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Fotovoltaico: GSE, potenza installata verso i 7.000 MW

Il GSE, Gestore dei Servizi Energetici , nel corso di un’audizione in Commissione al Senato, ha fatto presente come al 31 dicembre 2010, per quel che riguarda gli impianti di produzione di energia con il fotovoltaico , la potenza installata complessiva potrebbe aver raggiunto i 7.000 MW . Questo è quanto si legge in un comunicato emesso in data odierna, martedì 25 gennaio 2011, proprio dal GSE nel precisare come la stima sulla potenza complessiva installata non riguardi impianti che ancora sono stati tutti connessi alla rete elettrica.

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Fotovoltaico: GSE, potenza installata verso i 7.000 MW

Secondo uno studio nel 2030 saremo pronti per un pianeta al 100% di energia verde. Sarà vero?

Parco eolico in autostradaIl titolo non tragga in inganno: sarebbe bello che il nostro pianeta fra poco meno di vent’anni vivesse soltanto di energie rinnovabili agli attuali consumi, purtroppo la strada per raggiungere questo sogno probabilmente è ancora tanto lunga. Eppure, nonostante gli evidenti limiti tecnologici che ci separano da un quadro di questo tipo, impazza sull’web questa notizia che alimenta a mio modo di vedere soltanto false speranze. A raccontarcela sono Mark Delucchi dell’Università della California e Mark Jacobson di quella di Stanford che, sulla rivista Enegy Policy, hanno pubblicato i calcoli per una lista della spesa per un mondo alimentato soltanto ad energia verde.

Nel taccuino sono finite circa 4 milioni di turbine eoliche da 5 MW di potenza, 90mila grandi centrali solari da 300 MW, sia del tipo fotovoltaico che a concentrazione e circa 1,7 miliardi di piccoli pannelli fotovoltaici da 3 kW da installare sui tetti delle case del pianeta, praticamente in quasi tutte capanne comprese. A completare il mix energetico contribuiscono anche centrali geotermiche e marine il cui sviluppo al momento per differenti motivi è ancora limitato. I due ricercatori nel loro studio di ricerca pongono in risalto il fatto che se ancora non si è arrivati a questo obiettivo il problema sia attribuibile soltanto alla volontà politica.

Lungi da me pensare che in gran parte del mondo la politica non abbia rappresentato (e continui a farlo) un peso allo sviluppo delle rinnovabili, tuttavia ritengo pure che sia un po’ troppo semplicistico ragionare in questi termini. La ricerca nelle tecnologie verdi inoltre sappiamo tutti che, rispetto a dieci anni fa, ha compiuto importanti passi in avanti e siamo tutti consapevoli che per una loro diffusione si può e si deve fare di più in tutto il mondo. Ipotizzare quindi come unica ricetta l’installazione di un numero definito di impianti nel pianeta e indicare la politica come panacea di tutti i mali sono conclusioni che a mio modo di vedere sanno di demagogia.

I ricercatori hanno parlato di turbine eoliche da 5 MW e centrali solari da 300 kW, le più grandi in circolazione attenzione. Chiamare quest’idea semplicemente dubbio mi sembra quindi alquanto riduttivo: credo infatti sia praticamente impossibile installare un numero così grande di impianti in appena un ventennio, non foss’altro per le reti di distribuzione dell’energia e le tecnologie di cui si dispone oggi; strumenti che presumibilmente fra vent’anni non saranno così diversi dagli attuali.

I due ricercatori concludono lo studio dicendo che applicare ora una simile rivoluzione sarebbe piuttosto costoso, tuttavia la cosa si potrebbe fare in appena venti anni; secondo le loro proiezioni in questo lasso di tempo i prezzi delle rinnovabili continueranno a scendere, rendendole sempre più appetibili.

Ipotesi più realistiche convergono ovviamente in questo ultimo punto (già infatti sta succedendo), tuttavia divergono in tutte le altre. Si è abbastanza concordi nell’affermare che per arrivare appena ad uno scenario del 30% rispetto a quello prospettato dai due ricercatori americani, ci sarà moltissimo da lavorare in termini di ricerca, innovazione, messa a punto di piani energetici efficienti, miglioramenti nei mix di energia delle reti elettriche e programmazione nell’immissione di elettricità nelle reti stesse. La strada da fare, con tutto rispetto per la ricerca, ma allo stesso tempo con un sano realismo, è ancora lunga: fare la lista per la spesa è una cosa, andare a comprare stiamone certi è tutt’altra.

Via | Claverton-energy.com
Foto | Flickr

Secondo uno studio nel 2030 saremo pronti per un pianeta al 100% di energia verde. Sarà vero?

La rete off shore del nord Europa diventerà realtà

OffshoreAppena l’anno scorso parlavamo di un intento di programma degli Stati del nord Europa per diffondere l’eolico off shore nella parte settentrionale del continente. Ebbene, nelle scorse settimane si è fatto un passo in avanti verso questa direzione essendo stato approvato un progetto di grandi dimensioni per la costruzione di una rete elettrica che collegherà tutti i parchi eolici offshore del mare del nord con i Paesi che vi si affacciano. A firmare l’accordo i ministri di Svezia, Danimarca, Germania, Olanda, Lussemburgo, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Belgio.

La notizia assume una certa valenza sia per tutta una serie di motivi squisitamente tecnici (maggiore facilitazione della distribuzione di elettricità), ma soprattutto perché inevitabilmente ne verrà fuori una semplificazione delle procedure burocratiche per lo start-up degli impianti eolici. L’evidente vantaggio sarà quello di avere una rete elettrica capace di coordinare al meglio più centrali non programmabili, come appunto quelle eoliche. Il progetto quindi merita particolare attenzione e dimostra per l’ennesima volta l’anima verde non fine a sé stessa dei Paesi nordici del nostro continente.

In questi luoghi infatti la diffusione delle tecnologie verdi non avviene soltanto attraverso la messa a punto di nuovi impianti di energie rinnovabili, ma anche e soprattutto grazie ad iniziative mirate come la costruzione di reti elettriche intelligenti, condizione necessaria per garantire continuità nell’approviggionamento energetico delle fonti pulite.

Alcuni Paesi infatti, proprio per non essere stati zelanti su questo aspetto, si trovano infatti a dover fare i conti con i limiti della propria rete di distribuzione di energia e decelerare nella corsa alle energie rinnovabili. Per concludere è interessante sottolineare i numeri dell’accordo: da alcuni calcoli è stato stimato che la rete off shore permetterà un enorme sviluppo dell’eolico con previsioni di aumento al 2020 di circa 563 TWh elettrici, pari quindi al 16% di tutto il consumo elettrico europeo.

Via |Ewea.org
Foto | Flickr

La rete off shore del nord Europa diventerà realtà

Il primo frigorifero a risparmio energetico? Lo inventò Albert Einstein

I frigoriferi ad assorbimento sono comuni apparecchi che funzionano in situazioni di “off-grid”, cioè senza essere legati alla rete elettrica, in quanto utilizzano il calore per raffreddare il loro contenuto. Oggi sono utilizzati attraverso dispositivi come pannelli solari (gli stessi utilizzati anche per l’aria condizionata) o impianti geotermici .

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Il primo frigorifero a risparmio energetico? Lo inventò Albert Einstein

Desertec: entra pure Terna. E l’Africa potrebbe essere più avanti dell’Italia

Il nucleare ucciderà il progetto desertec? Primi problemi in Algeria e GermaniaTerna ha annunciato, a fine settembre, di essere entrata nel progetto Desertec con quote paritetiche rispetto agli altri partner europei ed africani.

Il progetto, come ormai i lettori sanno bene, prevede l’installazione nel deserto nordafricano di centinaia di megawatt di pannelli solari termodinamici per produrre energia elettrica per la riva sud del Mediterraneo come anche per quella nord: è previsto, infatti, anche il collegamento elettrico con l’Europa.

Collegamento che dovrebbe essere doppio: uno dalla Spagna e uno dal medio oriente attraverso la Turchia. E, a questo punto con l’interessamento di Terna, anche triplo con un terzo cavo che parte dalla Tunisia e arriva in Italia.

Non per niente l’Amministratore Delegato della Desertec Industrial Initiative, Paul Van Son, ha dichiarato:

L’Italia e’ un paese chiave per noi grazie alla posizione geografica ed alla sua vicinanza con la Tunisia. Inoltre, considerata la vasta esperienza come operatore nazionale della rete elettrica, Terna puo’ apportare alla nostra joint venture un contributo di conoscenza notevole sull’integrazione dell’energia rinnovabile nelle reti elettriche

Se non fosse che in mezzo c’è la solita Sicilia con la solita rete elettrica. Già oggi, infatti, l’isola ha seri problemi a smistare l’energia prodotta in loco persino da fonte fossile. I guai per le rinnovabili sono ancor più grossi.

Pensate a cosa potrebbe succedere se a questa situazione si aggiungesse anche un grosso flusso di energia (per fortuna stabile e prevedibile perchè il termodinamico del Desertec sarà collegato a centrali elettriche a ciclo combinato) proveniente dal Nord Africa.

Certo, Desertec arriverà a maturazione forse tra vent’anni ma gli ultimi vent’anni di investimenti Terna nell’Italia meridionale non verranno ricordati per un particolare attivismo. Terna, ovviamente, se la prende con le amministrazioni regionali che non rilasciano le autorizzazioni le quali, a loro volta, affermano proprio l’opposto.

La vedo già la scenetta, tra qualche anni, quando gli algerini (sempre che partecipino, ultimamente hanno dubbi sul Desertec), i tunisini e gli altri popoli del Nord Africa che decideranno di credere nell’iniziativa verranno a bussare, cavo in mano, alle nostre porte per chiederci: scusate, come è andata a finire?

Via | Terna Web Magazine
Foto | Desertec

Desertec: entra pure Terna. E l’Africa potrebbe essere più avanti dell’Italia

Un parco fotovoltaico da 5.000 Megawatt?


Avete letto bene: cinquemilamegawatt tutti in un colpo solo. E non è neanche un progettino pazzo di qualche pseudo sviluppatore del sottobosco rinnovabile italiano: al contrario è una vera e propria missione (impossible?) del governo sudafricano che, evidentemente, vuole entrare nel settore delle energie rinnovabili facendo rumore.

Ancora è tutto sulla carta: si sa che dovrebbe sorgere nei pressi di Upington, in una zona semidesertica in cui il sole non manca. Si sa anche che dovrebbe costare qualche spicciolo in più di 20 miliardi di dollari americani. Si sa, infine, che a curare lo studio di fattibilità ci sta pensando la Clinton Climate Initiative.

Quello che non si sa ancora, e che è persino difficile immaginare, è quanto dovrebbe essere estesa l’area coperta dai pannelli solari. Come non si sa dove troveranno tutti i pannelli, visto che non parliamo di una merce talmente abbondante sul mercato.

Non si sa, infine, come questo enorme parco fotovoltaico verrà gestito tecnicamente. Basti pensare alla rete elettrica che servirebbe a smistare tutta quell’energia elettrica prodotta da fonte rinnovabile. Che dite, metto la tag Greenwashing?

Via | New energy news
Foto | Flickr

Un parco fotovoltaico da 5.000 Megawatt?

Fonti rinnovabili: nuove multe per violazione delle norme

Tutti i produttori ed importatori di energia elettrica , al fine di diversificare la produzione , ma anche a beneficio dell ‘ambiente , hanno l’obbligo di immissione nella rete elettrica nazionale di quote di energia prodotte con le fonti rinnovabili .

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Fonti rinnovabili: nuove multe per violazione delle norme

Eolico: il Kite Gen a Superquark

Eolico: il Kite Gen a SuperquarkPiero Angela, e il suo Superquark, periodicamente fanno capolino anche su Ecoblog. Solitamente con poca gloria, come nel caso, ormai antico, dell’ecodilemma dedicato proprio al buon Angela.

O, più recentemente, della lezione-comizio su (contro) l’eolico dello stesso Angela, ospite dalla Dandini. Per non parlare di quando ha benedetto gli Ogm

Questa volta, però, Angela si è lasciato andare ad una inaspettata (da lui, quanto meno) botta di ottimismo ed è arrivato persino a dare spazio nel suo programma al progetto Kitegen, quello degli aquiloni che producono energia rinnovabile, che chi legge Ecoblog ormai ben conosce.

Angela, ovviamente, parte dal fatto che le energie rinnovabili coprono pochissima parte dell’energia consumata dal mondo ogni anno, mette duecento puntini sulle i ed evita saggiamente di parlare di nucleare. Poi ipotizza, al posto delle classiche pale eoliche da cento e passa metri, l’adozione del piccolo e intelligente Kitegen.

Specifica, altrettanto ovviamente, che siamo ancora in fase sperimentale, e che i soldi promessi per la sperimentazione non sono mai arrivati, e poi, finalmente, descrive il progetto. Bene, come è solito fare.

Curioso, però, che il divulgatore scientifico più famoso e autorevole d’Italia mostri apprezzamento per un progetto che da molti è considerato quasi utopico, seppur talmente interessante da giustificare ogni euro speso per la ricerca e le sperimentazioni, mentre non si lascia impressionare minimamente dai progressi delle altre rinnovabili.

Se Angela ammette che le rinnovabili sono cosa buona e giusta, ma sono anche cosa piccola rispetto alle energie tradizionali, perchè ogni tanto non dedica qualche minuto alle percentuali di crescita vertiginose di eolico e fotovoltaico?

Ma, ancor di più, essendo lui un divulgatore dalle qualità che noi tutti ci sogniamo, per quale motivo non usa dieci minuti della sua storica trasmissione a spiegare agli italiani che una bella fetta dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili rischia di non essere utilizzata a causa della rete elettrica del nostro bel paese, ormai ridotta a brandelli?

Dimenticavo, il video del Kitegen a Superquark: lo trovate qui.

Foto | Kitegen

Eolico: il Kite Gen a Superquark

Il Sapei, cavo elettrico marino che collega la Sardegna alla Penisola, messo fuori uso da pochi pescatori

Rete elettricaIl Sapei è un cavo sottomarino, attivo parzialmente dalla fine del 2009, che collega la rete elettrica insulare della Sardegna a quella della Penisola. Per Terna, la società che gestisce in Italia la trasmissione di energia elettrica, si tratta della punta di diamante fra tutte le nuove infrastrutture di rete. Il cavo, lungo 435 chilometri, si snoda sul fondo del Tirreno tra la Sardegna e il Lazio arrivando a circa 1.600 metri di profondità. Il suo costo è stato di circa 750 milioni di euro.

L’importanza di questa spesa è presto detta; attraverso questo collegamento infatti sarà possibile (usiamo il futuro in quanto il cavo non è ancora pienamente operativo) trasformare il sistema elettrico insulare della Sardegna in un sistema aperto. In sostanza un eventuale surplus di energia prodotto sull’isola potrebbe, non in quantità illimitata ovviamente, essere ceduto al resto della rete elettrica nazionale, non dimenticando che in caso di emergenza la Sardegna potrebbe avere la possibilità di rifarsi alla produzione energetica del continente.

Sin qui tutto bene, non fosse che qualche giorno fa il gioello di Terna ha mostrato alcuni limiti tecnologici andando in avaria. A fare notizia però non è tanto il guasto tecnico in sé, quanto la sua origine. A provocarlo sarebbero stati infatti alcuni pescatori che nelle vicinanze del cavo avrebbero buttato le loro reti a strascico.

Tale danneggiamento, informano in una nota i responsabili di Terna, ha richiesto il prolungamento, tempestivamente comunicato a tutti gli operatori del mercato elettrico, delle attività di manutenzione già previste in questo periodo. Rimane un dubbio. Può un’opera faraonica da 750 milioni di euro essere messa in crisi da poche reti di alcuni pescatori? Misteri italiani o comunque dettagli che non dovranno essere trascurati in futuro.

Al di là di questo curioso episodio resta fortunatamente sicuro il sistema elettrico sardo, il quale, fa sapere Terna, non evidenzia criticità particolari per la sicurezza. La connessione alla rete elettrica nazionale è infatti garantita dal collegamento Sacoi, cavo di minore portata, che assicura comunque un sostentamento per far fronte ad eventuali problemi della rete elettrica locale.

Via | Lanuovasardegna.it ; Terna.it
Foto | Flickr

Il Sapei, cavo elettrico marino che collega la Sardegna alla Penisola, messo fuori uso da pochi pescatori

Inchiesta eolico e P3: Simone Togni dell’Anev difende il settore. E se la prende con Repubblica

Inchiesta eolico e P3: Simone Togni dell'Anev difende il settore. E se la prende con Repubblica

Simone Togni, segretario generale dell’Associazione italiana energia dal vento (Anev) rompe gli indugi e prende la parola per commentare l’inchiesta sulla presunta P3, l’eolico e la malapolitica. E commenta, soprattutto, il modo in cui la vicenda è stata raccontata. Lo fa rilasciando un’intervista a Terra, il quotidiano dei Verdi.

Inutile dire che Togni difende il settore, partendo dal fatto che nell’inchiesta sull’eolico sardo non ci sono imprenditori del vento indagati. Togni, poi, “mette i puntini sulle i” per togliere di mezzo la parola appalti:

L’eolico è un settore in cui non esistono appalti. Per fare un appalto occorre che ci sia un’opera pubblica che la pubblica amministrazione decide di affidare a un privato con una gara. Nelle rinnovabili non funziona così. La legge dice che il vento, come tutte le risorse ambientali, non è una risorsa disponibile. Inoltre, gli impianti non si possono neanche sovvenzionare: non ci sono meccanismi per cui io posso prendere soldi per installare una pala. L’eolico è un’altra cosa

Alla domanda di Simonetta Lombardi sulle possibili infiltrazioni mafiose nel settore dell’energia eolica Togni, assai onestamente, ammette:

Guardi, a prova di bomba non c’è niente. Se un mafioso si mette nel campo dell’energia eolica e fa i passi giusti per avere le autorizzazioni diventa un imprenditore dell’eolico ma rimane un mafioso e come tale va trattato. Il punto è che ci sono numerosi settori dove è stato accertata la presenza della criminalità organizzata, per esempio nella costruzione delle autostrade. Ma non si è mai detto fermiamo le autostrade. Se ci sono dei malavitosi nell’eolico, come altrove, vanno arrestati. Ma non è che si mette sotto accusa un intero settore, con titoli di giornale campati in aria e meccanismi totalmente inventati

Ma è con la stampa che Togni se la prende maggiormente affermando che i giornali hanno colpevolmente raccontato male tutta l’inchiesta. E lancia una frecciatina a Repubblica:

C’è in giro malafede. Perché il giornale che ha fatto le 10 domande al premier su una questione di escort non fa 10 domande – non dico all’Anev – ma a un soggetto terzo, all’Autorità per l’energia o al gestore della rete su come funzionano le cose?

Per correttezza nei confronti dei lettori, però, dobbiamo però ricordare che il presidente dell’Anev, Oreste Vigorito, è finito sotto inchiesta per una presunta truffa ai danni della Ue proprio per il modo in cui avrebbe “preso dei soldi per finanziare una pala”: secondo i magistrati avrebbe giocato con i finanziamenti europei della legge 488. Per non sbagliare, vista la delicatezza dell’indagine e il peso dell’indagato, meglio lasciar descrivere il presunto meccanismo della truffa al comunicato stampa della Guardia di Finanza di Avellino, che arrestò Vigorito:

Il meccanismo di frode vedeva le diverse societa’, tutte facenti capo ai medesimi soggetti o comunque gestite in maniera coordinata, attestare formalmente da una parte la titolarita’ dei terreni su cui si sarebbero dovuti realizzare i parchi eolici e dall’altra le disponibilita’ finanziarie da destinare al progetto. La titolarita’ dei terreni, all’atto della richiesta di contributo, era certificata da false attestazioni mentre, per quanto riguarda l’aspetto finanziario, il tutto avveniva attraverso un complicato meccanismo in base al quale il ‘gruppo’ cercava di mostrare una maggiore capienza di fondi della societa’ che in quel momento stava chiedendo il contributo mediante fittizie assegnazioni di capitali provenienti dall’estero (in massima parte dal Regno Unito) che, in realta’, corrispondevano all’importo del contributo gia’ ottenuto da un’altra impresa, trasferito non appena erogato

Colpevole o innocente, il presidente dell’Anev qualche soldo per costruire le pale eoliche lo ha preso. Per quanto riguarda i rapporti tra eolico e stampa, invece, c’è da ricordare la solita storia delle “pale ferme” che piace molto ai giornalisti: impianti che non vengono messi in funzione non per mancanza di vento, ma per problemi nella rete elettrica. L’Anev, però, ha più volte negato che esistano problemi alla rete che, al contrario è in grado di reggere il potenziale eolico italiano istallato e pronosticato.

Per maggiori dettagli su Anev, pale e rete elettrica vi giro questo link. Per l’intervista completa a Simone Togni cliccate qui.

Via | Terra

Inchiesta eolico e P3: Simone Togni dell’Anev difende il settore. E se la prende con Repubblica