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Picco degli oggetti e picco del petrolio: stop ai consumi

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Fine del petrolio fine del consumismo

Il picco degli oggetti è legato al picco del petrolio: ossia se finisce il secondo terminano anche i primi. Il ragionamento è semplice: se la nostra economia si basa su petrolio, terminando questo terminano anche gli oggetti prodotti con esso. Non solo siamo in una fase in cui iniziano a scarseggiare anche le materie prime (ferro, zinco,argento, platino ecc.) ne scrivevo qui . Il che non vorrà dire non avere più un economia, bensì averne una nuova basata sull’uso e non più sul possesso di oggetti.

L’esempio è dato dalla Curva di Kuznets per cui si passa da una prima fase di industrializzazione dove si scialano risorse a una seconda fase dove le risorse non gestite più efficacemente. Per qualcuno invece vince l‘Effetto Rebound per cui l’economia delle energie sono compensate, parzialmente o completamente da una più grande produttività.

Ma qualunque sia la visione resta un dato di fatto: la limitata disponibilità di materie prime il che porta necessariamente a rivedere i consumi e il sistema economico su essi imperniato. Si giunge quindi al consumo collaborativo, ossia consumare non implicherà più necessariamente la produzione. Si preferirà l’uso al possesso, il baratto, il leasing al mero acquisto. E le premesse sembrano esserci tutte.

Via | Transition-Energie
Foto | Flickr

Picco degli oggetti e picco del petrolio: stop ai consumi

Presa Diretta: la brutta storia dell’emergenza rifiuti a Roma

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Discarica malagrotta Ho visto, da napoletana, con un certo raccapriccio la puntata di ieri di Presa Diretta. Riccardo Iacona ha raccontato magistralmente l’emergenza rifiuti in Lazio e a Roma con tanto di commissario cioè il Prefetto Giuseppe Pecoraro (qui il video). In mezzo l’ennesima proroga alla discarica Malagrotta oramai bomba ecologica a cielo aperto e che ha iniziato a contaminare le falde acquifere della zona: fiumi di percolato oramai discendono allegramente. Poi la batosta finale: come invece una classe politica, quella di San Francisco sia riuscita a fare la differenza nella gestione rifiuti.

L’approccio alla monnezza da parte delle amministrazioni capitoline e laziali è da bassoliniana memoria: ficcare tutto sotto il tappeto. Ma poi il tappeto esplode. Se in Campania si sono registrate connivenze malaffaristiche e di mala etica tra la politica e la camorra (ne scrive Tommaso Sodano oggi assessore all’ambiente e vicesindaco di Napoli) il Lazio vede solo la mala etica degli affari e dello strappaconsenso politico, che vuol dire voto. Dare ai cittadini una città pulita, perciò, non è una questione di sana gestione ma un affare. In sostanza l’amministrazione romana con 70-80 euro a tonnellata butta in una buca l’immondizia talquale. La differenziata a Roma è ferma al 25%. Un niente. Non interessa alla politica forzare la mano sulla differenziata perché costa e dunque sarebbe impopolare in un momento simile andare a chiedere altri soldi ai cittadini. La visione è miope e pure ignorantella e lo dimostrano le migliaia di esempi dei Comuni virtuosi che hanno innescato le buone pratiche di gestione dei rifiuti a costi irrisori.

Poi che dire della vergogna provata da italiana nel vedere le zone intercettate per diventare nuove discariche (in spregio alle leggi europee che ne impongono la chiusura): aree con coltivazioni biologiche, vite, ulivo, ortaggi, allevamenti. Da Riano a Tivoli dove c’è un monumento all’archeologia che è Villa Adriana fino alla splendida fattoria di Pizzo del Prete che sarebbe da radere al suolo per costruirci una discarica con annesso inceneritore.

Presa Diretta: la brutta storia dell’emergenza rifiuti a Roma

Costa Concordia, Bertolaso:"La protezione civile arriva tardi"

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Guido Bertolaso Antonello Piroso questa domenica porta a casa un bel pezzo di giornalismo: intervista a Ma anche no su La7 un redivivo Guido Bertolaso. Molte le questioni sul tavolo nero di Piroso: dalla Protezione civile che Bertolaso ha lasciato andando in pensione, ai molti scandali, intercettazioni, massaggi e non ultimo due esposti per omicidio colposo, dopo una nuova intercettazione telefonica pubblicata, per le morti del terremoto dell’Aquila di quasi 3 anni fa. Ma prima di raccontarvi cosa ha risposto l’ex capo della Protezione civile oggi in pensione a 7500 euro netti (glielo chiede Piroso e lui pronto risponde):

Si almeno questo! (riferendosi al netto Ndr). Come un Generale tre stelle o un Prefetto.

vi riporto le dichiarazioni fatte in merito ai soccorsi alla Costa Concordia. Tutti bravi, buoni e generosi i soccoritori, dice Bertolaso ma è mancato chi coordinasse tanta bravura. Chiede l’ex-capo della PC:

Chi era alla regia?

In effetti la Protezione Civile è comparsa solamente ieri con le dichiarazioni spiazzanti del suo attuale capo Franco Gabrielli. Durante la conferenza stampa che ha annunciato l’insediamento della Protezione Civile nei segmenti di prevenzione del rischio disastro ambientale a causa della possibile perdita di carburante per l’esattezza 2.400 tonnellate di IFO380 stivato in 24 serbatoi a tenuta stagna del relitto, Gabrielli ha precisato che la contaminazione dell’ambiente marino è già avvenuta:

Pensiamo solo agli olii contenuti nelle cucine, ai solventi o a tutto il materiale che serve a sostenere una comunità di oltre 4000 persone. Con il parziale affondamento della Costa Concordia molto di quei materiali si è già disperso nell’ambiente. Signori la contaminazione è già avvenuta.

E veniamo a quanto ha dichiarato Bertolaso in merito all’ultima denuncia depositata da Rifondazione comunista con l’accusa di omicidio colposo per le 309 morti del terremoto dell’Aquila del 6 aprile del 2009. In sostanza da una intercettazione telefonica pubblicata da La Repubblica emergerebbe che la Conferenza di servizio (qui il resoconto della stessa Protezione civile) della Commissione Grandi rischi che fu indetta per il 31 marzo 2009 e a cui presero parte numerosi scienziati servì a tranquillizzare l’opinione pubblica. Ul che non sarebbe un reato se non fossero state camuffate le reali conseguenze. I team di scienziati all’epoca dichiarò che considerate le numerose scosse che in quel periodo colpivano la regione non vi era un reale pericolo che si verificasse un terremoto di grandi dimensioni (cosa che avvenne, però 6 giorni dopo Ndr). A fomentare il clima di previsione terremoti si previsione terremoti no furono gli allarmi lanciati da Giampaolo Giuliani che pur non fornendo studi accreditati alla comunità scientifica nazionale e internazionale si dice sia in grado, grazie alle misurazioni di radon, di stimare l’approssimarsi di un sisma.

Bertolaso dichiara a Piroso:

Ho solo riferito quel che mi avevano detto gli scienziati: i terremoti non si possono prevedere e il fatto che vi siano così tante scosse di terremoto fa si che vi sia molta energia liberata e che dunque sia improbabile una scossa più intensa. Inoltre io non ero tenuto a organizzare la conferenza della Commissione Grandi Rischi prima. Semmai l’avrei dovuta fare il 7 aprile. Ecco questo è stato un mio errore.

Bertolaso conclude la sua intervista annunciando che sulla sua gestione della Protezione civile e sulle sue verità sulla gestione dei Grandi Eventi ci sta scrivendo un libro. Nell’attesa delle sue memorie potete seguirlo sul suo sito guidobertolaso.net e lui scrive anche molto.

Infine vi lascio di seguito, appunto, le sue considerazioni prese dal suo sito in merito alla gestione dell’emergenza della Costa Concordia:

Ma chi ha coordinato i soccorsi? Chi ha preso in mano la gestione dell’intera operazione in tutti i suoi aspetti, dall’accoglienza dei superstiti alla loro sistemazione ai rapporti con le autorità dei Paesi che avevano a bordo della nave dei connazionali, alla ricerca dei dispersi alle misure per la messa in sicurezza dell’ambiente? Chi informa l’opinione pubblica permettendo a tutti di farsi un’idea precisa di ciò che sta accadendo e di ciò che ci aspetta?
Nessuno. Per fortuna che il territorio del Giglio è di un Comune che ha consapevolezza e strutture di protezione civile all’altezza. Il Sindaco ha potuto fare bene e subito, attivando procedure e risorse preparate e precise nell’agire. L’accoglienza ai profughi è stata efficace e tempestiva. Ma tutto il resto? Ogni Amministrazione, ciascun Corpo dello Stato presente sul campo ha agito per conto suo, facendo, ne sono certo, il meglio, ma ovviamente senza riuscire a mettere in sinergia competenze e capacità che fanno capo a soggetti molto diversi tra loro. Perché? Perché è stato “commissariato” il Dipartimento della Protezione Civile, perché si pensa che non sia indispensabile un effettivo coordinamento, cioè qualcuno che decida chi deve fare cosa, in che tempi, in che modo, collaborando con chi.
Ora queste decisioni non sono prese dal Governo, né dal Dipartimento, ma da qualche funzionario o dirigente del Ministero dell’Economia, con l’assenso di qualche consigliere della Corte dei Conti, che con tutta calma, senza mai aver gestito nessuna emergenza diversa dallo spegnere il gas quando il caffè è pronto, decidono se e come è opportuno utile e congruo un intervento della Protezione Civile, senza metterci la faccia sulle decisioni che prendono, all’ombra del loro tranquillissimo anonimato irresponsabile. Con buona pace dei tempi stretti dell’emergenza. Loro,a bordo,non ci sono saliti mai!
A me è parso strano che ci siano voluti più di quattro giorni per vedere all’opera gli incursori della Marina Militare. Che servisse qualcosa di più della fiamma ossidrica per entrare in certe aree del relitto era cosa da capire subito, cui provvedere immediatamente. Ma chi c’era al Giglio per decidere immediatamente, integrando le competenze dei Vigili del Fuoco con quelle di altre strutture dello Stato utili ad accelerare la soluzione del problema, lottando contro il tempo che ci separa da un disastro più grave umiliante e costoso?
Chi ha deciso quanti Vigili del Fuoco, quanti militari della Guardia di Finanza della Capitaneria, della Marina, delle Forze dell’ordine erano necessari al Giglio? Per fare cosa? Quanti ce ne sono, oggi, sull’isola e nei paraggi, mobilitati per questa emergenza?
Se il problema è che con il Dipartimento di mezzo i vari comandanti, responsabili, autorità di ogni ordine e grado vengono privati del loro quarto d’ora di celebrità e del gusto di rilasciare dichiarazioni, parliamone, troveremo una soluzione che preveda, chessò, all’inizio di ogni emergenza l’estrazione a sorte di un portavoce che cambia ogni tre giorni, per far posto a tutti.
Ma non rinunciamo a coordinare i soccorsi, non rinunciamo a dare ai cittadini una informazione chiara su cosa sta avvenendo e cosa si sta facendo, non rinunciamo a mettere la faccia di qualcuno che spieghi e si assuma la responsabilità di decidere, avendone il potere oltre che il dovere di farlo.
Ma soprattutto non contrabbandiamo l’assenza del Dipartimento come misura per il risparmio delle risorse pubbliche. Costano anche quelle mandate in giro a fare parata, costano anche quelle mobilitate in quantità sconsiderate rispetto al quadro operativo, le sue caratteristiche e le esigenze che lo scenario reale evidenzia.
Al Giglio abbiamo trovato subito il colpevole, abbiamo trovato anche uno o più eroi, ma non abbiamo ancora risolto granché, spendendo comunque tanto e facendo una figura a livello mondiale che solo gli operatori turistici in futuro potranno quantificare.Con buona pace di tutti coloro che hanno dato il loro contributo a delegittimare il Dipartimento della protezione civile.

Foto | Flickr

Costa Concordia, Bertolaso:”La protezione civile arriva tardi”

Liberalizzazioni, mistero Ponte sullo Stretto: definanziato o no?

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Definanziato il Ponte sullo Stretto di Messina

Il Dl sulle liberalizzazioni e privatizzazioni non smette di sorprendere (il testo qui). Scopro che con il Dl si dà il via al Project financing per le infrastrutture, ossia si ammette l’ingresso di capitali privati per finanziamento, realizzazione e gestione. Esempio: con l’art.44 passa ai privati imprenditori (si spera con fedina penale immacolata) la possibilità di gestire carceri e carcerati (lo spiega bene qui Debora Billi). Dunque secondo questa nuova visione dell’uso dei capitali risulta definanziato per 1,6miliardi di euro il Ponte sullo Stretto mentre arrivano 5,5miliardi di Euro per contrastare il dissesto idrogeologico e finanziare le piccole opere pubbliche. Ma secondo noi non è detto che non sarà poi aperto a capitali privati. Intanto le associazioni ambientaliste sono strafelici: da Legambiente al WWF ora si augurano solo che il Governo chiuda definitivamente la società Ponte di Messina. Ma a Raffaele Lombardo governatore della Sicilia non tornano i conti e sopratutto non risulta che il Ponte sullo Stretto non si farà più. Infatti, non appena è stata data la notizia del definanziamento ha dichiarato:

Pare che il Cipe abbia sottratto la copertura finanziaria necessaria per la costruzione del Ponte sullo Stretto che i siciliani vogliono mentre la si mantiene per la piu’ costosa Tav che in Val di Susa non vogliono. Se cosi’ fosse, potranno brindare, tra Scilla e Cariddi, i Caronte che impongono un “pizzo” di 250 euro agli autotrasportatori disperati e gli aggiudicatari della gara che senza muovere un dito incasseranno milioni di euro di risarcimenti!

Veniamo invece a queli 5,5 miliardi riservato alle piccole opere. Di questi circa 700milioni di euro andranno al sud per contrastare l’erosione del territorio. Ecco come, secondo quanto riporta Il Nuovo Molise:

Per il dissesto idrogeologico, con la delibera “frane e versanti”, il Cipe ha finanziato con 679,7 milioni di euro (di cui 352 milioni messi a disposizione dalle Regioni sui Programmi attuativi regionali e 262 milioni attraverso i Programmi attuativi interregionali) quei territori del nostro Mezzogiorno colpiti da calamità naturali. In tal senso, saranno realizzati 518 interventi identificati tra il 2010 e il 2011 attraverso un processo di collaborazione tra le sette regioni del Sud interessate (Basilicata, Calabria Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), il ministero per l’Ambiente e la Coesione Territoriale. Gli importi sono distribuiti tra le sette regioni interessate: Basilicata 23,94 milioni, Calabria 198,9, Campania 184,45, Campania (Giugliano) 26,23, Molise 27, Puglia 175,56, Sardegna 25,85, Sicilia 12,75. Sbloccati anche 556 milioni per l’edilizia scolastica: di questi 456 milioni saranno destinati alla messa in sicurezza delle scuole italiane (due terzi al Sud) mentre 100 milioni serviranno alla costruzione di nuovi complessi.

Foto | NoPonte

Liberalizzazioni, mistero Ponte sullo Stretto: definanziato o no?

Napoli, 20km di pista ciclabile da Bagnoli a Piazza Garibaldi

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Piste ciclabili a Napoli entro l'estate 2012

Napoli fa sul serio con la mobilità sostenibile: dopo il percorsi che usano le scale, la chiusura al traffico del centro storico ecco la pista ciclabile più lunga del Mezzogiorno. Collega Bagnoli a Piazza Garibaldi (in pratica i due punti estremi della Città di Napoli) sarà pronta tra circa sette mesi, sul finire dell’estate insomma e darà ai napoletani (e a chi vorrà pedalare) 20 km da usare anche come interscambio con le metropolitane. In proposito, infatti la bici sarà benvenuta a bordo dei treni metrò della Linea 6 e il suo trasporto sarà gratuito.

Il costo dell’intera operazione è di un milione e 200mila euro e messo in conto dalla precedente amministrazione. Il che però non deve meravigliare: non sempre le spese previste si realizzano per quello per cui sono state messe in bilancio. Esempio: a Caserta la precedente amministrazione aveva previsto 350mila euro per sistemare le piste ciclabili, ebbene quei soldi sono stati usati dall’attuale amministrazione per acquistare 10 autovetture e 3 motocicli da destinare alla polizia urbana.

L’amministrazione lancia anche un concorso in merito: trovare il nome a questa nuova pista ciclabile:
Ora tocca a voi! Presto, su questa pagina internet, verrà pubblicato un bando pubblico che permetterà a writers e giovani studenti di scegliere il nome del percorso ciclabile e caratterizzare alcune aree di sosta del tracciato con i murales. Il tema centrale sarà la mobilità sostenibile.

Via | Comune di Napoli

Napoli, 20km di pista ciclabile da Bagnoli a Piazza Garibaldi

Un monumento a Schettino

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nave crociera venezia

Un monumento a Schettino, no, non sul serio ma per quell’ironia della cattiva sorte, tutta italiana, che ci fa vedere i problemi giganti solo per gli errori dei nani. E così, a seguito del naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio, il Ministero dell’Ambiente si è accorto che c’erano delle belle e luminose città galleggianti che sfioravano troppo da vicino Venezia, la città galleggiante.

Eppure cittadini e gruppi ambientalisti, con iniziative come Big ship you kill me, se ne lamentavano da tempo, con scarsi risultati. Le navi da crociera fanno scalo a Venezia dal 2000. Chi lo sa se non si può parlare di 11 anni di tragedie sfiorate, perché se alla storia del comandante fuori di testa, ubriaco, megalomane e cieco e chi più supposizioni ha più ne metta, ci crediamo tutti, di sicuro c’è già un’altra storia: la consuetudine di salutare le isole ed i tratti di costa di pregio avvicinandosi troppo era comune a molte navi. Accolta con favore da isolani e sindaci.

Le navi da crociera nel Bacino di San Marco sono andate via via crescendo in lunghezza ed altezza nel corso degli ultimi anni. Oscurano la maggior parte dei campanili veneziani dall’alto della loro stazza imponente, tolgono il respiro alla visuale, sono visibili da terrazzi e tetti. Nel 2000 il numero di passeggeri in transito a Venezia sulle navi da crociera ammontava a 500 mila. Nel 2011 si è sfiorata la soglia dei 2 milioni di viaggiatori.

A volte si possono scorgere fino a dieci grandi navi ormeggiate contemporaneamente nel porto di Venezia. Ad osservare la scena da lontano, sembra quasi che sia la città di Venezia ad essere ormeggiata ad una grande nave e non il contrario.

Anche se 150 metri (è quanto accaduto all’Isola del Giglio) potrebbero sembrare una distanza tutto sommato sicura, per queste grandi navi una distanza simile equivale a pochi millimetri. Pensare che navi delle dimensioni della Costa Concordia sono passate ad una distanza di 50 metri dal Palazzo Ducale per molti anni e più e più volte mette i brividi.

Non è soltanto il rischio di collisioni ed incidenti ad essere stato trascurato dalle nostre politiche ambientali. Queste navi utilizzano infatti carburanti come il bunker fuel che emettono degli inquinanti a dir poco tossici per i polmoni dei veneziani e corrosivi per i monumenti.

Il Bacino di San Marco è patrimonio dell’umanità. Engelbert Ruoss, responsabile della filiale UNESCO a Venezia, spiega che nei Paesi in via di sviluppo, paradossalmente, i nuovi siti nominati Patrimonio dell’Umanità vengono protetti con misure molto più restrittive di quelle applicate dalla Spagna e dall’Italia a protezione del loro patrimonio storico-culturale.

Ma porteranno poi dei vantaggi economici almeno queste grandi navi? Non ai veneziani che possono già contare su un flusso, quasi eccessivo, di 20 milioni di turisti all’anno. Inoltre, i passeggeri delle navi da crociera mangiano e dormono quasi sempre a bordo, dunque se si esclude qualche souvenir di qua e di là, lasciano l’economia che trovano. Non ne vale la pena. I veneziani lo sapevano bene. Ora è chiaro anche a Clini e a chi prima di lui poteva e non ha ascoltato le perplessità dei cittadini. Quando una nave affonda non sempre è solo colpa del comandante, ma se una città come Venezia viene trascurata e poco tutelata il dito contro il Ministero dell’Ambiente ed il Ministero dei Beni Culturali puntiamolo pure con una certa sicurezza e guardiamoli, come sempre, correre ai ripari, nani sulle spalle di nani.

Via | The Daily Beast
Foto | Flickr

Un monumento a Schettino

Stop al fracking in Bulgaria

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fracking

Dopo un lungo dibattito scatenato dalle proteste di gruppi di ambientalisti e cittadini, il Parlamento bulgaro il 18 gennaio scorso si è espresso contro la fratturazione idraulica, mettendo al bando l’esplorazione e l’estrazione del gas di scisto nel Paese e nelle acque territoriali del Mar Nero con 116 voti a favore, sei contrari e 3 astenuti. Un brutto colpo per la Chevron già in possesso, dal giugno del 2011, delle autorizzazioni per la ricerca di nuovi giacimenti di gas di scisto nell’area Nord-orientale della Bulgaria.

La compagnia si vedeva già in tasca tra i 300 ed i mille miliardi di metri cubi di gas di scisto che secondo le stime erano stoccati sotto la catena montuosa, a Novi Pazar. Un portavoce della Chevron, Kurt Glaubitz, ha commentato la decisione del Parlamento bulgaro auspicando un ripensamento, alla luce di un’attenta analisi scientifica che dimostri ai cittadini ed al Governo che l’esplorazione e lo sviluppo possono essere compatibili con la salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente.

Dopo la Francia che sei mesi fa aveva bandito la tecnica del fracking sollecitata dai cittadini infuriati, la Bulgaria è il secondo Paese europeo ad imporre il divieto. Il Parlamento bulgaro ha introdotto pesanti sanzioni per le compagnie petrolifere che non rispettano il bando: si vedranno confiscare i mezzi e saranno costrette a pagare una multa di 50 mila euro.

La fratturazione idraulica, ne parlavamo su Ecoblog appena qualche settimana fa, è una tecnica rischiosa che consiste nel pompaggio di acqua pressurizzata, sostanze chimiche e sabbia nella roccia allo scopo di aprire delle fessure che facilitino la risalita del flusso di combustibili.

Il fracking viene utilizzato per cercare giacimenti che con le altre tecniche non verrebbero rilevati. L’EPA di recente ha confermato le preoccupazioni ambientali sollevate da cittadini ed associazioni sui rischi di inquinamento delle falde acquifere e di piccoli terremoti connessi alla fratturazione idraulica.

Via | Bulgaria-Italia; Inhabitat
Foto | Flickr

Stop al fracking in Bulgaria

Clini e Passera: decreto trivella libera in Adriatico

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Monti autorizza trivellazioni free offshore nel Mare Adriatico

Tra un paio di giorni, sarà svelato il decreto Liberalizzazioni voluto dal governo di Mario Monti. Accanto all’apertura ei servizi per l’acqua pubblica si prospettano anche libere trivellazioni offshore nel Mar Adriatico. Il decreto nasce con la collaborazione dei ministri Clini all’Ambiente e Passera allo Sviluppo.

Come riporta Bari Today:

Il decreto in preparazione comprenderebbe anche tre articoli – il 20, il 21 e il 22 – che introdurrebbero una serie di facilitazioni per l’attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi sul territorio nazionale, oltre ad aumentare gli investimeni destinati alla realizzazione di infrastrutture estrattive.

Replica Legambiente:

Insomma, per ottenere una buona valutazione da Standard & Poor’s e far alzare il rating il nuovo governo sceglie la via più antica e obsoleta: quella di svendere il paese ai petrolieri. Alla faccia della green economy.

Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro per l’Ambiente, invece mi scrive:

Nel Mediterraneo serve una moratoria della perforazioni petrolifere altro che libertà di trivella. Non basta la follia della meganavi che entrano impunemente nella aree marine protette, la libertà di Trivella è una assurdità degna di quella Sarah Palin e dei tea party americani che incoraggiano un consumismo nemico dell’ambiente. Nel Mediterraneo, mare chiuso e supertrafficato già i rischi del traffico di petroliere ed il catrame pelagico hanno superato i livelli di guardia. Le ricerche e perforazioni andrebbero bloccate del tutto nelle aree protette e sensibili e sospese per almeno dieci anni in tutto il Mediterraneo. Dopo il disastro della Bp serve una moratorie internazionale. Monti e Passera si impegnino su questo,per un Paese turistico e di mare come l’Italia questo è l’interesse nazionale.

Come risposta a Monopoli i cittadini scenderanno in piazza per protestare, mentre la prof.ssa Maria Rita D’Orsogna è stata sentita ieri in Commissione X proprio sulla sicurezza delle attività di trivellazione offshore.

Foto | Garganistan Gargano Moviment su Fb

Clini e Passera: decreto trivella libera in Adriatico

Gli attivisti per l’acqua pubblica occupano il ministero dell’Economia

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Le privatizzazioni che il governo Monti si appresta a emanare non vanno a colpire solo tassisti, farmacisti e iscritti agli ordini professionali, ma anche l’acqua pubblica. Solo che nel caso dell’acqua gli italiani hanno chiaramente espresso la loro volontà nel referendum abrogativo del 12 e 13 giugno scorso: non vogliono che i servizi siano privatizzati.

Nel video in alto la pacifica occupazione fatta stamattina da alcuni attivisti all’interno del ministero dell’Economia proprio per sollevare la questione e chiedere di essere ricevuti dal premier Monti.

Ecco cosa riferisce in un comunicato stampa il Forum italiano dei movimenti per l’acqua:

Per quanto riguarda l’acqua il Governo esclude la possibilità di gestione tramite aziende pubbliche e vincola il servizio idrico alle SPA e al mercato. In questo modo si agirano i risultati referendari e la volontà popolare producendo un grave atto contro la democrazia e la richiesta esplicita di un cambio di rotta nelle scelte politiche economiche di questo paese. Si rilancia, invece, con forza la ricetta del libero mercato, dello sfruttamento dei beni comuni e la tutela dei profitti. Per questo non arretreremo e saremo in mobilitazione permanente per far ritirare il decreto e per far prendere posizione al Parlamento ma, sopratutto, per far si che ancora una volta i cittadini e le cittadine italiane prendano parola in prima persona per riconquistare i propri diritti e il proprio futuro.

Qui la raccolta firme per sollecitare il governo a non intraprendere la privatizzazione dei servizi per l’acqua.

Gli attivisti per l’acqua pubblica occupano il ministero dell’Economia

In Sicilia è guerra per il petrolio

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Forconi siciliani in guerra per la benzina Qualche giorno fa, lunedì per la precisione, vi raccontavo della protesta del Movimento dei Forconi e di Forza d’urto che ha messo in piedi l’operazione Vespri siciliani in tutta la Sicilia.

La protesta democratica e civile consiste nel bloccare il trasporto merci dall’Isola verso il Continente e viceversa. Risultato: a oggi molte pompe di benzina hanno esaurito le scorte e sembra che anche la merce scarseggi nei supermercati. I blocchi autostradali di tir e camion proseguono e molte arterie di trasporto sono ferme a causa del sostare dei mezzi pesanti. Insomma, la protesta sembra essere al culmine del successo. I motivi per cui la gente scende in piazza secondo questa modalità sono vari, ma sostanzialmente protestano contro il caro carburante che grava sui costi di produzione rosicando quel po’ di margine di guadagno.

In strada ci sono gli agricoltori, i pescatori, gli allevatori e i piccoli imprenditori del trasporto. Ma le scene della protesta che stanno toccando la Sicilia intera sembrano arrivare direttamente dal futuro. Ossia quando si realizzerà quanto previsto dagli scienziati del peak oil, la fine del petrolio. Per ora le cause riguardano il costo elevato del carburante e l’aumento del prezzo del biglietto del passaggio ponte e l’ecopass di Messina. Il fatto allucinante per i siciliani è che per andare in Calabria pagano un biglietto di traversata dello Stretto che non prevede neanche un centesimo di sconto per i residenti in sicilia. Lo prevede per i soli residenti a Messina. Dopo il salto il video con i presidi di Priolo, dove peraltro sono raggruppate le maggiori raffinerie italiane e Agrigento vicino Gela, altro polo chimico-industriale.

Foto| Movimento Forconi su Fb

In Sicilia è guerra per il petrolio