Posts Tagged ‘riduzione-delle’

Breve guida all’architettura bioclimatica e case passive

Mi piace +1 Tweet

Nel rispetto degli obiettivi dell’Unione Europea, di riduzione delle emissioni di Co2 e del consumo energetico, la sostenibilità dei progetti edilizi è un tema che dobbiamo affrontare. Ma in che modo? Prima di tutto gestendo le risorse in modo sostenibile, che ci permetterebbe quanto meno di ridurre l’impatto ambientale. Le tecniche di costruzione alternative, aumentano la sostenibilità dei processi costruttivi, dobbiamo solo entrare in confidenza con le tecnologie disponibili e approfondire la nostra conoscenza sui diversi metodi da utilizzare. Ad esempio, quando parliamo di costruzioni sostenibili ci riferiamo solitamente ad edifici che osservano una serie di caratteristiche quali:

  • Utilizzo di materiali rinnovabili, riciclati e certificati
  • Utilizzo di materiali che hanno un costo energetico basso
  • Riduzione dell’utilizzo dell’acqua attraverso l’utilizzo di acqua piovana e il suo riuso
  • Bassa manutenzione dell’edificio
  • Riduzione dell’inquinamento
  • Rispetto e preservazione dell’ambiente
  • Utilizzo di tetti verdi
  • Accesso al trasporto pubblico
  • Efficienza energetica
  • Architettura Bioclimatica

Quest’ultima disciplina è relazionata con lo studio del clima applicato alla struttura, con lo scopo di migliorare le condizioni di comfort dell’uomo, attraverso strategie progettuali, nella considerazione delle differenze climatiche per ciascun territorio e della sua integrazione nel rispetto del paesaggio esistente.

L’architettura bioclimatica infatti studia le caratteristiche del sito, come clima, vegetazione, topografia e composizione geologica del suolo, per minimizzare l’energia di cui un edificio ha bisogno e per creare un ambiente più confortevole adatto ai modi e allo stile di vita di chi lo abita. Il suo compito è quello di occuparsi dello sfruttamento dell’energia solare, sia con sistemi attivi che passivi, e di questi ultimi vediamo come è regolata la progettazione.

Una casa passiva consuma pochissima energia, rendendo possibile l’eliminazione dei sistemi tradizionali di riscaldamento. Il bisogno di energia primaria per il raffreddamento e il riscaldamento non eccede i 15kWh/m² anno, il che significa che consuma almeno 10 volte meno dei molti tradizionali edifici. Questo è reso possibile dall’alta qualità del loro isolamento, con tenuta stagna di porte e finestre.

I suoi consumi totali inoltre (includendo raffreddamento, riscaldamento, ventilazione, produzione di acqua calda domestica, illuminazione e altre applicazioni) non deve eccedere i 120kWh/m² annui. La scelta dei materiali, in questo caso, è fondamentale, poiché determineranno il comfort degli abitanti captando il calore o preservando il freddo oltre che economizzare l’energia grazie alla loro capacità di isolamento, di inerzia e via dicendo. L’utilizzo di energia rinnovabile, infine, è facoltativo, ma tuttavia può essere utilizzata per ottimizzarne le prestazioni.

Questi edifici sono progettati in modo che l’orientamento dell’edificio, come le sue parti interne approfittino il più possibile del guadagno solare, che poi non deve interferire nei periodi estivi. In quest’ultimo caso vengono installati sistemi di ombreggiamento. Un tipico esempio può essere il brise-soleil, che viene installato sulla facciata sud sopra le finestre o le vetrate.

L’orientamento delle aperture è concentrata a sud, per captare il massimo del calore e della luce e qui si trova il salotto. Cucina e camera da letto sono poste a est o ovest. A nord invece vi sono gli adibiti a garage, lavanderia, vano scale, bagni e entrata.

Gli unici svantaggi di una casa passiva potrebbero essere la manutenzione della tenuta stagna delle aperture, per eliminare il problema di perdite di calore. I costi, invece, arrivano al 6% in più rispetto a quelli sostenuti per la costruzione di un edificio tradizionale, una questione di costi iniziali, visto che i costi energetici diminuiranno considerevolmente.

Video | You Tube

Breve guida all’architettura bioclimatica e case passive

Il Canada lascia Kyoto

Mi piace +1 Tweet

peter kent

Il Canada si è ritirato dal Protocollo di Kyoto. È il primo Paese a farlo. Il ministro dell’Ambiente Peter Kent ha esposto le motivazioni di questa scelta ieri, al rientro da Durban, la Conferenza sul clima che ha sancito l’ennesimo fallimento, anche se camuffato, di un accordo globale per ridurre le emissioni. L’ex ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ne ha parlato ieri su Ecoblog, qui il suo parere.

Per quanto riguarda l’addio del Canada a Kyoto, si tratta di una questione economica, ovviamente: se il Canada non si fosse defilato, ha spiegato infatti lo stesso Kent, avrebbe dovuto sborsare 14 miliardi di dollari in sanzioni. Il Canada si era impegnato a ridurre del 6%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas serra. Non solo non ci è riuscito, ma le emissioni sono pure aumentate. Il Protocollo di Kyoto viene trattato alla stregua di un gioco di società dove se stai perdendo ti ritiri prima di dover pagare.

Per salvarsi la faccia, ovviamente, il Canada ha detto che il Protocollo di Kyoto si è rivelato un programma fallimentare, e questo è vero, e che il futuro degli accordi sulla riduzione delle emissioni è quello avviato a Durban. Su questo invece nutriamo forti dubbi. Salveranno le apparenze, ma non il clima.

Via | Le Monde
Foto | Peter Kent

Il Canada lascia Kyoto

Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima

Mi piace +1 Tweet

Durban e i suoi accordi sul clima sono stati un fallimento

La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.

L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.

Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Perché ricordo il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone.

A Durban, in sostanza si è deciso per un secondo periodo di accordi della durata tra i 5 e gli 8 anni (ma deve ancora essere fissato). Mancano all’appello Canada, Russia e Giappone che hanno rifiutato di rinnovare l’accordo per cui senza di loro le nuove regole si applicheranno solo al 15% delle emissioni globali.

E veniamo alla posizione dell’Unione europea che in cambio di un nuovo secondo periodo di impegni definito Kyoto 2 ha chiesto che venga delineata una nuova “road map” che però coinvolga tutti i paesi. Un accordo da firmare entro il 2015 con l’entrata in vigore dal 2020. Questo quadro è stato definito come «un protocollo, un altro strumento giuridico o una soluzione concordata di forza giuridica», formulazione sufficientemente ampia per un consenso a Durban ma diciamo neanche troppo impegnativa per questo e che dovrà essere specificata entro il 2015.

E veniamo al salvadanaio per ora vuoto del Fondo verde già ideato alo scorso summit a Cancun. I paesi che hanno sottoscritto l’accordo hanno promesso di versare in totale 100miliardi di dollari ogni anno e fino al 2020 ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. promesse, appunto che per ora nessuno verificherà.

Via | TF1
Foto | Cop17

Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima

Congresso di Durban: Europa e Cina sempre più vicine, e parte la proposta di smettere di finanziare chi inquina

Luci ed ombre si susseguono nelle ultime convulse giornate della conferenza sul clima di Durban dove, come sempre, si è arrivati agli sgoccioli per rendersi conto che non si è concluso granché. A differenza dei precedenti incontri però, un risultato si è ottenuto: alcuni Paesi sono più vicini almeno negli intenti.

Here is the original post:
Congresso di Durban: Europa e Cina sempre più vicine, e parte la proposta di smettere di finanziare chi inquina

Riscaldamento globale, per i repubblicani non è altro che una farsa

Mi piace +1 Tweet

Mitt Romney

La Conferenza sul clima di Durban non ha speranze di partorire un Kyoto bis. In primo luogo perché si tratta di un modello per la riduzione delle emissioni che si è rivelato fallimentare, dal momento che i Paesi più inquinanti, Cina e Stati Uniti, non lo hanno mai ratificato né intendono farlo. Secondo perché, malgrado l’amministrazione Obama non rinneghi il riscaldamento globale, i Repubblicani, che hanno la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, sono a dir poco scettici e voterebbero contro qualsiasi proposta di riduzione e tassazione delle emissioni di gas serra.

I candidati repubblicani alle primarie del 2012 hanno più volte definito il riscaldamento globale una farsa, rifiutandosi di considerarlo un problema e negando qualsiasi responsabilità dell’uomo nell’aumento delle temperature globali. Un recente sondaggio dell’istituto di ricerca Pew, pubblicato dal Financial Times, rivela che, in una lista di ventidue priorità politiche, la lotta al riscaldamento globale occupa la penultima posizione. Si diceva che la sfida per il clima a Durban non sarebbe stata una passeggiata, ma per gli americani non è altro che una passeggiata… in Sudafrica.

Via | Le Monde
Foto | Mitt Romney

Riscaldamento globale, per i repubblicani non è altro che una farsa

Habemus nuovo Ministro all’Ambiente: Corrado Clini

Mi piace
+1
Tweet

corrado clini nuovo ministro ambiente

Corrado Clini, come vi avevamo anticipato già ieri noi di Ecoblog, è il nuovo Ministro dell’Ambiente del Governo Monti.

Clini, classe 1947, laureato in Medicina e Chirurgia, è al Ministero dell’Ambiente in veste di direttore dal 1990. Vanta numerose collaborazioni con diverse università italiane, con l’ONU ed ha partecipato attivamente alla stesura del Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra.

Il suo ultimo intervento, pochi giorni fa a Roma, nell’ambito del workshop Executive Capacity Development Seminar, un incontro internazionale sulle bioenergie a cui ha partecipato in qualità di presidente della Global Bioenergy Partnership (Gbep). A giudicare da quanto dichiarato, dobbiamo aspettarci maggiori investimenti proprio nel settore delle bioenergie:

L’Italia ha le potenzialità per giocare un ruolo da leader nel settore delle bioenergie. In ambito europeo, qualora si decidesse di investire nel nostro Paese, ha una grande opportunità di leadership, perché lo sviluppo dei biocombustibili può rappresentare la strada più efficiente di riconversione della chimica tradizionale dalla matrice petrolifera a quella biologica della “chimica verde”, utilizzando gran parte delle infrastrutture esistenti in termini di competenze e impianti. Lo sforzo dei privati è da apprezzare ma per essere realmente competitivi su un mercato che è già il futuro dell’energia, sulla quale si reggono gli equilibri di intere economie, occorre la volontà delle istituzioni.

E ora lui è un’istituzione, quindi…

Foto | International Institute for Sustainable Development

Habemus nuovo Ministro all’Ambiente: Corrado Clini

Corrado Clini al Ministero dell’Ambiente?

Mi piace
+1
Tweet

corrado clini ministro ambiente

In queste ore di toto nomi per il Governo Monti, trapela quello di Corrado Clini come nuovo Ministro all’Ambiente. Sarà lui, molto probabilmente, il tecnico incaricato di risollevare l’Italia dal degrado ambientale, non inferiore a quello economico, in cui versa da anni. Più che di un tecnico, dopo la Prestigiacomo, avremmo bisogno di un supereroe.

Ad ogni modo, Clini, classe 1947, è laureato in medicina e chirurgia. Non è un volto nuovo al Ministero dell’Ambiente, dal momento che lo dirige dal 1990. Vanta numerose collaborazioni con l’Agenzia Europea dell’Ambiente e l’ONU. Inoltre, ha collaborato alla stesura del Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra. Qui il curriculum vitae completo.

Foto | International Institute for Sustainable Development

Corrado Clini al Ministero dell’Ambiente?

Inquinamento in Cina, degrado ambientale costa 3% del PIL

Mi piace
+1
Tweet

inquinamento Pechino

La cattiva qualità dell’aria a Pechino ha raggiunto livelli esorbitanti. Qualche giorno fa una densa nube grigia ha costretto le autorità a chiudere alcune strade e molti voli hanno subito disagi. Se il Governo cinese rassicura la popolazione ed il mondo, le rilevazioni effettuate dai diplomatici americani descrivono scenari decisamente più allarmanti.

Lo smog è provocato principalmente dalle centrali a carbone (forniscono il 70% dell’energia totale, ndr), ma anche dall’aumento del numero di automobili in circolazione. Pensate che l’anno scorso mediamente sono stati immatricolati 2mila nuovi veicoli ogni giorno, in contesti urbani che sono già a dir poco congestionati dal traffico.

La Cina conta 13 delle 20 città più inquinate del mondo. Oltre all’inquinamento atmosferico, a preoccupare a livello sanitario è anche la qualità dell’acqua, minata da un’eccessiva quantità di fluoro e contaminanti. Inoltre, circa un decimo delle terre coltivate risulta contaminato da metalli pesanti.

La Cina deve affrontare necessariamente il degrado ambientale. Sia per problemi economici, costa infatti il 3% del PIL, che per reagire alle mobilitazioni della popolazione, sempre più preoccupata per la salute pubblica, con oltre mille manifestazioni ogni settimana in tutto il territorio cinese.

Il piano quinquennale 2011-2015 si incentra sulla lotta all’inquinamento e lo sviluppo della Green Economy. La quota di energia proveniente dalle rinnovabili dovrà passare dall’attuale 8% all’11,4%, la riduzione delle emissioni di gas serra dall’8 al 10% incrementando la superficie forestale. Sarà sufficiente ad allentare la morsa dell’inquinamento?

Via | Le Figaro; Embassy of the United States in China
Foto | Flickr

Inquinamento in Cina, degrado ambientale costa 3% del PIL

Riduzione delle emissioni, più invecchi meno inquini

Mi piace
+1
Tweet

emissioni

L’invecchiamento della popolazione nei Paesi sviluppati ci farà probabilmente assistere ad un lieve decremento delle emissioni di gas serra. È quanto suggeriscono i dati di una recente analisi demografica condotta da Emilio Zagheni del Max Planck Institute for Demographic Research di Rostock (MPIDR).

Le emissioni di CO2 di un cittadino statunitense aumentano fino all’età di 65 anni, poi iniziano a diminuire. Se l’aspettativa di vita aumentasse ulteriormente, questo si tradurrebbe dunque, a lungo termine, in una riduzione delle emissioni. L’ONU afferma infatti che la popolazione degli over 65 è destinata a passare dall’attuale 8% al 13% da qui al 2030.

Via | Max-Planck-Gesellschaft
Foto | Emilio Zagheni MPIDR

Riduzione delle emissioni, più invecchi meno inquini

BlackBerry, RIM nel mirino di Greenpeace: poco green

Mi piace
+1
Tweet

guida ai prodotti elettronici greenpeace

Leggo che la Research In Motion (RIM), produttrice del BlackBerry, si è presa un cattivo voto da Greenpeace per la mancanza di un piano energetico pulito, la scarsa considerazione per le rinnovabili nell’approvvigionamento aziendale e prodotti troppo carenti in efficienza energetica.

I giudizi, come ogni anno, sono stati espressi nella Guide to greener electronics. HP, Dell e Nokia a detta di Greenpeace sono le più virtuose nella riduzione delle emissioni e nel miglioramento dell’efficienza energetica dei prodotti.

Tutte le pagelle, però, lasciano trasparire una nota di demerito… i colossi dell’elettronica potrebbero impegnarsi di più. Per la serie l’alunno è intelligente ma non si applica. E farebbero meglio a farlo, visto che le note sul registro di Greenpeace poi pesano sulle vendite. Anche se l’associazione afferma, infatti, che non sono dei consigli per gli acquisti, indubbiamente chi sta in cima la sua verde figura la fa.

Via | Greenpeace
Foto | Greenpeace

BlackBerry, RIM nel mirino di Greenpeace: poco green