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Spagna: eliminati gli incentivi alle rinnovabili
Sviluppo sostenibile e crisi economica: un connubio che non sa da fa. Vien fuori questa conclusione alla luce di quanto successo in Spagna dove il Governo capeggiato da Mariano Rajoy (nella foto), considerata la gravissima crisi economica del Paese, ha legiferato in favore del taglio ai sussidi alla produzione di energia pulita. Uno notizia che sinceramente coglie un po’ di sorpresa, considerando che la Spagna (insieme alla Germania) è attualmente uno dei Paese al mondo con la più alta diffusione di energie rinnovabili.
La decisione presa è quella di sospendere temporaneamente gli incentivi economici mirati alla costruzione di nuovi impianti (quindi nessuna retroattività) per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili a causa della complessa situazione finanziaria del Paese iberico che non permette di dare sicurezza per il proseguimento della remunerazione. Per attutire il colpo l’esecutivo spagnolo ha assicurato che i tagli non avranno ripercussioni al raggiungimento degli obiettivi europei in materia di energia rinnovabile.
La decisione, così come successe qui in Italia durante l’iter di approvazione del quarto Conto Energia, rischia seriamente di scatenare un vespaio di polemiche di proporzioni gigantesche e soprattutto di mettere in ginocchio l’intero comparto del settore rinnovabili. Ora, che l’entità degli incentivi debba calare progressivamente man mano che il numero di impianti installati aumenta è normale e anche logico (considerato il fatto che a pagare sono tutti i cittadini), tuttavia è allo stesso tempo evidente che la scelta di rinunciare all’incentivazione dall’oggi al domani sia un segno abbastanza chiaro di una classe politica dove lo sviluppo sostenibile non rappresenta certo la priorità.
Insomma siamo alle solite: tanto bel parlare di sviluppo sostenibile ed obiettivi a lungo termine, ma, all’ora dei fatti, si preferisce seguire le solite vie. E fa strano osservare come tutto questo avvenga nonostante il prezzo del barile di petrolio e dei combustibili fossili stia progressivamente schizzando alle stelle e con esso il grado di dipendenza dell’Europa dai Paesi produttori di queste materie prime e la crescita esponenziale dell’inflazione.
L’ippopotamo pigmeo, un mammifero leggendario a rischio estinzione

L’ippopotamo pigmeo rischia l’estinzione, a causa della perdita di habitat e del bracconaggio. Lo rivela l’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Le stime parlano di appena tremila esemplari ancora in vita, sparsi per le foreste della Liberia, della Sierra Leone, della Costa d’Avorio e della Guinea.
Un tipo riservato, l’ippopotamo pigmeo, tanto che fino alla metà del 1800 gli zoologi ritenevano la sua esistenza un mito. Sul suo conto sono sorte diverse leggende. A differenza del suo cugino più grande, l’ippopotamo comune, l’ippopotamo pigmeo non vive in gruppo vicino a fiumi o laghi, preferisce la vita solitaria. Si narra che di notte trovi la sua strada attraverso il bosco tenendo un diamante in bocca. Di giorno lo nasconde. Così, se un cacciatore lo cattura di notte, la leggenda vuole che riesca ad impossessarsi anche del diamante.
L’IUCN è partner di un progetto della SOS-Save Our Species che mira ad identificare le aree in cui vive l’ippopotamo pigmeo, tramite delle telecamere nascoste nelle foreste. In questo modo si avrà una mappa più chiara dei punti sensibili da preservare, di concerto con le popolazioni locali, per garantire l’esistenza della popolazione di ippopotami pigmei.
In Sierra Leone la Njala University e la Zoological Society of London stanno indagando sulla presenza dell’ippopotamo pigmeo su un’area di ben 70.000 km2 per identificare i siti cruciali per la conservazione della specie. Nel dicembre del 2010, ai piedi delle Loma Mountains, nell’area settentrionale della Sierra Leone, è stata identificata una popolazione piuttosto nutrita, probabilmente la più folta dell’area al di fuori delle Foreste Gola.
Nel progetto di tutela degli ippopotami sono stati coinvolti diversi ex cacciatori del villaggio locale, fornendo loro un reddito alternativo alla caccia. Un primo passo importante per far sì che l’ippopotamo pigmeo non diventi davvero e solo leggenda.
Via | IUCN
Foto | cliff1066™; ℓαurα suαrez; Fimb; aenigmatēs
L’ippopotamo pigmeo, un mammifero leggendario a rischio estinzione
Le renne sono in declino e la colpa non è di Babbo Natale

Le renne (Rangifer tarandus) hanno una funzione ecologica cruciale. A ricordarcelo, in occasione delle festività natalizie, è l’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.
L’associazione approfitta del Natale, periodo in cui le renne dominano su cartoline e carta regalo nella slitta di Babbo Natale, per attirare l’attenzione sulla necessità di salvare le renne dal rischio estinzione.
Le renne hanno un habitat molto vasto, sono capaci di percorrere oltre 3000 km in un anno alla ricerca di cibo e di climi più favorevoli. In Nord America le renne sono scomparse da molte aree: in Canada si è registrato un declino del 50% in Ontario, del 60% in Alberta e del 40% nella British Columbia.
Per migliaia di anni le renne hanno fornito cibo e vestiti alle popolazioni locali. Oggi sono a rischio perché la perdita di habitat causata dalla deforestazione e gli insediamenti umani sempre più numerosi frammentano i gruppi di renne e le rendono più vulnerabili, vanificando le strategie di sopravvivenza della specie.
In Russia il bracconaggio, inoltre, decima la popolazione. In Finlandia e Norvegia, gli sport invernali rappresentano un fattore di disturbo rilevante per la popolazione di renne.
Anche se le renne non sono in serio pericolo d’estinzione, l’IUCN spiega che bisogna limitarne il declino prima che la situazione peggiori.
Illuminazione naturale per il risparmio energetico
Il boom del costo energetico, aumentato del 26,5% negli ultimi 12 mesi, e le dichiarazioni dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia), riguardo ad un ulteriore aumento dei costi nei prossimi 25 anni, fanno pensare.Tuttavia aumenta una maggior consapevolezza dei nostri consumi, che ci spinge ad adottare nuove tecnologie immesse sul mercato. Ma dobbiamo considerare che possiamo agire integrando l’illuminazione artificiale con quella naturale, fornita dalla luce del sole. I costi energetici diminuiranno e aumenterà invece il nostro comfort visivo.
L’illuminazione diurna, infatti, aiuta a creare un ambiente visivamente stimolante e produttivo e costituisce una risorsa importante per la progettazione e la realizzazione di edifici energeticamente sostenibili. La luce naturale è dinamica e influisce positivamente sull’organismo, sull’umore e sull’attività cognitiva mentre quella artificiale è statica e influisce invece sulla percezione visiva e sull’ambiente circostante. Da qui il controllo dell’illuminamento naturale è, secondo la disciplina dell’illuminotecnica, uno dei requisiti che concorrono al benessere umano, con benefici psicologici-emotivi, in relazione dinamica con contesto ambientale.
La norma UNI-EN 12464-1, ad esempio, detta un vincolo normativo in materia di illuminazione naturale per i luoghi di lavoro: affermando che l’illuminazione naturale può fornire tutta o parte dell’illuminazione di un compito visivo e che è opportuno che la distribuzione delle luminanze all’interno del locale seguano un’appropriata integrazione tra luce artificiale e luce naturale, per garantire l’illuminamento sul posto di lavoro e per bilanciare la distribuzione delle luminanze all’interno del locale.
Ma come possiamo agire nelle nostre case? Ecco una piccola check-list utile per un’attenta valutazione dell’utilizzo della luce naturale:
- Controllo del dimensionamento delle aperture (secondo i valori di riferimento per tipologia di edifcio)
- Livello ed uniformità di illuminamento
- Tipologia del vetro utilizzato nei serramenti
- Riflettanza dei materiali di finitura interni e fenomeni di abbagliamento
- Direzione di provenienza della luce
- Visibilità dall’esterno e privacy
- Colore della luce e delle superfici dell’ambiente
Infine vi è un modo per integrare luce naturale ed artificiale, ovvero un sistema di controllo elettronico basato su sistemi a microprocessore, che in maniera automatica governa il flusso luminoso emesso dalle sorgenti artificiali in base a:
- quantità di luce necessaria in quell’ambiente
- quantità di luce naturale presente
Ricordiamoci sempre, infine, di valutare anche gli svantaggi che si possono presentare tra cui: le condizioni climatiche, laddove un elevato irraggiamento farebbe incrementare il fabbisogno energetico in fase dii climatizzazione e riguardo le condizioni visive ottimali che dipenderebbero da reazioni di ordine psicologico, per eccesso di luce diretta o abbagliamento (detto anche Discomfort Glare).
Video | Youtube
Conferenza sul clima di Durban, qui giace il protocollo di Kyoto

Che il protocollo di Kyoto avesse poche speranze di uscire vivo, o meglio rinnovato, dalla Conferenza sul Clima di Durban era cosa nota sin dalla partenza delle delegazioni per il Sudafrica.
Todd Stern, delegato USA, aveva ammesso già la scorsa settimana che non era proprio nell’agenda americana. L’Europa aveva manifestato l’intenzione di farsi promotrice di un Kyoto bis dal 2013 al 2018, ma se Cina e Stati Uniti, i Paesi più inquinanti, non ratificano non si va da nessuna parte.
Uno dei più autorevoli centri di ricerca ambientale degli States, il Centre for Climate and Energy Solutions, ha dichiarato in queste ore che non intravede alcun futuro per il protocollo di Kyoto. Eileen Claussen, presidente del C2ES, ha detto infatti che dubita fortemente i 192 Paesi riuniti a Durban troveranno un accordo per mantenere in vita il protocollo di Kyoto alla sua scadenza nel 2012.
Russia, Giappone e Canada, Paesi che hanno ratificato il protocollo, stavolta non ci pensano minimamente se anche Stati Uniti e Cina non ci mettono la firma. D’altra parte sono i Paesi più inquinanti. La Claussen ha spiegato che il protocollo di Kyoto ha fallito nel suo intento e non è più un modello valido per ridurre le emissioni a livello globale. La COP17 si prefigura come l’ultima pietra del protocollo di Kyoto.
Via | Guardian; C2ES
Foto | COP17
Conferenza sul clima di Durban, qui giace il protocollo di Kyoto
Nasce Metso, l’associazione delle reti del mediterraneo: una buona notizia per il futuro delle rinnovabili
Buone notizie per il futuro delle rinnovabili: nei giorni scorsi è nata infatti Metso (Mediterranean Trasmission System Operators) ovvero un’associazione che riunirà i gestori delle reti elettriche dei Paesi che si affacciano sul mediterraneo. A darne notizia in un comunicato è Terna, capofila dell’iniziativa. Ma perché la notizia è da considerarsi così importante? E soprattutto: perché a giovarsi di quest’iniziativa potrebbe essere il futuro delle rinnovabili? Ora, al di là degli inevitabili interessi economici che sempre gravitano attorno ad iniziative di una certa portata (come in questo caso), non si può mettere in dubbio che da un punto di vista tecnico questo rappresenti un passo molto importante.
Infatti, l’aumento nel nostro Paese del numero degli impianti rinnovabili aleatori (fotovoltaici ed eolici in primis), sta già determinando, e determinerà sempre più man mano che questi cresceranno ulteriormente (come in parte è già accaduto in Spagna), condizioni di instabilità per le reti; questo succede perché le stesse non hanno la capacità di rispondere ad esigenze di non programmabilità e soprattutto di trasporto per lunghissime distanze.
In sostanza la rete elettrica tradizionale (presente in tutti i Paesi, non soltanto in Italia) non è concepita per sopportare un numero consistente di fonti energetiche discontinue, come lo sono appunto il sole e il vento. L’obiettivo della nascita di Metso è quindi quello di gettare le basi per uno sviluppo concreto di un piano di miglioramento delle rete elettrica internazionale. Il primo passo sarà perciò quello dell’apertura di un nuovo corridoio elettrico tra il Nord Africa e l’Europa, tramite Tunisia e Algeria, che andrà ad aggiungersi alle già presenti linee di interconnessione con l’estero; successivamente si cercherà di mettere a punto la tanto agognata super smart grid europea che, almeno negli intenti di programma, dovrebbe interconnettere tutti i Paesi del Mediterraneo.
Attraverso questo sistema sarà pertanto possibile meglio supportare le fonti aleatorie e permettere il trasporto dell’energia elettrica in aree molto distanti rispetto all’area di produzione energetica; una novità quest’ultima che permetterebbe di avere maggiori possibilità di non disperdere l’energia prodotta da fonte rinnovabile quando questa non è utilizzabile a causa della scarsa domanda (un rischio tutt’altro che remoto nel momento in cui aumentano il numero di impianti rinnovabili agganciati ad una rete), ma al contrario indirizzarla ad utenze dove invece la domanda di energia è più alta.
Con la nascita di Metso sarà infine possibile una interazione diretta dell’Italia con i progetti Desertec e Medgrid, attraverso cui si potrà trasmettere verso l’Europa l’energia rinnovabile prodotta nelle aree del Medio Oriente e del Nord Africa.
Via | Borsaitaliana.it
Foto | Flickr
Centrali solari nello spazio: dovremo aspettare ancora trent’anni
Avete mai sentito parlare di centrali solari nello spazio? Ovviamente non si tratta di un argomento di primissima pagina, tuttavia, se appena qualche decennio fa qualcuno ve ne avesse parlato, avreste probabilmente pensato di aver a che fare con un regista di qualche film di fantascienza. Oggi invece, per quanto la strada da percorre non sia proprio dietro l’angolo, sembrerebbero intravedersi vere possibilità di realizzazione.
Per darvi un’idea di che cosa sia questa tecnologia futuristica, si potrebbe fare uno schema semplificato: in sostanza si tratterebbe di centrali installate nello spazio (quindi oltre l’atmosfera terrestre) e capaci di raccogliere, attraverso degli enormi pannelli solari, l’energia della radiazione solare trasferendola sotto forma di fasci di microonde sul nostro pianeta. Questi stessi fasci verrebbero trasformati in elettricità poi distribuita attraverso le reti.
Detto ciò ci chiediamo: davvero esistono centri di ricerca che starebbero lavorando per rendere reale un progetto del genere? Ebbene si; apprendiamo infatti che un gruppo di studiosi dell’Accademia Internazionale di Astronautica (IAA) di Parigi sta proprio lavorando su un progetto di questo tipo: gli intenti sono quelli della messa in orbita di una stazione sopra l’Equatore (a circa 35.700 km di altezza). I ricercatori si dicono convinti che queste centrali elettriche nello spazio diventeranno realtà fra due o massimo tre decenni.
Il progetto, per quanto la sua realizzazione (o presunta tale) sia ancora distante, è considerato comunque dalla Comunità Scientifica particolarmente serio. I costi dell’intero iter rimangono però ignoti, anche se è facilmente intuibile che il passaggio dalla progettazione alla realizzazione della centrale spaziale presupporrà investimenti nell’ordine dei miliardi di euro. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere, al di là dell’aspetto economico, vale davvero la pena perseguire un simile progetto?
La risposta non può che essere affermativa: infatti, qualora la cosa dovesse convertirsi in realtà, si potrebbe disporre di una tecnologia dalle potenzialità enormi, capace di captare energia solare continuamente senza preoccuparsi del numero di ore di luce e dell’alternanza del dì e la notte; inoltre si disporrebbe di un quantitativo di energia enorme rispetto a quella che invece si riesce a captare nel suolo semplicemente per il fatto che la radiazione solare verrebbe raccolta prima dell’ingresso in atmosfera, evitando tutta una serie di dispersioni termiche.
Tradotto in parole povere significa che si potrebbe entrare in possesso di una fonte di energia non aleatoria, di grande potenza e soprattutto rinnovabile. Certo, le prospettive di realizzazione sono molto lontane, ma è un canale di ricerca che vale la pena perseguire e che potrebbe chissà essere più fattibile della tanto pubblicizzata fusione nucleare.
Via | Physorg.org ; Sciencenewdaily.org
Centrali solari nello spazio: dovremo aspettare ancora trent’anni
Mega progetto per sfruttare le maree del Tamigi per produrre energia: ma è un gioco che vale la candela?
Ho letto con una certa curiosità la notizia dell’approvazione di un mega progetto infrastrutturale per Londra, ideato e proposto dal famoso architetto inglese Norman Foster, dove trova posto, fra le tante cose (nuovo aeroporto, nuova stazione ferroviaria, un porto e un raccordo stradale) anche la costruzione di una moderna centrale per lo sfruttamento delle maree nell’estuario del Tamigi, oltre ad un imperioso sistema di protezione dalle inondazioni. Il progetto totale ha un costo da paura: parliamo infatti di 50 miliardi di sterline, circa 58 miliardi di euro, ovvero cifra paragonabile a quella delle ultime manovre finanziarie dell’ultimo Governo Berlusconi.
L’avvenirismo del progetto è senza dubbio degno di apprezzamento considerando che si tratta di una barriera lunga ben 5 chilometri e larga 500 metri che avrebbe il compito non soltanto di controllare le piene del Tamigi, ma anche ottimizzare allo stesso tempo la produzione di una centrale che produrrebbe elettricità sfruttando le correnti di marea dell’estuario. Tuttavia, analizzando attentamente il progetto, ho avuto alcuni dubbi: la centrale infatti costerà circa 6 miliardi di euro, una cifra astronomica se prendiamo in considerazione la sua capacità di produzione elettrica, che, stando agli intenti progettuali sarebbe in grado di soddisfare la domanda elettrica di non più 76.000 famiglie.
Facendo quindi un po’ di conti approssimativi possiamo dire che se una famiglia consuma in media all’anno circa 3.500/4.000 kWh, la capacità di produzione dell’impianto non dovrebbe essere superiore a 250.000/300.000 MWh annui, insomma un po’ pochino se analizziamo l’intero quadro costi – benefici. Certo, è vero che la costruzione delle centrale a maree è soltanto il corollario di un progetto ben più ampio; nonostante ciò un dubbio è lecito porselo: vale davvero la pena investire così tanti soldi per una tecnologia ancora decisamente immatura e incapace di soddisfare grandi fabbisogni energetici?
L’ottica del progetto, apprendiamo dalle dichiarazioni dei responsabili di chi l’ha approvato, è quella dello sviluppo sostenibile. Detto ciò: davvero crediamo che tutto quello che non ha a che fare con i combustibili fossili debba necessariamente passare per “sviluppo sostenibile”? Rimango dell’idea che i progetti di una certa dimensione debbano garantire grandi ritorni e parliamoci chiaro, la tecnologia delle maree è, per quanto in crescita, ancora in una fase sperimentale e non ancora proponibile su grande scala.
Forse sarebbe meglio insistere su tecnologie rinnovabili decisamente più mature e più facilmente gestibili (nonché più economiche) quali il fotovoltaico o l’eolico, oltre che sulle reti di distribuzione intelligenti (le smart grid) quelle che potrebbero dare lo slancio decisivo all’avvento delle tecnologie rinnovabili aleatorie. Ovviamente i progettisti sono di parere opposto: l’intero progetto, sottolineano difendendo con forza il loro “prodotto”, secondo accurati calcoli porterebbe benefici economici di una certa valenza.
Via | Fosterandpartners.com; Lastampa.it
Foto | Flickr
In Germania nascerà la prima "moschea eolica" del mondo

Mentre l’espressione “unire il sacro al profano” è universalmente conosciuta, non altrettanto si può dire per la frase ” unire il sacro all’ecologico”. Vi chiedo infatti: vi immaginereste delle pale eoliche installate in luoghi sacri quali chiese o moschee? Sicuramente, come me, fareste un po’ di fatica. Eppure in Germania, Paese con una certa lungimiranza in quanto a sostenibilità ambientale, un piccolo impianto eolico verrà installato sopra la cupola di una moschea.
L’iniziativa, da 2,5 milioni di euro, vedrà infatti la luce nella cittadina di Norderstedt, vicino ad Amburgo, grazie a un progetto dell’architetto amburghese Selcuk Ãnyilmaz. Motivo della scelta? Oltre ad un forte animo green, il progettista dice di aver optato per l’eolico anziché per il fotovoltaico (decisamente più idoneo secondo l’opinione dei più) in quanto quest’ultimo avrebbe reso molto meno in termini di produzione energetica essendo il sito più ventoso che non soleggiato.
Quindi molto presto, con buona pace dei detrattori dell’eolico (che vedono la presenza dei rotori impattanti per l’ambiente), sopra i due minareti alti 22 metri verranno installate alcune piccole pale da un metro e mezzo ciascuna di altezza che produrranno un terzo dell’energia elettrica necessaria alla moschea. Il progetto per il momento è stato approvato dalla comunità islamica locale. A breve si dovrebbe dare il via ai lavori.
Via | Guardian.co.uk
Foto | Flickr
Auto elettrica: sperimentata con successo la batteria semisolida a ricarica rapida
Vorrei segnalarvi un interessante filone di ricerca relativo alle auto elettriche. Un team di ricercatori americani appartenenti al Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha infatti realizzato un nuovo modello di batteria più leggera, economica e rapida da ricaricare che, secondo i primi test, potrebbe realmente trasformare il settore dei veicoli elettrici. Il nuovo sistema è basato sulla tecnologia delle batterie di flusso, composte cioè da sostanze liquide.
La novità consiste nel fatto che si avrebbe una densità energetica dieci volte maggiore, grazie a un’innovazione fondamentale: la struttura liquida della batteria di flusso è infatti stata combinata con la tecnologia delle normali batterie solide a ioni di litio; in sostanza si tratta di un mix fra due elettroliti diversi il cui risultato, chiamato batteria di flusso semisolida, è quello di avere delle particelle solide sospese nel liquido. Quali i vantaggi? In sostanza per ricaricare questo tipo di batterie, è sufficiente sostituire i liquidi; per cui si tratta di un’operazione che potrebbe richiedere pochi minuti.
Nota interessante il fatto che queste batterie potrebbero trovare applicazione anche come accumulatori in associazione ad impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, almeno per piccole utenze, riducendone i limiti legati all’intermittenza degli impianti stessi. Tutti questi aspetti rendono di un certo interesse la tecnologia, i cui sviluppi verranno seguiti con una certa attenzione. Alla luce di simili risultati si può quindi essere più che ottimisti sul fatto che l’auto elettrica in pochi anni potrebbe realmente diventare competitiva.
L’errore che non dovrà essere fatto è pensare che il raggiungimento della maturità tecnologica delle auto elettriche sia per forza di cose direttamente proporzionale all’autosostenibilità energetica nel settore trasporti; sarà per questo importante pianificare il passaggio al trasporto elettrico in modo che la produzione del vettore energetico (necessario alla ricarica delle batterie) sia la più sostenibile possibile.
Se si penserà che per produrre il vettore energetico sia comunque imprescindibile il far ricorso all’energia primaria delle fonti fossili, non si farà altro che programmare il futuro semplicemente spostando le emissioni dalle strade alle centrali elettriche. Se dovesse avvenire questo, si tratterebbe di un gioco che (ovviamente) non varrebbe la candela.
Via | Mit.edu ; Nextgreencar.com
Foto | Flickr
Auto elettrica: sperimentata con successo la batteria semisolida a ricarica rapida




