piuttosto convinti che l’origine sia straniera».
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Olly, produrre energia da olio alimentare esausto
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Polemiche tra ambientalisti e APP su certificazioni e rapporti
L’Asian Pulp & Paper, facente capo al Sinar Mas Group e conosciuta come APP è stata nei mesi scorsi protagonista di una serie di polemiche che l’hanno vista contrapposta a varia associazioni ambientaliste. Il nodo centrale della questione è il tipo di legname utilizzato per la produzione di carta: si tratta di alberi derivati da coltivazioni oppure provenienti dalle foreste pluviali?
La questione è interessante se si osservano i dati di produzione. 2 milioni di tonnellate di pasta di legname e 5 milioni di tonnellate di carta e materiali per imballaggio all’anno. Negli ultimi anni l’AAP ha iniziato un’intensa attività di PR, mirata a mostrare il modo in cui opera e difendersi dall’accusa di contrabbando di legname in Cambogia e Indonesia.
Nelle ultime settimane il botta e risposta tra APP e le associazioni ambientaliste si è fatto più intenso. In particolare, Greenpeace ha più volte citato Sinamars Group nei propri articoli e nei propri video (all’inizio del post un esempio) così come APP ha risposto alle accuse di Greenpeace. Sul sito di APP, sotto “education” e ” latest news”, c’è un documento in PDF con l’ultima reazione agli ambientalisti.
La risposta non si è fatta attendere: pubblichiamo nel seguito del post il comunicato del sito Salvaforeste.it in merito alla questione APP e Sinamars Group.
Balle di cellulosa, balle di carta… Il colosso cartario Asia Pulp and Paper (APP) ha annunciato la pubblicazione di un rapporto per controbattere alle critiche di parte ambientalista. “Una mera operazione di greenwashing”, è il commento delle associazioni ambientaliste, secondo cui il documento non contiene fatti, ma maldestra propaganda.
Secondo la APP, il documento “‘Getting the Facts Down on Paper’ confuta e respinge le accuse fittizie e fuorvianti fatte da alcune ONG. La certificazione da parte della Mazars offre a noi e al pubblico con prove concrete che la APP segue rigorosamente un percorso di sostenibilità pianificata e praticata”.
“Alcune ONG” si riferisce a una lettera firmata da 40 associazioni ambientaliste europee che chiedono alle imprese di non acquistare carta dalla APP, in quanto attore dalla distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia.
Secondo il documento, dal 1996 ad oggi la APP avrebbe sfruttato solo foreste degradate o aree di basso valore, ma non vengono fortine definizioni certe per questi termini. La APP afferma inoltre che il carbonio netto emesso nella produzione delle propria carta è vicino allo zero dato che le piantagioni assorbono carbonio. Ma ha distrattamente dimenticato di includere le emissioni prodotte dagli ingenti volumi di legname utilizzato dalla APP per la produzione di pasta di carta, e soprattutto, le emissioni causate dal massiccio drenaggio della torba nelle piantagioni dell’impresa e dei suoi fornitori. Con una vera acrobazia contabile ha poi aggiunto il minimo sequestro di carbonio nelle piantagioni (ben inferiore alle emissioni da queste provocate) per dimostrare come la APP abbia un impatto vicino allo zero.
“Questo audit dimostra al pubblico, senza ombra di dubbio, l’assoluto impegno alla trasparenza e alla sostenibilità da parte della APP” ha dichiarato Aida Greenbury, della APP al Jakarta Post. Ma le associazioni ambientaliste fanno osservare come non ci sia molto da “certificare” nel documento della APP, dato che non fornisce informazioni o numeri sulle sue pratiche forestali dell’azienda, come ad esempio sulla conversione in piantagioni di foreste e torbiere, sulle conseguenti minacce per gli habitat della tigre e dell’orangutan, e sui conflitti con le comunità forestali. Il documento della APP si limita a negare i dati della Banca mondiale sulle emissioni indonesiani di carbonio e a presentare alcuni progetti di conservazione sponsorizzati dalla società, mentre distrugge massicciamente gli habitat forestali. Al pubblico non resta molto da vedere, se non una lettera di presentazione su una ‘Relazione di garanzia’ resatta su documenti che non sono stati resi pubblici.
“Questo non è un audit è mero greenwashing – ha dichiarato Sergio Baffoni, di Terra! – La APP sta lanciando una aggressiva campagna di mercato per espandersi in Europa, e tenta di presentare il suo le proprie operazioni come sostenibili. Il fatto è che
un ampliamento dei suoi mercati porterà inevitabilmente ad un’ulteriore conversione in piantagioni delle foreste tropicali e torbiere. Per questo motivo, le associazioni di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Malta, Finlandia, Svezia e Svizzera hanno richiesto all’editoria di evitare la APP e adottare una politica responsabile per gli acquisti di carta”.
“[Il rapporto] non vale la carta su cui è scritto. Si dilunga su ipotesi e congetture, ma mancano i fatti – ha aggiunto Bustar di Greenpeace – La realtà è che APP continua a distruggere le foreste pluviali di Sumatra, compreso l’habitat della tigre, e aree ricche di torba e quindi di carbonio”.
Immagini satellitari documentano di ogni singolo ettaro che la APP ha distrutto in questi anni, spiega Aditya, del WWF: “La APP non può nascondersi: la devastazione delle foreste naturali del paese è chiara e chiunque la può vedere. La APP ha distrutto oltre un milione di ettari di foreste in Indonesia, dall’apertura della cartiera di Indah Kiat a Riau, Sumatra. Quindi la APP ha presentato piani per cancellare altri 100.000 ettari di foreste naturali tra il 2009 e il 2010. Cento mila ettari di oggi e un milione di ettari di ieri non possono essere nascosti facilmente. Queste aree sono visibili chiaramente nelle immagini satellitari, così come le foreste che c’erano prima della conversione in piantagioni”.
Le richieste di nuove concessioni, e le immagini satellitari dimostrano che la APP ha preso di mira aree ricche di biodiversità, tra cui habitat di specie minacciate come la tigre di Sumatra, l’elefante e l’orango, senza parlare dell’occupazione di terre delle comunità indigene. Dopo aver distrutto un milione di ettari di foreste, ora APP vanta di aver risparmiato 15.025 ettari di habitat della tigre nel santuario di Senepis, a Riau. Ma anche in quella zona, la maggior parte della foresta “risparmiata” era già stata posta sotto protezione dal governo.
In realtà, anche lo stesso ente di certificazione, Mazars, ha preso le distanze dalla propria ‘relazione’ per la APP. La lettera di accompagnamento spiega che il “Consiglio di Amministrazione delle imprese [Sinar Mas / APP] sono responsabili sia per l’oggetto e criteri di valutazione. Del resto il documento non confuta nessuno dei rapporti pubblicati dalle associazioni ambientaliste in questi anni. E non c’è molto da “certificare” nel documento della APP, dato che non fornisce informazioni o numeri sulle sue pratiche forestali dell’azienda, come ad esempio sulla conversione in piantagioni di foreste e torbiere, sulle conseguenti minacce per gli habitat della tigre e dell’orangutan, e sui conflitti con le comunità forestali. Il documento della APP si limita a negare i dati della Banca mondiale sulle emissioni indonesiani di carbonio e a presentare alcuni progetti di conservazione sponsorizzati dalla società, mentre distrugge massicciamente gli habitat forestali.
Un simile documento “certificato è stato prodotto da Sinar Mas, società madre APP, a dimostrare la sua sostenibilità. Il documento è stato smentisce facilmente da Greenpeace con alcune testimonianze fotografiche.
Polemiche tra ambientalisti e APP su certificazioni e rapporti
Bioetanolo in crescita, Italia 11a per produzione in Europa
L’industria dei combustibili puliti in Europa continua a crescere, e seppure rispetto al passato l’incremento di produzione sia diminuito leggermente, il segno positivo per il nono anno consecutivo (dati 2009) è più che incoraggiante.

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Bioetanolo in crescita, Italia 11a per produzione in Europa
Presto partirà il mercato elettrico europeo comune. Scenari positivi anche per le rinnovabili?
È di questi giorni la notizia di come le principali Borse elettriche europee abbiano un piano per mettere su una piattaforma comune entro il prossimo anno. Si tratta in sostanza di un meccanismo coordinato di formazione del prezzo dell’energia nei mercati delle regioni nordiche, centro-occidentali e meridionali dell’Europa che coinvolgerà alcune fra le più importanti città europee: Amsterdam, Bruxelles, Madrid, Oslo, Parigi, Lipsia e anche la nostra Roma.
Il progetto è chiamato “Price Coupling of Region” (PCR), ed è finalizzato a porre le basi per la creazione di un vero mercato europeo dell’energia. L’iniziativa, per quanto sperimentale, a mio modo di vedere nasconde un aspetto interessantissimo in ottica di sviluppo della rete elettrica e quindi di regolamentazione delle fonti rinnovabili.
Attraverso l’attuazione di tale proposta si potrebbero finalmente creare le basi affinché i gestori di rete e gli operatori di mercato possano attuare in tempi rapidi una soluzione comune per il processo di formazione dei prezzi (price coupling) nel mercato del giorno prima in tutta Europa. Di questo modo sarà possibile organizzare un mercato più globale, strumento necessario non solo da un punto di vista economico, quanto, e tengo a sottolinearlo, per dare maggiori possibilità di sviluppo alle fonti rinnovabili e alla loro immissione in rete.
Di questo modo alcuni problemi, quali per esempio quello trattato su Ecoblog qualche tempo fa e relativo al caso spagnolo dell’energia invenduta prodotta da fonte eolica, potrebbero essere risolti. Al momento nei vari mix energetici degli Stati europei le fonti rinnovabili, per quanto lo sviluppo vada molto rapido soprattutto in alcuni Paesi, sono ad uno stadio di immaturità. Tuttavia non possiamo dimenticare che, considerati gli obiettivi della Comunità Europea al 2020, questo dell’immissione in rete dell’energia in un mercato più ampio rimane uno snodo fondamentale per le sviluppo delle fonti di energia pulita.
Il progetto PCR, nello specifico, ha come obiettivo quello dell’attuazione di un meccanismo comune di “price coupling”, attraverso il quale la formazione del prezzo dell’energia elettrica sarà coordinata in un area che potenzialmente coprirà il Portogallo, Spagna, Italia, Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria, Svizzera, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Baltico.
Quest’area presenta consumi annuali di energia elettrica di circa 2.900 TWh, corrispondenti a oltre l’80% dei consumi complessivi europei. Con questo progetto addirittura più di 1.000 TWh verranno negoziati nei mercati del giorno prima dalle sei Borse elettriche europee coinvolte nel progetto. In caso di successo è probabile che negli anni a seguire altre borse si uniranno all’iniziativa. Il concetto di un singolo mercato europeo in tutta Europa è una sfida senza precedenti.
L’approccio presenterà non pochi problemi in avvio, su questo c’è da scommetterci, tuttavia fanno sapere gli ideatori, dovrà sin da subito essere in grado di definire prezzi di riferimento dell’energia elettrica affidabili per tutti i mercati europei, indipendentemente dalle loro modalità operative basandosi sulle strutture esistenti, compresi ovviamente i quadri normativi e contrattuali, in modo da minimizzare le modifiche necessarie ed accelerare la velocità di realizzazione. La questione, stiamone certi, si presenta particolarmente interessante e da seguire nel suo sviluppo.
Via | Epexspot.com
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OGM, autorizzata in Europa la coltivazione della patata Amflora

Tanto tuonò che piovve: dopo la mazzata della Corte di Stato ora quella della Commissione Europea che autorizza la coltivazione della patata OGM Amflora, le cui sementi sono sotto brevetto Basf e tre varietà di mais.
La patata sarebbe impiegata, per il suo alco contenuto di amido, nelle cartiere e gli scarti destinati all’alimentazione animale, il che vorrebbe dire che gli OGM entrerebbero di fatto nella nostra catena alimentare.
La Amflora è resistente a due antibiotici la kanamicina e la neomicina e secondo la direttiva Ue 2001/18, sono al bando gli OGM resistenti agli antibiotici, ma evidentemente questa regola non vale per Basf. Ora i Paesi europei che non vogliono accettare queste coltivazioni OGM sul loro territorio devono far ricorso alla “clausola di salvaguardia”, già adottata da Austria, Ungheria, Francia, Grecia, Germania e Lussemburgo per mettere al bando la coltivazione del mais Monsanto OGM Mon810.
Commenta Andrea Ferrante presidente AIAB:
Gli europei vogliono altro che patate ogm. A chi risponde la Commissione Ue? Alla multinazionale Basf o ai cittadini europei? In particolare la patata Amflora, contiene un gene “marker” che le conferisce particolare resistenza a un antibiotico importante per l’uomo, che serve anche per la cura della tubercolosi. I rischi per la salute umana potrebbero essere elevati. Ci chiediamo come sia possibile che a fronte di così tante incognite e contro il parere della stragrande maggioranza dei cittadini europei, la Commissione Ue continui a fare gli interessi delle multinazionali biotech.
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Il Paese più verde al mondo? L’Islanda. Italia solo diciottesima
Poteva andare meglio, ma poteva anche andare peggio. Al World Economic Forum in corso a Davos , Svizzera, nella giornata di ieri hanno preso la parola i ricercatori delle Università di Yale e della Columbia, che hanno effettuato una ricerca piuttosto singolare, ma importantissima in questo periodo.

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