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Specie asiatiche invasive, a rischio estinzione le coccinelle europee

Le coccinelle native della Gran Bretagna e degli altri Paesi europei (Adalia bipunctata) sono in rapido declino a causa della diffusione di una specie invasiva, la coccinella arlecchino, Harmonia axyridis, di origine asiatica. A lanciare l’allarme, confermando i timori sollevati dai biologi negli anni scorsi, è un recente studio pubblicato sulla rivista Diversity and Distributions, a cura di un’équipe internazionale coordinata da Helen Roy del Centre for Ecology and Hydrology di Wallingford, nell’Oxfordshire.
Sette delle otto specie autoctone britanniche sono in declino ed anche in Belgio ed in Svizzera si nota un fenomeno simile. Pensate che la coccinella arlecchino era stata importata per contenere altri parassiti, in un programma di lotta biologica, e ora è diventata una specie invasiva. La diffusione della coccinella arlecchino provoca un impatto devastante sulla resilienza degli ecosistemi, minando gli equilibri naturali e generando un deficit ecologico.
Le Adalia bipunctata sono diminuite del 44% nel Regno Unito e del 30% in Belgio nei cinque anni successivi all’arrivo della coccinella arlecchino, nel 2004. La coccinella Arlecchino condivide l’habitat con le specie autoctone, entrambe vivono sugli alberi decidui ma dal momento che la arlecchino è più grande ha la meglio sulle bipunctata e riesce a sottrarre più cibo (larve).
Specie asiatiche invasive, a rischio estinzione le coccinelle europee
Carta: se quella per i regali fosse riciclata manderebbe un autobus sulla Luna
Avete idea di quanta carta viene sprecata per incartare i regali di Natale ?
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Carta: se quella per i regali fosse riciclata manderebbe un autobus sulla Luna
Ue, trasporto aereo: le aziende pagheranno per le emissioni di CO2

La Corte di Giustizia Europea ha stabilito ieri che rientrano nel Sistema di Scambio delle Emissioni europeo ETS anche le compagnie aeree del trasporto commerciale (le trovate qui); incluse quelle di Paesi extraeuropei che usano gli aeroporti dell’Unione per le partenze e gli arrivi dei loro veivoli. Sostanzialmente viene rispettato il principio cardine per cui: chi più inquina più paga.
Scrive il WWF:
La decisione presa oggi dalla più alta corte dell’UE conferma che l’innovativa legge europea per ridurre le emissioni dei voli internazionali è perfettamente compatibile con il diritto internazionale, non infrange la sovranità di altre nazioni e si distingue dagli oneri e tasse già soggetti alle limitazioni da parte di altri trattati” ha detto la coalizione internazionale di 6 gruppi ambientalisti composta dal WWF insieme a tre organizzazioni statunitensi (Center for Biological Diversity, Earthjustice, e Environmental Defense Fund) e gruppi europei (Aviation Environment Federation, Transport & Environment, e WWF-UK), che hanno preso parte al processo come parte a sostegno della difesa.
Ma perché si è arrivati alla sentenza della Corte di Giustizia Europea? Facciamo un passo indietro fino al 2003 quando nel sistema di scambio di quote di emissione non rientravano le compagnie aeree, incluse poi dalla Direttiva 2008/101 che impone dal 1° gennaio 2012 l’acquisto e la vendita delle Quote anche per le compagnie di Paesi terzi che transitano in partenza o arrivo in aeroporti europei.
La Direttiva è stata impugnata nel Regno Unito da diverse compagnie aeree statunitensi e canadesi perché come riporta AvioNews:
La direttiva violerebbe, da un lato, la convenzione di Chicago, il protocollo di Kyoto e l’accordo cosiddetto ‘Open skies’ –in particolare a motivo del fatto che essa imporrebbe una forma di imposta sui consumi di carburante– e, dall’altro, alcuni principi di diritto internazionale consuetudinario– per il fatto che essa tenderebbe ad applicare il sistema di quote di emissioni al di là della sfera di competenza territoriale dell’Unione.
Ebbene, secondo la Corte di Giustizia europea interrogata in merito dalla High Court of Justice of England and Wales del Regno Unito appunto tutti devono pagare per le emissioni di CO2. Detto ciò, le Compagnie aeree hanno obiettato che a fronte di maggiori oneri saranno costrette a sostenere un aumento del costo del servizio. In merito la Corte fa sapere:
Il costo concreto imposto all’operatore dipende, trattandosi di una misura fondata sul mercato, non già in modo diretto dal numero di quote che debbono essere restituite, bensì dal numero di quote inizialmente assegnate a tale operatore nonché dal prezzo delle stesse sul mercato qualora si renda necessaria l’acquisizione di quote supplementari per coprire le emissioni. Inoltre, è persino possibile che un operatore di aeromobili, pur avendo detenuto o consumato del carburante, non subisca alcun onere pecuniario derivante dalla sua partecipazione al suddetto sistema, o addirittura che egli realizzi un utile cedendo a titolo oneroso le proprie quote eccedentarie.
Via | AvioNews, Comunicato stampa WWF
Foto | Flickr
Ue, trasporto aereo: le aziende pagheranno per le emissioni di CO2
I costi dell’inquinamento industriale in Europa

Inquinamento industriale, quanto ci costi? I dati diffusi dalla European Environmental Agency parlano di una spesa compresa tra i 102 ed 169 miliardi di euro nel 2009. È questo il prezzo pagato dai cittadini europei a causa dell’inquinamento atmosferico, provocato dai 10 mila impianti industriali più inquinanti del Vecchio Continente.
Si tratta di costi sanitari ed ambientali. Pensate che la metà di questo conto dovremmo presentarlo ad appena 191 industrie, che da sole provocano danni compresi tra i 51 e gli 81 miliardi di euro. Si tratta di grandi centrali elettriche, raffinerie, industrie che utilizzano processi di combustione, impianti per lo smaltimento dei rifiuti ed alcune attività agricole.
Le emissioni delle centrali elettriche sono quelle che incidono maggiormente, con danni per 66-112 miliardi di euro. Bisogna considerare, però, che l’analisi della EEA ha escluso le emissioni provenienti dai trasporti, da molte attività agricole e dai consumi domestici, altrimenti il conto sarebbe stato ancora più alto.
Pro capite l’inquinamento industriale nel 2009 ci è costato qualcosa come 200-330 euro. I Paesi con più impatto sono, in ordine, Germania, Polonia, Regno Unito, Francia e Italia, che contano molte industrie di grandi dimensioni. Se invece si introduce la variabile della produttività delle economie nazionali, le emissioni maggiori, in rapporto al numero di attività produttive, provengono da Paesi come la Bulgaria, la Romania, l’Estonia, la Polonia e la Repubblica Ceca.
I danni più ingenti li causa l’anidride carbonica (CO2): 63 miliardi di euro nel 2009. Seguono altri inquinanti atmosferici, che contribuiscono alle piogge acide e causano problemi respiratori, come l’anidride solforosa (SO2), l’ammoniaca (NH3), il particolato (PM10) e gli ossidi di azoto (NOx), che hanno causato danni tra i 38 ed i 105 miliardi di euro nel 2009.

Via | European Environmental Agency
Foto | EEA
Prezzo del Cibo: l’aumento dei prezzi cambia (in peggio) la nostra dieta

Un sondaggio commissionato da Oxfam e che coinvolto oltre 16 mila persone in tutto il mondo rivela come l’aumento dei prezzi del cibo stia cambiando velocemente la nostra dieta e lo sta facendo in peggio. Nella rilevazione non c’è il nostro paese, ma sono comunque 17 le nazioni coinvolte ed alcune sono nazioni industrializzate ed europee il che permette una comparabilità sulla carta con la situazione italiana.
In Germania le persone che dichiarano di aver “non mangiare più lo stesso cibo che mangiavano due anni fa” sono il 37%, in Spagna e nel Regno Unito addirittura il 46%. Fra questi soltanto un terzo sostiene di averlo fatto per il proprio benessere, cercando cioè prodotti provenienti da agricoltura biologica, più sani o magari legati alla filosofia del Km zero. I restanti due terzi ammettono di aver modificato le proprie scelte alimentari per via dell’aumento dei prezzi causato sia dalle speculazioni sui mercati sia dai cambiamenti climatici. Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia, ha dichiarato:
I leader mondiali devono agire ora per rifondare questo sistema alimentare al collasso, regolando i mercati delle materie prime e facendo marcia indietro sui biocarburanti per tenere sotto controllo i prezzi. L’Italia, uno dei paesi più rilevanti nel sistema alimentare globale, conosciuto per l’eccellenza dei suoi prodotti, ha la responsabilità di dare il suo contributo attivo. Il nostro paese, sede delle agenzie internazionali specializzate in cibo e agricoltura, ha un ruolo cruciale nel favorire gli investimenti sui piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo e aiutarli ad adattarsi ai cambiamenti climatici.
Prezzo del Cibo: l’aumento dei prezzi cambia (in peggio) la nostra dieta
Pesce pagliaccio a rischio estinzione per l’acidificazione degli oceani
La prossima “ricerca di Nemo” rischia di esser fatta con il solo ausilio della vista, dato che il pesce pagliaccio più famoso del mondo potrebbe non sentire più quando si chiamerà il suo nome. E’ questo l’allarme lanciato oggi dagli scienziati dell’Università di Bristol, Regno Unito, secondo cui i livelli di acidità che gli oceani rischiano di toccare entro la fine del secolo, potrebbero far diventare sordi questi pesci
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Pesce pagliaccio a rischio estinzione per l’acidificazione degli oceani
Gli ispettori IAEA in visita a Fukushima Daiichi
L’incidente nucleare di Fukushima Daiichi com’è noto è tutt’ora in corso. Tepco dopo due mesi ha ammesso che sì la fusione di 3 reattori su 6 c’è stata. Il punto è che nessuno ancora parla né di conseguenze né di soluzioni. Intanto l’IAEA, International Atomic Energy Agency, ha inviato il 27 maggio un team di esperti proveniente da 12 nazioni per:
individuare dall’incidente nucleare giapponese quegli insegnamenti che potrebbero contribuire a migliorare la sicurezza nucleare globale.
Il team dunque è impegnato con i funzionari giapponesi nelle stesura di una relazione che sarà presentata alla conferenza ministeriale sulla sicurezza nucleare presso la sede dell’AIEA a Vienna il 20-24 giugno prossimi.
Ha commentato Mike Weightman (nella foto a sinistra) ispettore capo del Regno Unito e team leader:
Era un esperienza da fare e la nostra squadra ha espresso grande ammirazione per gli straordinari lavoratori di Fukushima Daiichi.
Via | IAEA
Anche in Italia un Conto Energia per il solare termico
Poco tempo fa parlammo di un’interessante iniziativa messa in pratica nel Regno Unito ovvero introdurre un Conto energia per l’energia termica. In quell’occasione furono in tanti a considerare positivamente l’idea. Ebbene, secondo alcune voci, sembrerebbe che per il 2012, anche in Italia dovrebbe essere varato un sistema di incentivazione di questo tipo che andrà con tutta probabilità a sostituire il discusso sistema della detrazione Irpef del 55% per le rinnovabili termiche.
In attesa di conoscere i dettagli delle nuove tariffe incentivanti Assolterm (l’associazione italiana del solare termico) ha chiesto al governo attenzione su alcuni punti particolari che partono dall’introduzione di un diverso regime a seconda della potenza degli impianti, ad una durata dell’incentivo di almeno 10 anni, sino alla possibilità di cumulo con altre incentivazioni relative alle rinnovabili. Per il momento si è in fase di elaborazione del decreto e per saperne qualcosa in più bisognerà comunque attendere il mese di settembre.
La speranza ovviamente è che il nuovo sistema possa permettere di migliorare i risultati ottenuti con la detrazione fiscale del 55%, attraverso la quale in Italia si è riusciti a passare dai circa 350.000 mq annui installati nel 2007 ai 500.000 del 2010, per un giro d’affari di circa 500 milioni di euro. Numeri significativi sicuramente, ma ancora ben distanti da altre realtà: basti pensare infatti che mentre qui da noi si ha un installato pro capite di questi sistemi di energia di 0,06 mq/abitante, la vicina Austria può vantare per lo stesso indicatore un valore ben sette volte più alto.
Via | Ecodallecitta.it
Foto | Flickr
Esaurite le riserve ittiche nei mari italiani. Federcoopesca: "Allarmismo ingiustificato"

Lo scorso 30 aprile è stato consumato l’ultimo pesce pescato in Italia. Cioè se dovessimo fare affidamento sul solo pescato dei mari italiani dovremmo aspettare il prossimo gennaio per riprendere a pescare e per avere nuovamente pesce italiano sulla nostra tavola. Lo rivela il rapporto Fish dependance day curato da New economics foundation e Ocean2012.
Spiega il rapporto:
Sebbene gli stock ittici siano una risorsa rinnovabile, preleviamo dai nostri mari molto più velocemente rispetto ai tempi di ripopolamento. La conseguenza è che il 54% dei 46 stock ittici del Mediterraneo esaminati nel rapporto è sovrasfruttato. Dato il calo delle catture, l’Italia, che continua a consumare la stessa quantità di pesce del 1999, è costretta a importarne il 37% in più rispetto a un ventennio fa.
Secondo Federcoopesca-Confcooperative però è un allarmismo ingiustificato. Infatti, in un comunicato stampa fa sapere:
Negli ultimi 7 anni la quantità di prodotto ittico acquistato dalle famiglie italiane è aumentato del 13%, rispetto ad un aumento di solo il 4% delle produzioni agroalimentari in generale; quello che è cambiato oggi è che ci sono meno pescatori, meno barche ma non meno prodotto in mare; le possibilità di pesca per la flotta nazionale, infatti, sono fortemente diminuite per le politiche di dismissione dei pescherecci portata avanti dall’Unione europea; dal 2003 al 2008 sono usciti dal settore più di 2.000 pescherecci, e questo ha comportato una riduzione del 18% delle catture.
Nel resto d’Europa non va meglio, tranne l’eccezione della Svezia che va in pareggio esaurendo il pescato autoctono il 30 dicembre; la Spagna lo ha esaurito l’8 maggio; il Portogallo il 26 aprile; la Francia il 13 giugno; la Germania il 27 aprile; il Regno Unito il 16 luglio.
Via | Biologiamarina
Foto | Flickr
Esaurite le riserve ittiche nei mari italiani. Federcoopesca: “Allarmismo ingiustificato”
Mini caravan carbon neutral per scooter elettrico

In alto la foto di QTvan, il caravan monoposto più piccolo al mondo. Questo gioiellino è in vendita in Inghilterra e costa all’incirca 6mila euro. E’ abbinato a uno scooter elettrico e ETA, Environmental Transport Association, l’azienda che lo ha progettato e vende dice che è carbon neutral. Il QTvan soddisfa le tre ossessioni degli inglesi: la coda, il té e il caravan.
L’idea spiega ETA nasce per evidenziare che nel Regno Unito le circa 220.000 persone che fanno uso di una sedia a rotelle non hanno conforto nel caso di attese molto lunghe. Cosa accadrebbe nel caso del guasto meccanico o per una batteria scarica? In ogni caso il mini caravan è adatto a tutti e si presta anche per miniviaggi .
Dopo il salto il video dello spot.
Via | Travellingboard
