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Il ritorno del Vajont: a breve una nuova centrale idroelettrica?

Grande polemica, in provincia di Belluno, per la notizia che il Vajont potrebbe a breve tornare a produrre energia elettrica. La società En&En ha già firmato l’accordo preliminare con i comuni di Longarone, Castellavazzo, Erto e Casso. Nelle casse di questo ultimi andranno un sacco di soldi: secondo la stampa locale addirittura il 60% degli introiti derivanti dalla vendita dei circa 15 milioni di KWh annui previsti.
I comitati dei familiari delle 1910 vittime del disastro del 1963 sono in rivolta: il problema, dicono, è morale. Non certo ambientale né riguarda il pericolo per gli abitanti perché il nuovo Vajont non avrebbe niente a che vedere con il vecchio: è un progetto molto più piccolo di centrale idroelettrica a valle della frana che fece strage.
Si tratterebbe, in pratica, di idroelettrico ad acqua fluente o, al massimo, con un piccolo bacino. Ma questo non basta a spegnere le polemiche ancora oggi, a decenni di distanza dal disastro causato da un mix di errori di progettazione e mancanza di informazione alla popolazione.
Via | Il Gazzettino
Foto | Flickr
Il ritorno del Vajont: a breve una nuova centrale idroelettrica?
Gli effetti della centrale idroelettrica di Belo Monte in 3d
Ancora una volta, la Rete si schiera dalla parte delle Foreste. Qualche settimana fa, su Ecoblog avevamo parlato della centrale idroelettrica di Belo Monte, nell’Amazzonia brasiliana, e delle disastrose conseguenze che la sua costruzione potrebbe avere su uno degli ecosistemi più meravigliosi al mondo. E oggi, girovagando su youtube, ho trovato un filmato molto interessante in proposito. In appena 10 minuti, il video – creato da Amazon Watch e International Rivers con l’assistenza tecnica di Google Earth Outreach, in collaborazione con la campagna contro la diga organizzata dal Movimento Xingu Vivo Para Sempre – offre un’eloquente rappresentazione grafica in 3D delle ripercussioni ecologiche e sociali che una tale opera potrebbe avere sul territorio.
Voce narrante del filmato è quella della già impegnatissima Sigourney Weaver che commenta l’enorme investimento della diga sullo Xingu (17 miliardi di dollari) fortemente voluto dal governo di Lula allo scopo di garantire la fornitura di energia elettrica alla vicina miniera di ferro di Carajas. L’effetto prioritario di quest’opera, però, sarà la creazione di migliaia di disoccupati – per lo più, gli attuali siringueros – e la conversione di uno splendido fiume in una serie di bacini stagnanti con tutta le ripercussioni sugli habitat del caso. Intanto, gli abitanti di quest’area rimangono ancora all’oscuro delle devastazioni che seguiranno la costruzione della centrale idroelettrica.
Il video aiuterà le persone a capire meglio gli impatti del progetto. Anche per le persone che vivono lungo il fiume Xingu, l’impatto di sbarramento del fiume sono difficili da capire. Questa animazione può aiutare la popolazione locale visualizzare il potenziale danno causato dalla diga di Belo Monte, e può incoraggiarli a intraprendere azioni.
sottolinea Antonia Melo, leader e portavoce di Xingu Para Sempre.
Gli effetti della centrale idroelettrica di Belo Monte in 3d
Amazzonia: una centrale idroelettrica per distruggerla
Le centrali idroelettriche in Brasile stanno diventando un affare molto grosso (e losco!) che rischia di mettere in ginocchio alcune delle economie che ruotano attorno alle foreste e che traggono linfa proprio dallo sviluppo – sostenibile – delle stesse. Pochi giorni fa, alcuni indios del Mato Grosso, armati solo di lance e mazze, sono riusciti ad assaltare la centrale di Aripuanà prendendo in ostaggio oltre suoi 100 dipendenti per tentare di ottenere almeno un risarcimento per la (loro!) terra perduta… Oggi, invece, è nel mirino un’altra zona pluviale brasiliana, la regione amazzonica orientale della Tierra del Medio, nello Stato del Parà in cui il governo di Lula ha dato l’ok per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte Lungo il bacino del fiume Xingù, già dichiarato, nel 2004, “riserva estrattiva” con decreto presidenziale allo scopo di tutelare (allora!) la flora, la fauna e i “siringueros” che lavorano da almeno un secolo all’estrazione del latte dall’albero del caucciù.
La centrale che verrà costruita sarà un colosso di circa 11.233 megawatt capace di rendere, tuttavia, solo il 40% del proprio potenziale a causa delle notevoli differenze riscontrate nel flusso idrico del Rio Xingù tra la stagione secca e quella piovosa (da mille metri cubi al secondo a oltre ventimila) con la conseguente necessità di costruire due immense dighe che cambiaranno totalmente l’equilibrio ecologico e termico dell’area. La prevista deviazione del fiume comporterà la riduzione drastica del suo flusso idrico per un tratto di oltre 100 km, con la conseguente estinzione o diminuzione di un numero considerevole di specie prevalentemente ittiche portando al collasso anche quanti vivono di pesca, di raccolta di erbe officinali – altamente richieste dell’industria cosmetica internazionale – e di castagne….
Molte le azioni legali al momento pendenti per tentare di porre un freno alla centrale di Belo Monte, ma troppo poche, secondo i diretti interessati, le possibilità concrete di vittoria… E questo nonostante lo studio di impatto ambientale abbia riferito di almeno 50.000 sfollati previsti a seguito delle inondazioni e della probabile estinzione delle molte specie animali e vegetali autoctone presenti solo in queste zone, ben presto compresse tra modifica sostanziale dell’habitat e prolungamento della feroce Transamazzonica, rete viaria di agevole distruzione, mettendo a dura prova, inoltre, le aree totalmente protette presenti nei paraggi e le tredicimila persone, apparteneti a 24 popolazioni indigene, che, improvvisamente dovranno fare i conti con tuto questo…
Via | peacereporter
Foto | Flickr
International Nimby: il Wwf Abruzzese contro l’idroelettrico in Montenegro

Not in my back yard, e manco in quello del mio vicino. Il Wwf abruzzese non vede di buon occhio il progetto di produrre energia idroelettrica in Montenegro e portarla poi in Italia tramite l’elettrodotto Tivat-Villanova. Secondo la sezione regionale dell’associazione ambientalista, infatti, l’energia elettrica prodotta dall’altro lato dell’Adriatico avrebbe un impatto devastante sull’ambiente montenegrino.
Il progetto in questione prevede la costruzione di quattro dighe sul fiume Moraca, che alimenta il lago di Scutari, un’area troppo preziosa e delicata per reggere all’impatto delle centrali idroelettriche:
Il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, è una zona umida di importanza mondiale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Una delle caratteristiche principali di questo lago è la variabilità stagionale del livello dell’acqua condizionato in parte da quello del suo principale affluente, il fiume Moraca. È questa variazione nei livelli delle acque del lago che determina la formazione di estesi saliceti, canneti e vaste aree di vegetazione galleggiante dove trovano ospitalità circa 1.900 specie di piante, 54 specie di molluschi di acqua dolce, 16 di anfibi, 28 di rettili, 57 di mammiferi e 281 di uccelli, tra cui il Pellicano Dalmata, simbolo del lago. L’intera zona è formata da fiumi e canyon inseriti nella rete Smeraldo, una selezione di siti nei paesi confinanti con i Paesi dell’Unione Europea ritenuti indispensabili per la protezione della Rete Natura 2000
Ma non solo: non è detto che l’energia portata in Italia con l’elettrodotto sarà tutta rinnovabile e pulita perchè, oltre alle quattro dighe, in Montenegro verrà costruita anche una centrale termoelettrica a carbone. Made in Italy, Enel. Il Wwf, quindi, si chiede se sia possibile far finta di non vedere cosa succede nell’orto del vicino:
Al di là di ogni altra considerazione locale, occorre evitare che il nostro paese importi energia “a occhi chiusi” e dunque occorre verificare fino in fondo cosa si nasconde dietro ai chilowattora che dovrebbero scorrere tra le sponde dell’Adriatico. Non è giusto né morale utilizzare l’energia elettrica derivante dalla distruzione ambientale di un altro Paese, soprattutto in una condizione di tale ricchezza ambientale quale quella del Montenegro
Via | Comunicato stampa Wwf Abruzzo
Foto | Flickr
International Nimby: il Wwf Abruzzese contro l’idroelettrico in Montenegro
Parlamento europeo: priorità per stoccaggio CO2 (CCS), smart grids e mini idro

Il Parlamento europeo affronta la questione energia. Sul tavolo c’è il Set Plan (Strategic Energy Technology Plan), cioè le linee guida europee per la riduzione delle emissioni di CO2 e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Oggi, in particolare, l’Europarlamento ha dato il suo ok ad una risoluzione sulle “low carbon tecnologies” che, detta in breve, chiede principalmente due cose: aumentare i fondi in tempi rapidi, da una parte, puntare su ricerca, piccole e medie imprese e riduzione della burocrazia, dall’altra.
La cosa più interessante, ovviamente, sono i fondi: decidere in fretta dove spenderli è fondamentale. Gli europarlamentari suggeriscono di investire 300 milioni di euro per sviluppare il Carbon Capture and Storage (CCS), cioè lo stoccaggio della CO2. Una tecnica che, di fatto, non esiste ancora e che lascia molto perplesse alcune associazioni ambientaliste come Greenpeace che temono si riveli solo una sorta di greenwashing per le centrali a carbone.
Oltre al CCS l’Europarlamento chiede maggior impegno nelle smart grids, le cosiddette reti intelligenti che permetterebbero una migliore e maggiore diffusione dei piccoli impianti da fonte rinnovabile, e lo sviluppo del mini idro, cioè l’idroelettrico di piccola capacità. Più in generale, se guardiamo al Set Plan, i fondi messi a disposizione dall’Europa sono pari a 45 miliardi di euro per i prossimi dieci anni, così divisi:
6 miliardi per l’eolico
6 miliardi per il solare
2 miliardi per le reti elettriche
9 miliardi per le bioenergie
13 miliardi per il CCS
7 miliardi per la fissione nucleare
5 miliardi per le fuel cell e l’idrogeno
Via | Parlamento eurpeo
Foto | Parlamento europeo

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Parlamento europeo: priorità per stoccaggio CO2 (CCS), smart grids e mini idro
Le Filippine devastate dalla siccità. Il Cardinale di Manila prega per la pioggia.

Le Filippine sono in ginocchio a causa della siccità causata dal Niño. La carenza d’acqua ha già messo in crisi l’agricoltura e ora è a rischio la zootecnia, in particolare il settore avicolo e quello ittico. Problemi anche per le centrali idroelettriche, i cui bacini sono a secco. Elettricità, di conseguenza, razionata a poche ore al giorno. Secondo l’agenzia Asia News
la siccità si protrarrà fino a luglio a luglio inoltrato e i continui black-out rischiano di compromettere le elezioni previste per il 10 maggio. A tutt’oggi i danni ammontano a oltre 60milioni di euro solo per il settore agricolo, con oltre il 40% delle coltivazioni ormai compromesso. Per continuare la produzione le industrie del settore alimentare sono state costrette ad acquistare oltre 700mila tonnellate di prodotti agricoli, sufficienti fino al mese di giugno.
Una situazione che potrebbe facilmente degenerare nell’emergenza sanitaria: ci sono già oltre 3.000 polli morti in pochi giorni che aumenteranno inesorabilmente e, in un modo o nell’altro, dovranno essere smaltiti. Probabile, poi, che si registrino anche morie di animali più grandi facendo scarseggiare, oltre all’acqua, anche il cibo.
La situazione è così drammatica, nonostante il Niño e i suoi effetti siano ben noti da anni (anche se a volte sembrano sparire), che il cardinale Gaudencio Rosales, arcivescovo di Manila, si è rivolto direttamente al Padre Eterno per trovare soluzione invitando tutti i fedeli del paese a recitare una “Oratio Imperata Ad Petendam Pluviam”.

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Le Filippine devastate dalla siccità. Il Cardinale di Manila prega per la pioggia.
L’associazione dei consumatori di Berlusconi boicotta il "mini idro"
Mini idro, maxi batosta: il Consiglio di Stato ha rigettato gli appelli proposti dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas e dall’Associazione produttori energia da fonti rinnovabili (Aper) e ha annullato definitivamente la delibera ARG/elt 109/08 dell’Autorità. Tale delibera fissava l’aumento dei prezzi minimi garantiti per l’energia prodotta da fonte idroelettrica.
Ne deriva che i gestori degli impianti idroelettrici di potenza inferiore al megawatt dovranno restituire allo Stato la differenza tra il vecchio prezzo minimo e il nuovo, che è stato cassato. Furiosa l’Aper che ritiene la decisione del Consiglio di Stato troppo penalizzante e ipotizza un 2010 in forte perdita per gli impianti di piccolissima taglia. Ma soprattutto, afferma l’Aper
è pericoloso il messaggio che questa vicenda rischia di trasmettere al pubblico: ossia che le rinnovabili costano troppo, mentre gli operatori sanno bene che gli oneri che incidono sulla componente A3 sono ben altri.
Il fattaccio, infatti, deriva da un ricorso fatto da una associazione di consumatori che riteneva troppo caro per i cittadini il contributo dato al mini idro. Tale associazione si chiama Casa del consumatore e, dal nome, già dovreste capire chi ha dietro come referenti politici. Se il nome non vi basta, c’è anche altro.
La Casa del consumatore nasce dieci anni fa dall’idea dell’avvocato Roberto Arnoldi, ex sindaco democristiano di Curno (Bg) ed oggi è presieduta da Giovanni Ferrari, avvocato e docente di diritto commerciale a Genova, membro dei gruppi di lavoro Trasporti e Politiche UE presso il Ministero dello Sviluppo Economico e membro del Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti presso il Ministero dello Sviluppo Economico, oltre che del Consiglio Regionale Consumatori e Utenti presso la Regione Liguria.
Nel direttivo dell’associazione, negli anni, si sono succeduti diversi esponenti dell’attuale Pdl e della Lega Nord e il blog dell’associazione stessa è realizzato in collaborazione con il TgCom di Mediaset. Credo che non sia azzardato definire la Casa del consumatore come l’associazione dei consumatori di fiducia del Premier…
Che il centro destra non ami le rinnovabili è ormai noto. Almeno tanto quanto è noto che ami il nucleare. Posizioni legittime, per carità, ma qualcuno ci spieghi perchè se la sono presa con il mini idroelettrico. Va bene l’eolico che deturpa il paesaggio, va bene il fotovoltaico che desertifica la campagna, ma l’idroelettrico… suvvìa, questo non faceva male proprio a nessuno.
Via | Aper, Consiglio di Stato, Adoc
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Rete del Mare del Nord: i pregi e i difetti del futuro network europeo delle rinnovabili
Ai primi di gennaio Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Francia, Svezia, Belgio, Lussemburgo e Irlanda hanno posto le basi di uno dei progetti più interessanti nel campo delle rinnovabili. Lo hanno chiamato “Rete del Mare del Nord” e consisterà nel collegare i principali impianti nordeuropei di produzione elettrica da fonti rinnovabili tramite circa 6.000 chilometri di cavi, in gran parte posati sul fondo del Mare del Nord.
L’idea è quella di mettere in rete la produzione dei vari paesi e farla circolare in maniera intelligente per ottimizzarne l’utilizzo. Le rinnovabili, infatti, come tutti ormai ben sanno hanno il grosso limite dell’intermittenza. Tale limite crea a volte problemi alle reti elettriche: sovraccarichi, prima di tutto, ma anche difficoltà di programmare le infrastrutture di trasporto di quantità di energia non facilmente prevedibili. Per superare questi problemi, da qualche tempo, si stanno progettando le smart grids.
La “Rete del Mare del Nord”, però, è qualcosa di diverso dalle smart grids perchè è progettata per veicolare l’energia dei grossi impianti da decine, a volte centinaia, di MW. Il fulcro di tutto il sistema, infatti, saranno le grandi centrali idroelettriche nord europee che faranno da “batteria di accumulo” per l’energia in eccesso durante i picchi di produzione delle centrali alimentate dalle altre fonti. Questo ruolo di accumulatore, in realtà, le centrali elettriche già lo fanno ma per l’energia prodotta dalle centrali termoelettriche ad idrocarburi.
Una centrale termoelettrica, infatti, ha il problema opposto a quello delle rinnovabili: è tremendamente rigida. Per avviare una centrale a gas, carbone o ad olio combustibile, infatti, ci voglio molte ore. L’impianto, per farla semplice, si deve riscaldare a poco a poco per evitare dilatazioni eccessive, detonazioni, bolle nelle condutture etc… Questo, nella pratica quotidiana, si traduce nel fatto che queste centrali sono attive tutto il giorno, 24 ore su 24, e si fermano completamente solo per i cicli di manutenzione. Al massimo se ne può diminuire la produzione facendole andare a regime ridotto, ma si perde in efficienza e si alzano i costi di produzione.
Il problema, però, è che la notte serve meno energia che di giorno. Per questo motivo l’energia in eccesso delle termoelettriche viene usata per “ricaricare” le centrali idroelettriche. Questi impianti, nella maggior parte dei casi, sono formati da due bacini separati da un dislivello di alcune centinaia di metri. L’acqua, facendo il salto dal bacino superiore a quello inferiore, fa girare la turbina e produce elettricità. In pochissimi minuti perchè tutto avviene a freddo e non ci sono rischi di sorta se si ha fretta.
Le centrali idroelettriche, per questo, da decenni si usano soprattutto per coprire i picchi di domanda. E svolgono il loro ruolo in maniera egregia. Il problema, però, è che consumano più di quanto producono. Muovendo le pale della turbina, infatti, l’acqua produce energia con un’efficienza superiore al 90%, ma per riportarla “al piano di sopra” il 90% non basta. Ci vuole tutto il 100%. L’idroelettrico, in realtà, serve per produrre in fretta l’energia necessaria a tenere in equilibrio il sistema elettrico e, cosa non meno importante, ad evitare che il surplus notturno delle termoelettriche vada perso. Più che di fonte rinnovabile, quindi, dovremmo più correttamente parlare di risparmio energetico.
Nella futura rete nordeuropea, però, l’idroelettrico permetterà di massimizzare la produzione da fonti rinnovabili evitando, ad esempio, che i parchi eolici vengano bloccati per non fare andare in tilt le obsolete reti continentali. Un meccanismo antico, quindi, applicato a tecnologie di produzione moderne come eolico e fotovoltaico. La cosa più difficile da fare, però, sarà gestire burocraticamente ed economicamente questa rete: essendo tutta energia incentivata e, per di più, prodotta da diversi paesi e diverse aziende, bisognerà tenere bene i conti per evitare pasticci. Ma ne varrà la pena perchè, oltre a far bene all’ambiente, sarà il primo vero esempio di politica energetica europea. Ciò che l’Europa non è mai riuscita a fare con le fonti fossili e con l’atomo, quindi, potrebbe iniziare a farlo con l’energia pulita.

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Rete del Mare del Nord: i pregi e i difetti del futuro network europeo delle rinnovabili
Boom eolico in Italia, toccato nel 2009 il record di potenza eolica efficiente installata di 4850 MW
Il 2009 si chiude in bellezza per l’energia eolica, almeno in Italia: la potenza eolica efficiente installata è di 4850 MW di cui oltre 1.100 MW relativi a nuove installazioni. I dati sono stati diffusi con un comunicato stampa dalle associazioni di categoria ANEV, ENEA, APER E ISES che si dicono soddisfatte dei risultati si qui raggiunti

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Boom eolico in Italia, toccato nel 2009 il record di potenza eolica efficiente installata di 4850 MW
