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Tonno a rischio estinzione in tutto il mondo e senza distinzioni di specie

Lo sfruttamento eccessivo degli stock ittici di tonno sta conducendo ad un rapido declino tutte le specie ed in tutto il mondo. A rivelarlo è una recente ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), a firma di María José Juan-Jordá dell’Universidade da Coruña, in Spagna.
Da anni ci si interroga sull’impatto della pesca sulle diverse specie di tonno. Questa si può pescare, quest’altra no, qui sì, qui no, in questo mese è ok, in quest’altro no, con questa tecnica sì, con quest’altra meglio evitare. Ma secondo gli autori il dibattito non ha ragione di esistere, dal momento che le popolazioni di tonno sono quasi tutte in calo e quasi tutte in pericolo. La maggior parte degli stock è stato infatti sfruttato fino ai limiti del sostenibile.
Le popolazioni di tonno hanno subito, a causa della pesca, una riduzione del 60% in media in tutto il mondo nell’ultimo secolo. Certo ci sono specie più colpite di altre, come il tonno rosso dell’Atlantico, che è diminuito dell’80% ma le altre, ecco, non è che se la passino poi tanto meglio con un calo del 60%.
Anche lo sgombro, più piccolo e con ciclo di vita più breve, è in rapido e vertiginoso declino. Spiegano gli autori che la pesca, ai ritmi attuali, rappresenta una minaccia per tutte le specie, indipendentemente dalle loro dimensioni, e di conseguenza mette in pericolo anche le economie costiere fondate sulla pesca e gli equilibri ecosistemici.
Via | Plataforma SINC
Foto | Flickr
Tonno a rischio estinzione in tutto il mondo e senza distinzioni di specie
Ambiente: concorso per baby-scrittori con Assovetro e Stefano Benni
E’ partito il quinto concorso per giovani scrittori promosso da Assovetro ( Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro ) e da Co.Re.Ve. ( Consorzio Recupero Vetro ) e vede la partecipazione straordinaria di uno dei più grandi e ironici autori del nostro secolo: Stefano Benni .
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Ambiente: concorso per baby-scrittori con Assovetro e Stefano Benni
Dopo il picco del petrolio, il picco del legno

Lo sfruttamento delle foreste tropicali, ai ritmi attuali, è insostenibile. Ad ipotizzare un picco del legno, seguito da un declino inarrestabile, è un recente studio condotto dall’Australian National University, pubblicato sulla rivista Biological Conservation.
Philip Shearman, una delle firme, spiega che nelle Filippine ed in Thailandia la produzione è già in calo. Anche lo sfruttamento forestale definito sostenibile di sostenibile a conti fatti ha ben poco. Gli autori hanno analizzato il caso delle Isole Salomone, emblematico di uno sfruttamento selvaggio delle foreste. Scrivono i ricercatori:
Il tempo necessario a una foresta tropicale per ripristinare biomassa, volume del legno e biodiversità è stato stimato in diversi modi, e varia da 45 a 500 anni, ma gli alberi più grandi possono avere età comprese tra qualche decennio e mille anni. Questo fa capire quanto i cicli applicati di solito di 30-35 anni siano insufficienti.
Nelle Isole Salomone, l’estrazione del legname si è verificata ad un tasso di gran lunga superiore alla capacità delle foreste di rigenerarsi e questo sta accadendo in numerose altre aree del Pianeta. Per concedere respiro alle foreste (e a noi di conseguenza), la pausa, secondo gli scienziati, dovrebbe arrivare a sfiorare perlomeno i cinquant’anni.
La richiesta sempre maggiore di legname porta invece i boscaioli ad inoltrarsi nelle foreste vergini per mantenere elevata la produzione. I ricercatori sottolineano che la deforestazione è responsabile di quasi il 20% delle emissioni annuali di gas serra rilasciate dalle attività umane.
Three Energy – Energie Rinnovabili
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Finte serre fotovoltaiche, non è tutto sole quello che splende sull’agrofotovoltaico

Le serre fotovoltaiche vengono additate da più parti come soluzione all’eterna diatriba agricoltura-fotovoltaico, che vuole i terreni sottratti alla produzione agricola alimentare per la produzione di energia rinnovabile. Sotto i pomodori, sopra il pannello, insomma tutti produttivi e contenti, con gli agricoltori che riescono a sostenere più facilmente le spese energetiche, a dir poco esose, delle serre.
Anche nel caso del fotovoltaico su serra, però, bisogna fare molta attenzione al rischio di speculazioni, leggi falsi agricoltori che farebbero finta di coltivare in serra pur di bypassare le norme sull’impatto ambientale e ricevere gli incentivi, per Legambiente troppo alti, concessi dal recente decreto legge sulle liberalizzazioni, il cosiddetto “Cresci Italia”, esattamente dall’articolo 65, comma 3, che le equipara agli impianti su edifici. Edoardo Zanchini, vice-presidente Legambiente, tuona:
Il Dl potrebbe dare il via libera a speculazioni per ottenere incentivi pari a quelli delle coperture integrate negli edifici, che sono molto più alti di quelli per i pannelli al suolo.
L’allarme lo lancia in una nota anche il Comitato nazionale contro fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi, ma c’è da dire che quella delle speculazioni e delle finte serre fotovoltaiche è una preoccupazione sollevata più volte da diverse associazioni agricole italiane. Certo, con questi incentivi, il rischio di speculazioni si fa decisamente più alto.
Le 60 associazioni ambientaliste riunite nel Comitato nazionale contro fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi mettono in guardia dal pericolo di speculazioni nell’agrofotovoltaico:
Vi è il serio rischio che si apra un pericoloso spiraglio che permetterebbe agli speculatori di sfruttare una ulteriore opportunità per ricoprire l’Italia di finte serre fotovoltaiche totalmente inutili e nocive sotto il profilo ambientale, paesaggistico oltre che economico. Urge una moratoria, continuano, per fermare gli impianti già autorizzati per centinaia di ettari di vita e natura a rischio la cui realizzazione vanificherebbe in parte l’efficacia salva-BelPaese degli attuali provvedimenti sul fotovoltaico!
Il Ministro dell’Agricoltura Mario Catania si è affrettato a placare gli animi, dichiarando:
Finché ci sarò io coloro che realizzeranno serre agricole con pannelli fotovoltaici saranno marcati stretti. Insieme al Ministero dello Sviluppo economico e a quello dell’Ambiente, staremo attentissimi affinché siano evitate speculazioni di tutti i tipi.
Sperar non nuoce.
Foto | Isofoton
Finte serre fotovoltaiche, non è tutto sole quello che splende sull’agrofotovoltaico
NegaWatt: diminuire i consumi di energia aumentando i servizi
Thierry Salomon è un ingegnere francese che ha fondato l’associazione Négawatt attraverso cui diffonde il concetto dei Watt negativi ossia l’energia risparmiata attraverso una tecnologia o un comportamento, misurata proprio in negawatt. Il Manifesto recentemente pubblicato sta ottenendo un gran successo editoriale e dimostra che almeno in Francia l’interesse verso la transizione è un argomento che sta particolarmente a cuore.
I tre assi su cui si fonda sono sobrietà, efficcacia e rinnovabili. Il nucleare è decisamente tenuto fuori da questo processo. Lo spiega bene Salomon durante l’intervista rilasciata a Actu-Environnement dove racconta l’origine del movimento:
L’originalità di negaWatt sta nel dare un nome alle cose. Fino a ora non è stata nominato il risparmio energetico. In questo concetto è incluso un costo di riduzione, una sorta di inceppo che non riflette completamente l’immagine positiva che deriva da sobrietà e efficacia energetica. La nostra idea è positivizzare i negaWatt, renderli visibili, quantificarli e metterli a confronto mostrando il non consumo di energia con il consumo di energia. L’ispiratore del movimento è Amory Lovins (noi ne scrivevamo con qualche polemica qui). L’obiettivo è differenziare il servizio energetico dal consumo di energia. In altre parole: si può assolutamente ridurre il consumo di energia senza che diminuisca la qualità del servizio, anzi si potrebbe anche accrescere.
Ma da dove si potrebbe cominciare? Spiega Salomon che una prima istituzione che dovrebbe essere creata proprio per gestire il passaggio è una Alta Autorità della transizione energetica dotata di poteri e mezzi:
Secondo punto: fissare visione e ritmo della transizione attraverso una legge quadro sull’energia, che dia una vera visibilità ai cittadini, alla collettività, agli imprenditori per evitare situazioni di stop an go o crisi. Questa legge dovrebbe essere sintetica, chiara e che definisca gli orientamenti per i prossimi 5-10 anni. Infine è necessario che le comunità locali rimettano le mani sulle loro risorse energetiche, chiave della regolazione dell’energia, della produzione e del consumo.
Sostanzialmente definisce nell’energia di transizione il passaggio alla microgenerazione il che può avvenire evidentemente in maniera agevole per tutte le piccole comunità. Ma questa sembra essere solo una parte della soluzione. Infatti Salomon precisa ancora:
Ci sono tre punti forti. Il primo ruota intorno alla sobrietà e l’efficacia che si traduce, ad esempio, in un grande programma di rinnovamento degli edifici. La sobrietà deve entrare a far parte dei piani di urbanizzazione, nella mobilità, nell’occupazione dello spazio. Secondo punto di forza: il passaggio verso le rinnovabili per tutte le necessità. Terzo punto di forza. la flessibilità delle rinnovabili grazie alla varietà i fonti. Se ognuno di noi usa 80 watt per sostenere il proprio metabolismo, di fatto consumiamo, almeno in Francia, 7000 watt per consumi energetici vari: casa, trasporti, industria. E’ qui che dobbiamo intervenire nel ridurre il consumo almeno del 40% attraverso un servizio energetico più efficiente. L’idea è ritornare a meno di 2000 watt ma ottenuti da energie rinnovabili.
Insiste Salomon sulla riduzione degli sprechi attraverso coibentazioni efficaci, ad esempio. E sostiene che per risparmiare sul riscaldamento, ad esempio, è sufficiente un buon isolamento termico dell’edificio perché abbassare la potenza consente di ottenere margini di manovra sulla rete. A mancare all’appello però la volontà politica di portare cittadini e stati verso il punto di transizione.
NegaWatt: diminuire i consumi di energia aumentando i servizi
I Verdi denunciano: liberalizzazioni, si approva la libertà di inquinare
Angelo Bonelli presidente della Federazione dei Verdi denuncia che nel Dl Liberalizzazioni si nasconde per imprenditori e imprese la possibilità di inquinare: usare fanghi provenienti da siti inquinati come materiali di recupero. Per legge. Dunque, l’art.48 che sembra all’apparenza innocuo, mette di fatto nell’ambiente una bomba a orologeria. La disposizione riguarda i dragaggi.
Con l’art.48 si consente che i fanghi e i materiali provenienti dai siti di interesse nazionale da bonificare perché altamente inquinati possono essere riutilizzati come materiale di recupero. In sintesi materiali che hanno alte presenze nocive come mercurio, cadmio, diossine. Pensate che a Porto Marghera nei fondali vi sono solventi organici aromatici, cloroformio, tetracloruro di carbonio, dicloroetano, tricloroetilene, percloroetilene, bromoformio ecc… Si capisce che la norma è stata scritta per compiacere operatori del settore…l’obiettivo chiaro è poter valorizzare economicamente i sedimenti dragati altamente inquinati che si trovano nei siti di interesse nazionale, aree che è la stessa legge a definire inquinate. Quindi l’obiettivo è quello di creare un business e di fare in modo che i sedimenti dragati siano assimilabili a meteriali di recupero secondo quanto previsto dal DM 5 febbraio 1998
In sostanza quel che era il materiale inquinato usato dalle ecomafie sia nel traffico illecito di rifiuti sia come diviene materiale inquinante ma autorizzato. Insomma un interramento di fanghi inquinati pari a quello attuato sulla BreBeMi sarebbe perciò, se approvata questa norma, assolutamente legale.
Questa la norma:
10. I materiali provenienti dal dragaggio dei fondali dei porti non compresi in siti di interesse nazionale, ai sensi dell’articolo 252 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni, possono essere immersi in mare con autorizzazione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 109, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. I suddetti materiali possono essere diversamente utilizzati a fini di ripascimento, anche con sversamento nel tratto di spiaggia sommersa attiva, o per la realizzazione di casse di colmata o altre strutture di contenimento nei porti in attuazione del Piano Regolatore Portuale ovvero lungo il litorale per la ricostruzione della fascia costiera, con autorizzazione della regione territorialmente competente ai sensi
dell’articolo 21 della legge 31 luglio 2002, n. 179.
Foto | Angelo Bonelli su Fb
I Verdi denunciano: liberalizzazioni, si approva la libertà di inquinare
Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?

Se ne parla ancora poco, ma il timore di una pandemia fra animali comincia ad essere sempre più concreto. Stiamo parlando del misterioso virus che colpisce in particolare gli ovini denominato Schmallenberg, il nome della cittadina tedesca nel quale è stato isolato per la prima volta nell’agosto scorso. Nel corso dell’estate si era diffuso fra Germania, Olanda e Belgio con centinaia di allevamenti coinvolti, ora la Veterinary Laboratories Agency ha confermato che il virus è sbarcato in Gran Bretagna, per la precisione in quattro allevamenti di ovini nel Norfolk, Suffolk e East Sussex.
Secondo i primi studi condotti la malattia si trasmetterebbe attraverso gli insetti ed è di difficile rilevazione fra gli animali adulti. Schmallenberg provoca aborti e malformazioni congenite negli ovini e in alcuni casi anche nei bovini, al momento non esistono cure né vaccini per impedirne il contagio.
Ci sono rischi per la salute umana? Le autorità per ora minimizzano: “Anche se ci sono ancora alcune incertezze, i rischi per la salute umana con il virus Schmallenberg virus paiono molto bassi”. Per il momento soltanto Messico e Russia hanno già vietato l’importazione di carni ovine e caprine e di animali vivi dai Paesi Bassi, ma anche la Cina ha chiesto informazioni alle autorità locali per capire come comportarsi di fronte a questa nuova potenziale e misteriosa pandemia. Intanto il ministro dell’Agricoltura, Mario Catania, non ha escluso con il contagio arrivi anche in Italia, ma ha cercato di rassicurare i consumatori:
Per ora non abbiamo casi. Ma non mi sento di escludere che arrivi anche da noi, essendo noi un paese importatore. Ci sono dei controlli, in base al giudizio degli esperti il virus non comporta ricadute sull’uomo, si tratta di un problema di gravità economica ma senza implicazioni sulla salute dei consumatori.
Via | Agi
Foto | Flickr CC
Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?
Dopo Fukushima – Nessuno vuole il nucleare, l’AEIA revisiona gli stress test

Gli stress test condotti dalla NISA, l’agenzia giapponese per il controllo del nucleare, non hanno convinto gran parte delle autorità locali che ospitano sul loro territorio uno dei tanti reattori ancora “spenti” dopo il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011. Oltre 10 mesi dopo l’incidente soltanto 5 dei 54 reattori giapponesi sono pienamente in funzione, la fiducia nella sicurezza dell’energia ricavato dall’atomo continua ad essere ai minimi storici. Nemmeno i test condotti, che avrebbero dimostrato come gli impianti siano sicuri, sembrano aver rassicurato la popolazione.
La AEIA ha inviato in Giappone un team di esperti che revisioneranno fino al 31 gennaio prossimo i protocolli utilizzati dalla NISA per i recenti stress test. Non si tratta di un’iniziativa dell’organizzazione con sede a Vienna, ma di un’esplicita richiesta del governo giapponese evidentemente ansioso di corroborare la validità delle conclusioni ottenute. James Lyons, capo della AIEA, ha spiegato: “Stiamo conducendo un’approfondita revisione della metodologia e dell’approccio utilizzato, come richiesto delle autorità giapponesi”.
Secondo la NISA tutti gli impianti sono perfettamente in grado (almeno ora, viene da dire) di resistere perfettamente alle sollecitazioni che hanno causato l’incidente di Fukushima, sia il terremoto di magnitudine 9.0 sia un eventuale tsunami. Il timore del governo è che il prolungato stand-by di 49 centrali nucleari provochi una crisi dovuta alla mancanza di energia, ma per il momento le rassicurazioni dell’autorità per l’energia nucleare locale non hanno sortito l’effetto sperato e sono tanti i governatori che si rifiutano di autorizzare il nuovo avvio delle attività. L’AEIA non ha intenzione di interferire, nonostante sia evidente il tentativo di “metterla in mezzo”: “La totale responsabilità della decisione sul riavvio delle centrali è del governo giapponese, noi non esprimeremo un giudizio in merito”. Il più classico degli scaricabarile.
Foto | © TM News
Via | Guardian
Dopo Fukushima – Nessuno vuole il nucleare, l’AEIA revisiona gli stress test
Costa Concordia, il CNR rilascia la simulazione dell’inquinamento in mare

Franco Gabrielli, capo della protezione civile ha da meno di un ora autorizzato le operazioni di recupero carburante dalla Costa Concordia. Il CNR ISTI ha predisposto le simulazioni nel caso questo carburante vada perso nell’ecosistema marino. Cosa vuol dire: che forse le operazioni di recupero non sono sicure? Vuol dire, in verità che è meglio essere preparati, poiché sono da recuperare stivati in 24 serbatoi a tenuta stagna del relitto 2.400 tonnellate di IFO380.
La Costa Concordia nonostante traballi sembra essere sicura e dunque Gabrielli ha disposto accanto alle operazioni di ricerca di persone anche le prime procedure per il recupero di carburante. Il CNR- ISTI dunque ha messo a punto la simulazione di perdita carburante che potete vedere qui. Leggo dal comunicato stampa del CNR:
La simulazione, effettuata sulla base di un modello matematico originale, è stata sviluppata dal partner CIMA e costituisce una delle funzioni del Sistema Informativo Marino sviluppato dal CNR-ISTI. La simulazione prevede uno scenario con continuo rilascio di combustibile dalla nave (0,014 m3/s) nel corso di due giorni, dove vento e moto ondoso costituiscono le forze che guidano il processo. Si presume che tutto il carburante fuoriesca a livello della superficie dell’acqua. L’errore attuale assunto è circa il 15%. Le particelle di combustibile che raggiungono la riva vengono di nuovo riversate in mare invece di essere sottoposte a spiaggiamento o scomparire. Questo è giustificato dalla particolare conformazione costiera del Giglio, di tipo roccioso, ma si è anche assunto un approccio conservativo con riferimento alla quantità di sostanze in circolazione, che rimane sempre la massima possible. I processi di evaporazione, emulsificazione etc. non sono considerati per fornire un dato rapidamente in quanto il modello completo prevede un tempo di calcolo consistente (già in fase di sviluppo).
La necessità di un sistema di simulazione di perdita carburante nasce dall’elevato traffico marittimo. Nella sua nota stampa il CNR scrive che ogni giorno 2000 traghetti, 1500 navi merci e 2000 navi commerciali di cui 300 sono navi cisterna attraversano attraversano il Mar Mediterraneo. Ogni giorno nel Mare Nostrum transitano 350M di tonnellate di petrolio. In questo scenario si muove ARGOMARINE (Automatic Oil Spill Recognition and Geopositioning integrated in a Marine Information System) progetto europeo del settimo programma quadro che ha per obiettivo un sistema integrato di monitoraggio di traffico e di inquinamento sopratutto nelle zone sensibili. Grazie a questo sistema sia nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano sia nel Parco Nazionale di Zacinto ossia nello specchio di acqua interessato dall’eventuale perdita di carburante di Costa Concordia sono immersi sott’acqua diversi sensori quali: SAR, iperspettrali, termici, acustici, nasi elettronici. Il flusso di dati viene poi analizzato dagli scienziati del CNR-ISTI.
Costa Concordia, il CNR rilascia la simulazione dell’inquinamento in mare
