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Auto elettriche: senza le rinnovabili inquinano di più
Su Ecoblog lo abbiamo detto più volte: l’introduzione delle auto elettriche, allo stato attuale delle cose quindi senza una rete elettrica supportata da una considerevole quota percentuale di rinnovabili, non risolverebbe un bel nulla in termini di riduzione di emissioni di gas a effetto serra. La loro introduzione porterebbe soltanto ad uno spostamento delle emissioni dal tubo di scarico delle auto a quello delle centrali. Per intenderci: direste mai che chi per scaldare l’acqua di casa utilizza uno scaldabagno elettrico sia ambientalmente più virtuoso rispetto ad un’altro che invece utilizza un boiler a gas o gasolio?
Ovvio che no; tuttavia per dar credito alla cosa vi riporto notizia di un interessante studio tedesco su questo tema da cui scaturirebbe addirittura che, allo stato attuale delle cose (quindi con gli attuali mix energetici dei diversi Stati), con l’avvento delle auto elettriche non soltanto la situazione in termini di emissione non cambierebbe di una virgola, ma addirittura si inquinerebbe di più rispetto alla situazione attuale con circolazione di veicoli a combustione interna.
Tradotto in parole povere: o si interviene sulle reti elettriche e si gettano le basi per agganciare quanti più impianti aleatori possibili (fotovoltaici ed eolici), permettendo quindi ricariche a vero basso impatto ambientale, o effettivamente l’avvento delle auto elettriche sarà mera illusione in termini di emissioni. In considerazione dei risultati emersi dal rapporto emerge inoltre una distorsione della normativa europea per quanto riguarda il sistema dei “super crediti” ovvero il piano di incentivazione per produzione di auto elettriche indirizzato alle case automobilistiche.
Per chi non lo sapesse questo meccanismo consente ai produttori di usare la vendita di veicoli elettrici per compensare la continua produzione di automobili a elevate emissioni: per ogni auto elettrica venduta, i costruttori possono vendere oltre tre veicoli ad alta emissione senza conteggiarli ai fini del calcolo delle emissioni di CO2. In sostanza lo studio che con i mix energetici di ricarica presenti nel vecchio continente si tratterebbe di un’incentivazione ad inquinare di più; insomma un vero e proprio controsenso.
Detto questo, la programmazione dell’Ue dovrebbe quindi partire dal creare i presupposti affinché la produzione dell’elettricità necessaria alle macchine avvenga quanto più da impianti rinnovabili e non a far circolare quante più auto elettriche possibili. Per far questo sarà necessario calcare l’acceleratore soltanto verso una direzione: diffusione di smart grid e diffusione di impianti di energia rinnovabile; è questa la condicio sine qua non per poter considerare senza se e senza ma l’auto elettrica come un vero mezzo a basso impatto ambientale.
La mobilità del futuro vista dai costruttori di automobili

KPGM ha pubblicato i risultati di un sondaggio internazionale sull’efficienza energetica delle autovetture e sulla loro futura adattabilità ecologica e sostenibile ma in un ambiente sempre più urbanizzato. La ricerca è stata richiesta dalle industrie automobilistiche che si interrogano su quale dovrà essere l’auto del futuro. A leggere i risultati si capisce che gli interessi dell’industria sono molto lontani dalle necessità dei consumatori e ancor di più da quelli dell’ambiente. Sopratutto per i più giovani, nonostante gli spot martellanti e cretini (rompi le regole, vogliamo spendere sfacciatamente di più…e altre amenità simili) la necessità è sì avere un veicolo ma sopratutto, come per i telefonini, contano molto i servizi inclusi che sono poi quelli che fanno la differenza e orientano gli acquisti. Non è necessario, poi, che il veicolo sia di esclusiva proprietà, vanno bene anche soluzioni come il leasing o il car-sharing.
Lo studio vede a confronto dunque le risposte dei dirigenti dell’industria dell’auto e dei clienti. I primi hanno sostenuto che un miglioramento del motore a combustione resta la pista più promettente proprio per migliorare l’efficienza energetica dei veicoli e ridurre le emissioni di CO2. A lungo termine le vetture elettriche saranno un fattore di differenziazione importante e suscettibile nel discriminare la competitività. Ma lo studio conferma la grande incertezza dei costruttori riguardo le tecnologie che ci forniranno la mobilità nel 2025. Le incertezze riguardano anche la rapidità di evoluzione di un mercato che volge verso le tecnologie dell’elettrico. Sui mercati l’introduzione di nuove tecnologie sembra facilitata dai vincoli ambientali legati alla forte urbanizzazione e alla crescita di un grande timore per la dipendenza dalle energie fossili. Rispetto a tutte queste incertezze i veicoli ibridi appaiono, al 65% dei dirigenti come una transizione ideale verso soluzioni più evolute di ibridi ricaricabili o veicoli che funzionano esclusivamente a batteria elettrica.
Il mercato dovrà egualmente adattarsi all’evoluzione degli stili di vita. Difatti ai giovani cittadini interessa sempre meno la piena proprietà del veicolo ma di contro vogliono un maggior numero di servizi. Così il 30% degli intervistati suggerisce ai costruttori di proporre piuttosto che autovetture in vendita, l’affitto o infrastruttire integrate, trasporto pubblico ecc.
Via | Actu-Environnement
Foto | Flickr
Mobilità sostenibile: per l’anno 2011 l’Italia resta ferma al palo
Che l’Italia non fosse un Paese particolarmente lungimirante sul fronte della mobilità sostenibile non lo scopriamo certo oggi, tuttavia se negli anni scorsi potevamo segnalare miglioramenti (seppur poco significativi) di alcuni importanti indicatori, per l’anno in corso assistiamo invece ad un vero e proprio quadro recessivo del panorama nazionale per quanto riguarda quasi tutte le soluzioni di trasporto alternativo all’auto privata.
A rivelarcelo è il rapporto 2011 di Euromobility, pubblicato qualche giorno fa, dove emerge chiaramente una situazione decisamente al di sotto delle aspettative e dagli scenari tutt’altro che positivi. I numeri sono sconfortanti: su tutti il trasporto pubblico locale (ancora inefficiente nella maggior parte delle città italiane) e soprattutto le auto private che continuano a fare la parte del leone nei centri urbani, responsabili, si evince dal rapporto, di più di ottomila morti anno per le polveri sottili (soltanto 13 città su 50 sarebbero in regola con le emissioni di PM10).
A preoccupare, oltte questi aspetti, sono le sfide per il futuro, quelle stesse sfide che in altre parti d’Europa si stanno rivelando vincenti, mentre qui sembrano essere degli autentici fallimenti. Il car sharing per esempio i cui numeri erano e rimangono striminziti: 113 auto a Torino, 105 a Roma, 86 a Milano, 73 a Genova, 47 a Venezia, 36 a Palermo. A Bruxelles, giusto per fare una comparazione ci sono 227 auto per 140.000 abitanti, a Brema 167 auto per 547.000 abitanti, a Monaco 345 auto per 841.000 abitanti.
Ma anche per quanto riguarda l’utilizzo della bicicletta il confronto con altre realtà non regge: a Bruxelles per esempio ci sono 2.500 bici collettive con 180 stazioni, a Parigi oltre 20.000 bici con 1.800 stazioni, a Lione 4.000 con 340 stazioni, a Barcellona oltre 6.000 bici con 428 stazioni, a Siviglia 2.500 bici con 250 stazioni, a Londra oltre 6.000 bici con 400 stazioni.
In Italia, giusto per capirci, solo Milano dispone di un numero significativo di mezzi con due ruote: 1.400 bici, il resto sono cifre esigue. Ma anche a livello di pianificazione il quadro è preoccupante: il Mobility Manager, ovvero la figura professionale, ufficialmente obbligatoria per legge, che avrebbe dovuto curare l’aspetto della mobilità alternativa a livello urbano, continua a latitare: il numero degli stessi infatti non aumenta rispetto all’anno precedente; sono ancora parecchie infatti le città che non se ne sono ancora dotate all’interno della propria pubblica amministrazione.
Il rapporto esamina anche la qualità dell’aria delle città italiane per quanto riguarda le polveri sottili. Ancona ha registrato il maggior numero di superamenti (140 rispetto ai 35 consentiti), seguita da Torino (131). La media annuale di PM10 più elevata si è registrata a Torino (50 microgrammi al metro cubo, superiore al limite consentito di 40), seguita da Ancona (48,4) e Napoli (48.0). L’aria più buona si respira invece a Genova, dove si sono registrati solo 5 superamenti, e a Potenza, che ha una media annuale di 22 microgrammi al metro cubo.
Ovviamente sono questi ultimi dei dati da prendere con le pinze, nel senso che le città più esposte al vento e vicino al mare indipendentemente dalle misure adottate in tema di mobilità, fanno ovviamente registrare i valori migliori. In questa guerra fra poveri infine segnaliamo Torino come vincitrice in quanto a mobilità; magra consolazione per la città piemontese ancora distante, come potrete osservare dal rapporto, dagli standard di altre città d’Europa.
Via | Euromobility.org
Foto | Flickr
Mobilità sostenibile: per l’anno 2011 l’Italia resta ferma al palo
Smog a Milano, lavaggio strade e riduzione velocità più efficaci del blocco del traffico

Il neoministro all’ambiente Corrado Clini ha detto la sua sul blocco totale del traffico a Milano. Misura drastica, decisa dall’amministrazione Pisapia per il 9 ed il 10 dicembre scorso, nata dall’esigenza di contenere l’inquinamento da PM10, a seguito dell’ennesimo sforamento dei livelli di guardia registrato dall’ARPA.
Bloccare il traffico, secondo Clini, non è una misura sufficiente ed incisiva per limitare lo smog. Il vero problema, ha spiegato Clini, è che il trasporto delle merci avviene all’80% su gomma. Occorre dunque intervenire su questo fronte per ottenere risultati concreti. Inoltre, nel Centro-Nord, bisogna intensificare e migliorare i collegamenti ferroviari tra le diverse città. Clini ha promesso di attivarsi per il potenziamento del trasporto pubblico e per la riduzione delle sorgenti di emissioni.
Intanto a Pisapia i commercianti hanno consegnato carbone. La chiusura al traffico, lamentano, ha fatto registrare un calo del 60% delle vendite il 9 ed il 10 dicembre. La Confcommercio Milano e la Confesercenti Milano pensano che si tratti di una mera operazione d’immagine, inutile per la lotta all’inquinamento ed altresì dannosa per l’economia milanese, già messa a dura prova dalla crisi.
Le associazioni dei commercianti affermano che il 60% del PM10 si compone di polveri secondarie, citando le anticipazioni di uno studio commissionato al Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica:
Misure immediate efficaci sarebbero perciò la pulizia dell’asfalto con la riduzione della velocità dei veicoli. Nel lungo termine, invece, la sperimentazione del materiale assorbente. Sarebbe perciò più utile lavare con maggiore frequenza le strade e ridurre la velocità per avere risultati immediati di abbattimento del PM10.
Foto | Flickr
Via | Unione Milano
Smog a Milano, lavaggio strade e riduzione velocità più efficaci del blocco del traffico
Aumenta la benzina per finanziare il trasporto pubblico: ma la bicicletta no?

Stando così le cose, ossia ulteriori accise sulla benzina per finanziare il trasporto pubblico (Debora Billi ne scrive su Petrolio), chiedo: non conviene abbandonare, ove possibile l’uso delle autovetture e moto e orientarsi vero mezzi sostenibili? Insomma, il Governo Monti perché non dirotta questi spiccioli verso biciclette e piste ciclabili che costano poco, pochissimo?
Da gennaio 2012, infatti, le Regioni potranno applicare una propria (ulteriore) accisa pari a 1 centesimo per litro da destinare appunto ai mezzi pubblici. L’idea di per sé, ossia non abbandonare definitivamente allo sfascio il trasporto pubblico ha senso; ha meno senso forse grattare dal fondo del barile (di petrolio) spiccioli da riservargli. Ma sapranno le Regioni usare quest’occasione? O al solito sfrutteranno le magre risorse in maniera irrazionale?
In ogni caso la crisi forse ci può offrire l’occasione per risparmiare e lasciare a casa autovetture e motociclette quando non servono. L‘economia della bicicletta potrebbe davvero aiutarci a risparmiare soldi e a restituirci città meno inquinate. Ma la bici proprio no? Eh?
Foto | Flickr
Aumenta la benzina per finanziare il trasporto pubblico: ma la bicicletta no?
A Nizza e Costa Azzurra 210 auto elettriche per il car sharing
Nizza e la Costa Azzurra si attrezzano per la mobilità sostenibile con 210 auto elettriche divise in 70 stazioni entro il 2012. Il progetto si chiama autoblue e di fatto è un car sharing o come dicono i francesi autopartage e il servizio è prenotabile dal loro sito web. L’obiettivo è sia ridurre il parco auto di Nizza e della Costa Azzurra, sia diminuire l’inquinamento cittadino, ma continuare a garantire comunque la mobilità privata.
Per ora le stazioni disponibili sono 16 attrezzate con 51 auto e i prezzi sono interessanti: per 4 ore al mattino si pagano 20 euro, mentre l’abbonamento mensile di 10 ore costa 50 euro. In ogni stazione sono previste due postazioni per la ricarica di auto elettriche dei privati.
Via | la Tribune Auto, Technologic vehicles
A Nizza e Costa Azzurra 210 auto elettriche per il car sharing
Risparmio energetico: bandire le auto come le buste di plastica?

Leggo con piacere su Vanity Fair di questa settimana (Nr.13 pag.16), settimanale femminile molto letto, un bel editoriale firmato da Antonio Galdo a proposito di risparmio energetico, e di come l’automobile potrebbe essere trattata al pari delle buste di plastica, bandite dagli esercizi commerciali dallo scorso 1° gennaio.
Ma prima di arrivare a sbrogliare il legame tra auto e sacchetto di plastica conosciamo chi è Galdo. E’ un giornalista, già direttore de L’Indipendente, collaboratore di Enzo Biagi nonché autore per la Tv, che ha recentemente pubblicato un libro (Basta Poco, Einaudi, pag. 180 Euro 16,50, che non ho ancora letto però) a proposito del risparmio energetico e della follia dello scialo che affligge l’Occidente.
E’ curioso che un giornalista di rango come lui, compenetrato com’è nelle mille vicissitudini politiche di questo disgraziato Paese, decida di evitarci pistolotti di ogni sorta e viri decisamente verso l’ambiente. Ma a leggere il suo editoriale mi si chiariscono i motivi: Galdo è incazzato nero con la pazzia consumistica dei nostri giorni. Esempi? L’uso sconsiderato dell’automobile; nota che il 31% degli italiani la usa per farci meno di 2 Km al giorno, pagando però tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria; luci sempre accese (verificate se non in casa vostra, in uffici e supermercati); riscaldamenti a palla; condizionamento d’estate a palla; computer e ogni genere di gadget elettronico in stand by (continuate a non guardare in casa vostra ma tra le scrivanie delle migliaia di uffici pubblici e privati).
Scrive Galdo:
Il risparmio energetico non è uno slogan, è una necessità che si traduce in un contributo immediato per il miglioramento del Paese. Pensate: siamo stati i più grandi consumatori in Europa di sacchetti di plastica per fare la spesa, ne compravamo quasi uno al giorno, a testa, e da quando sono finiti fuori legge, dal primo gennaio di quest’anno, nessuno li rimpiange.
Galdo avvisa che non è necessario trasformarsi in moderni francescani, piuttosto biosogna re-imparare la sobrietà e possibilmente imparare dai cittadini di Manhattan a New York dove il 77% dei residenti non ha l’auto. Lo abbiamo dimostrato con i sacchetti di plastica: nessuno ha nostalgia per lo spreco. Buttiamo via (differenziandole si intende!) le auto inutili?
Foto | Flickr
Risparmio energetico: bandire le auto come le buste di plastica?
Auto elettriche: l’Italia resta ferma al palo
Leggevo con una certa curiosità alcuni dati riportati dal sito Assicurazione.it, secondo i quali l’introduzione dell’auto elettrica in Italia al momento è pura utopia. Nulla di ciò che già non si sapesse ovviamente, eppure fa un certo effetto osservare che mentre da altre parti (come molto spesso accade) si cominciano ad intravedere iniziative di sovvenzione all’acquisto di veicoli elettrici, nel nostro Paese tutto prosegua nel silenzio più assordante. Da quanto si legge infatti le auto alimentate con combustibili alternativi guidate in Italia da privati sono appena il 4% (numero fermo da due anni) del parco auto circolante, con le elettriche che rappresentano soltanto una parte infinitesimale di questa già esigua percentuale.
Da alcune indagini, fanno sapere da Assicurazione.it, sembrerebbe però che gli italiani abbiano un forte interesse verso le auto elettriche; tuttavia l’acquisto di questi veicoli sarebbe frenato da due ostacoli: innanzitutto i prezzi troppo alti (oltre che una certa reticenza sulle prestazioni) e in secondo luogo le poche stazioni di rifornimento per questo tipo di mezzi. Come cambiare questo trend? Qualcuno fa notare che in questo quadro con poche speranze di sviluppo all’orizzonte manchino due cose fondamentali ovvero l’introduzione degli incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici (ben presenti in altre realtà) e l’installazione di un numero adeguato di colonnine di ricarica, condizione senza la quale la mobilità elettrica non potrà mai avere lo start-up.
Nonostante tutto, pur condividendo questa tesi, credo che bisognerebbe guardare oltre e tenere a mente che per lanciare la mobilità elettrica servirebbe prima di tutto un vero piano energetico nazionale; non dimentichiamoci infatti che l’elettricità rappresenta un vettore e non una fonte quindi come tale va prodotta, problema quest’ultimo forse troppo spesso sottovalutato dagli addetti ai lavori. Vi immaginereste se soltanto un terzo dei nostri automobilisti decidesse nei prossimi dieci anni di acquistare un veicolo elettrico? Di quanto aumenterebbe la domanda di elettricità nel Paese?
A tal proposito credo che prima di tutto si dovrebbe iniziare a parlare del problema energetico e della messa a punto di un piano a lungo termine a 360 gradi anziché dare una visione semplicistica delle cose facendo ruotare la questione dell’approvvigionamento soltanto attorno alla questione nucleare e al taglio degli incentivi alle rinnovabili. Forse soltanto con la messa a punto di un piano energetico nel lungo periodo si riuscirà un giorno anche qui da noi a portare avanti discorsi complessi come per esempio quello della conversione del settore trasporti alla mobilità elettrica.
Via | Assicurazione.it
Foto | Flickr
Auto elettriche: l’Italia resta ferma al palo
Leggevo con una certa curiosità alcuni dati riportati dal sito Assicurazione.it, secondo i quali l’introduzione dell’auto elettrica in Italia al momento è pura utopia. Nulla di ciò che già non si sapesse ovviamente, eppure fa un certo effetto osservare che mentre da altre parti (come molto spesso accade) si cominciano ad intravedere iniziative di sovvenzione all’acquisto di veicoli elettrici, nel nostro Paese tutto prosegua nel silenzio più assordante. Da quanto si legge infatti le auto alimentate con combustibili alternativi guidate in Italia da privati sono appena il 4% (numero fermo da due anni) del parco auto circolante, con le elettriche che rappresentano soltanto una parte infinitesimale di questa già esigua percentuale.
Da alcune indagini, fanno sapere da Assicurazione.it, sembrerebbe però che gli italiani abbiano un forte interesse verso le auto elettriche; tuttavia l’acquisto di questi veicoli sarebbe frenato da due ostacoli: innanzitutto i prezzi troppo alti (oltre che una certa reticenza sulle prestazioni) e in secondo luogo le poche stazioni di rifornimento per questo tipo di mezzi. Come cambiare questo trend? Qualcuno fa notare che in questo quadro con poche speranze di sviluppo all’orizzonte manchino due cose fondamentali ovvero l’introduzione degli incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici (ben presenti in altre realtà) e l’installazione di un numero adeguato di colonnine di ricarica, condizione senza la quale la mobilità elettrica non potrà mai avere lo start-up.
Nonostante tutto, pur condividendo questa tesi, credo che bisognerebbe guardare oltre e tenere a mente che per lanciare la mobilità elettrica servirebbe prima di tutto un vero piano energetico nazionale; non dimentichiamoci infatti che l’elettricità rappresenta un vettore e non una fonte quindi come tale va prodotta, problema quest’ultimo forse troppo spesso sottovalutato dagli addetti ai lavori. Vi immaginereste se soltanto un terzo dei nostri automobilisti decidesse nei prossimi dieci anni di acquistare un veicolo elettrico? Di quanto aumenterebbe la domanda di elettricità nel Paese?
A tal proposito credo che prima di tutto si dovrebbe iniziare a parlare del problema energetico e della messa a punto di un piano a lungo termine a 360 gradi anziché dare una visione semplicistica delle cose facendo ruotare la questione dell’approvvigionamento soltanto attorno alla questione nucleare e al taglio degli incentivi alle rinnovabili. Forse soltanto con la messa a punto di un piano energetico nel lungo periodo si riuscirà un giorno anche qui da noi a portare avanti discorsi complessi come per esempio quello della conversione del settore trasporti alla mobilità elettrica.
Via | Assicurazione.it
Foto | Flickr
La Bmw M3 consuma meno di una Toyota Prius?
L’altro ieri, sul satellite, hanno trasmesso una vecchia puntata di “Top Gear”, programma inglese di culto per gli appassionati di auto sportive. Sebbene si tratti di materiale del 2008 l’argomento trattato è ancora attualissimo: i reali consumi, e il reale inquinamento, delle auto ibride. Il servizio di Top Gear era chiaramente realizzato per smontare qualunque entusiasmo sulle ibride e, in particolare, sulla Toyota Prius.
La prima parte della questione verteva su quanto è inquinante il processo di produzione dell’auto, specialmente le batterie. Con una cartina geografica hanno fatto vedere quante migliaia di Km fanno i vari pezzi della batteria prima di arrivare in Giappone. La seconda parte era un test drive comparativo tra la Prius e una supersportiva come la Bmw M3.
Precisando che si tratta, per entrambe le vetture, dei modelli in vendita nel 2008 va notato che il test drive lo hanno fatto come fanno tutti gli altri test quelli di Top Gear: acceleratore a tavoletta e su circuito. Risultato: a pari velocità la Bmw M3 ha fatto 6.8 Km con un litro mentre la Prius solo 6.
Verrebbe da dire: se vogliamo risparmiare carburante, compriamo tutti l’M3. In realtà l’intero servizio di Top Gear era una completa idiozia e vale la pena parlarne solo perché gli argomenti portati tre anni fa sono ancora molto in voga. Partiamo dai Km percorsi dalla batteria prima di percorrere il primo Km: a pensarci bene anche il resto dei componenti della Prius, come anche quelli della M3 come quelli della Ford Fiesta o della Fiat Punto, girano mezzo mondo prima di essere assemblati.
La Prius, essendo ibrida, ha l’handicap ambientale dei processi chimici necessari a realizzare la batteria. Un problema che Toyota sta iniziando a ridimensionare riciclando le batterie, ma che merita ulteriori studi e ricerche per essere superato.
Per quanto riguarda le percorrenze, invece, vedendo quella puntata di Top Gear cadono le braccia visto che, alla fine, la risposta se la danno da soli: non importa che auto guidi, importa come la guidi. E infatti, su quel circuito, la Prius era al massimo dei giri e con le ruote che fischiavano mentre la M3 passeggiava in sesta al minimo.
Vi sembra strano che la seconda abbia consumato meno della prima? A me sembra strano (anzi no) che qualcuno spenda dei soldi per realizzare test drive del genere…
P.S. se una M3 realmente consuma meno di una Prius, come mai la Bmw ha appena annunciato il suo nuovo brand ecologicocon le auto elettriche e ibride i3 e i8?
Via | YouTube
