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Dopo il picco del petrolio, il picco del legno

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deforestazione picco legno

Lo sfruttamento delle foreste tropicali, ai ritmi attuali, è insostenibile. Ad ipotizzare un picco del legno, seguito da un declino inarrestabile, è un recente studio condotto dall’Australian National University, pubblicato sulla rivista Biological Conservation.

Philip Shearman, una delle firme, spiega che nelle Filippine ed in Thailandia la produzione è già in calo. Anche lo sfruttamento forestale definito sostenibile di sostenibile a conti fatti ha ben poco. Gli autori hanno analizzato il caso delle Isole Salomone, emblematico di uno sfruttamento selvaggio delle foreste. Scrivono i ricercatori:

Il tempo necessario a una foresta tropicale per ripristinare biomassa, volume del legno e biodiversità è stato stimato in diversi modi, e varia da 45 a 500 anni, ma gli alberi più grandi possono avere età comprese tra qualche decennio e mille anni. Questo fa capire quanto i cicli applicati di solito di 30-35 anni siano insufficienti.

Nelle Isole Salomone, l’estrazione del legname si è verificata ad un tasso di gran lunga superiore alla capacità delle foreste di rigenerarsi e questo sta accadendo in numerose altre aree del Pianeta. Per concedere respiro alle foreste (e a noi di conseguenza), la pausa, secondo gli scienziati, dovrebbe arrivare a sfiorare perlomeno i cinquant’anni.

La richiesta sempre maggiore di legname porta invece i boscaioli ad inoltrarsi nelle foreste vergini per mantenere elevata la produzione. I ricercatori sottolineano che la deforestazione è responsabile di quasi il 20% delle emissioni annuali di gas serra rilasciate dalle attività umane.

Via | BBC
Foto | Flickr

Dopo il picco del petrolio, il picco del legno

Bolivia, il giaguaro (r)esiste malgrado tutto

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giaguaro cuccioli bolivia

Nei giorni scorsi, una femmina di giaguaro è stata immortalata in compagnia dei suoi due cuccioli in Bolivia, esattamente nei pressi della Isoso Station del gasdotto Santa Cruz-Puerto Suarez, all’interno del Kaa Iya National Park.

Si tratta di una delle foreste meglio conservate della Bolivia. Il giaguaro, soprannominato Kaaiyana, da oltre un mese viene avvistato in quell’area e secondo gli esperti della Wildlife Conservation Society da almeno sei anni gravita intorno al parco con i suoi cuccioli.

Secondo John Polisar, coordinatore del programma di conservazione dei giaguari della Wildlife Conservation Society, il fatto che il giaguaro non si spaventi alla vista degli umani, testimonia l’assenza di cacciatori nell’area. Inoltre, che la madre abbia scelto l’area per crescere i cuccioli denota una grande abbondanza di cibo nel parco.

Via | Wildlife Conservation Society
Foto| Daniel Alarcon

Bolivia, il giaguaro (r)esiste malgrado tutto

SOS pesci: quali si possono consumare e quali no

Abbiamo dato più volte, su queste pagine, l’allarme per la pesca eccessiva . Lo stress sugli stock ittici comporta l’ estinzione di molte specie a causa di un’attività che toglie dal mare più pesci di quanti ne nascano. Molto spesso, anche involontariamente, alcuni pescatori finiscono con il prendere pesci diversi da quelli a cui davano la caccia, a volte perché utilizzano metodi illegali

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SOS pesci: quali si possono consumare e quali no

Lista rossa IUCN

Lista rossa IUCN La  Lista rossa IUCN (  IUCN Red List of Threatened Species ) istituita nel 1948, è il più ampio database esistente al mondo sullo stato di conservazione della biodiversità animale e vegetale. L’ Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ( International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources , IUCN), è l’ente responsabile della sua compilazione annuale.I circa 7500 scienziati della Commissione per la salvaguardia delle specie (IUCN Species Survival Commission, SSC) hanno il compito di raccogliere ed aggiornare costantemente i dati per redigere la lista. Trattasi di  un team di biologi, botanici, zoologi, fitosociologi, entomologi etc., che prestano parte del loro lavoro scientifico all’IUCN in maniera totalmente gratuita .

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Lista rossa IUCN

Sviluppo sostenibile

Sviluppo sostenibile Il concetto, dall’anno della sua prima formulazione, nel 1987, ha acceso un vivace dibattito che ha portato e revisionarlo, ampliarlo ed estenderlo. Secondo la prima definizione elaborata nel rapporto Brundtland (dal nome della presidente della Word Commission on Environment and Development WCED, la norvegese  Gro Harlem Brundtland del 1987), poi ripresa nella Conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo ONU lo sviluppo sostenibile è: uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie. Una successiva definizione di sviluppo sostenibile, che estende il concetto ad una visione globale, venne fornita, nel 1991 dalla  World Conservation Union , nell’ambito dell’Environment Programme and World Wide Fund for Nature, che lo identificò come: un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende

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Sviluppo sostenibile

Se l’animale è brutto gli scienziati non lo studiano

Animali brutti, gli scienziati li snobbano

Una curiosa ricerca condotta da Morgan J. Trimble della Università di Pretoria (Sudafrica) ha cercato di stabilire se in Natura esistono animali brutti. Lo studio è stato pubblicato su Conservation Biology e la conclusione è tutt’altro che scontata: è la scienza a preoccuparsi del fattore estetico che sembrerebbe influenzare anche la stessa ricerca.

Animali brutti, gli scienziati li snobbano

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In poche parole, sembra che gli scienziati studino quegli animali più vicini agli standard di bellezza umani. Ha rilevato il prof. Trimble che:

Tra il 1994 e il 2008, ben 1.855 ricerche scientifiche sono state dedicate agli scimpanzé, 1.241 ai leopardi e 562 ai leoni. Per il Lamantino africano, un mammifero acquatico certo non affascinante quanto un grande felino, i paper scientifici prodotti negli anni presi in considerazione da Trimble sono stati solamente 14. Il lamantino è l’animale meno studiato tra i mammiferi di grandi dimensioni e una sorte simile spetta a molti altri animali poco avvenenti, cui il New York Times ha da poco dedicato un lungo articolo.

Nell classifica umana degli animali più brutti compare la talpa dal muso stellato. Spiega Denis Dutton, docente di filosofia dell’arte presso la Univeristy of Canterbury in Nuova Zelanda:

Nessuno direbbe che la talpa dal muso stellato è brutta se i suoi tentacoli fossero blu elettrico. Ma la somiglianza del suo naso rosato con il colore della carne umana sovverte le nostre aspettative e diventa una violazione perversa dei valori che abbiamo per definire ciò che costituisce la pelle umana sana o normale.

Insomma, il problema è tutto nostro, di noi umani, intendo. Magari per una talpa stellata avere i tentacoli più o meno rosa costituisce un carattere di bellezza.

Via | NYT, Il post
Foto | Flickr, messing about boats,Holger , St Mattews, LolaRudin, Duckie2318,, Algofarm

Se l’animale è brutto gli scienziati non lo studiano

Strage di antilopi in Kazakhstan: 12.000 esemplari morti su 26.000

Strage di antilopi in Kazakhstan: 12.000 esemplari morti su 26.000

L’antilope saiga è al centro di un dramma ecologico in Kazakhstan: di questo animale in via d’estinzione, nel 2009, se ne contavano appena ventiseimila esemplari ma nelle ultime settimane ne sono morti ben dodicimila. Una vera e propria strage.

A lanciare l’allarme è stata la International Union for Conservation of Nature (IUCN): questa particolare antilope, a partire dalla caduta dell’impero sovietico, è stata oggetto di un pesante bracconaggio che ne ha ridotto la popolazione ai minimi termini. Ora, però, a minacciarne la definitiva scomparsa non è la caccia indiscriminata e illegale ma un batterio.

Tutti gli esemplari morti, infatti, sono risultati affetti da Pasteurellosi, una infezione dovuta ad un batterio che normalmente vive nelle vie respiratorie di molti animali senza creare grossi problemi di salute.

Solo in caso di forti stress o malnutrizione diventa pericoloso e può portare alla morte dell’animale. Nel caso delle antilopi kazake, quindi, assai probabilmente si tratta di un mix di concause che hanno portato alla strage.

Il problema, però, è che sulle cause ad oggi ci sono solo supposizioni ed è impossibile mettere in atto una efficace strategia per fermare lo sterminio di questo curioso animale dal bruttissimo naso. Il rischio, serio, è che dove non sono arrivate le doppiette arrivi una serie di cause che resteranno per sempre sconosciute: all’estinzione definitiva dell’antilope saiga.

Con buona pace della biodiversità.

Via | IUCN
Foto | Flickr

Strage di antilopi in Kazakhstan: 12.000 esemplari morti su 26.000

Argentina, la moria sconosciuta dei cuccioli di balena

La strana moria dei cuccioli di balena in argentina

Una sorta sindrome sconosciuta sta colpendo i cuccioli di balena argentina. I decessi negli ultimi mesi sono stati numerosi e gli scienziati sono in allarme. Muoiono sopratutto i piccoli con meno di tre mesi. I motivi sono da ricercarsi in una serie di concause ambientali e patogene. Dal 2005, sono deceduti 308 piccoli di balena nella Penisola di Valdes, zona storicamente usata dalle femmine per andare a partorire. L’88% delle balene decedute erano cuccioli con meno di tre mesi e il 28% di tutti i cuccioli presenti nella regione.

Intanto gli esperti del WCS, Wildlife Conservation Society, si incontrano oggi a Puerto Madryn in Provincia di Chubut. Ha detto Marcella Uhart associate director del Global Health Program di WCS:

Dobbiamo esaminare criticamente le possibili cause di questo aumento della mortalità dei piccoli in modo che possiamo cominciare ad esplorare le possibili soluzioni. Trovare la causa può richiedere un ampliamento delle attività di monitoraggio.

Via | News Discovery



Excerpt from:
Argentina, la moria sconosciuta dei cuccioli di balena