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Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?

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Se ne parla ancora poco, ma il timore di una pandemia fra animali comincia ad essere sempre più concreto. Stiamo parlando del misterioso virus che colpisce in particolare gli ovini denominato Schmallenberg, il nome della cittadina tedesca nel quale è stato isolato per la prima volta nell’agosto scorso. Nel corso dell’estate si era diffuso fra Germania, Olanda e Belgio con centinaia di allevamenti coinvolti, ora la Veterinary Laboratories Agency ha confermato che il virus è sbarcato in Gran Bretagna, per la precisione in quattro allevamenti di ovini nel Norfolk, Suffolk e East Sussex.

Secondo i primi studi condotti la malattia si trasmetterebbe attraverso gli insetti ed è di difficile rilevazione fra gli animali adulti. Schmallenberg provoca aborti e malformazioni congenite negli ovini e in alcuni casi anche nei bovini, al momento non esistono cure né vaccini per impedirne il contagio.

Ci sono rischi per la salute umana? Le autorità per ora minimizzano: “Anche se ci sono ancora alcune incertezze, i rischi per la salute umana con il virus Schmallenberg virus paiono molto bassi”. Per il momento soltanto Messico e Russia hanno già vietato l’importazione di carni ovine e caprine e di animali vivi dai Paesi Bassi, ma anche la Cina ha chiesto informazioni alle autorità locali per capire come comportarsi di fronte a questa nuova potenziale e misteriosa pandemia. Intanto il ministro dell’Agricoltura, Mario Catania, non ha escluso con il contagio arrivi anche in Italia, ma ha cercato di rassicurare i consumatori:

Per ora non abbiamo casi. Ma non mi sento di escludere che arrivi anche da noi, essendo noi un paese importatore. Ci sono dei controlli, in base al giudizio degli esperti il virus non comporta ricadute sull’uomo, si tratta di un problema di gravità economica ma senza implicazioni sulla salute dei consumatori.

Via | Agi
Foto | Flickr CC

Il misterioso virus Schmallenberg anche in Inghilterra, arriverà in Italia?

Le renne sono in declino e la colpa non è di Babbo Natale

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renne

Le renne (Rangifer tarandus) hanno una funzione ecologica cruciale. A ricordarcelo, in occasione delle festività natalizie, è l’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

L’associazione approfitta del Natale, periodo in cui le renne dominano su cartoline e carta regalo nella slitta di Babbo Natale, per attirare l’attenzione sulla necessità di salvare le renne dal rischio estinzione.

Le renne hanno un habitat molto vasto, sono capaci di percorrere oltre 3000 km in un anno alla ricerca di cibo e di climi più favorevoli. In Nord America le renne sono scomparse da molte aree: in Canada si è registrato un declino del 50% in Ontario, del 60% in Alberta e del 40% nella British Columbia.

Per migliaia di anni le renne hanno fornito cibo e vestiti alle popolazioni locali. Oggi sono a rischio perché la perdita di habitat causata dalla deforestazione e gli insediamenti umani sempre più numerosi frammentano i gruppi di renne e le rendono più vulnerabili, vanificando le strategie di sopravvivenza della specie.

In Russia il bracconaggio, inoltre, decima la popolazione. In Finlandia e Norvegia, gli sport invernali rappresentano un fattore di disturbo rilevante per la popolazione di renne.

Anche se le renne non sono in serio pericolo d’estinzione, l’IUCN spiega che bisogna limitarne il declino prima che la situazione peggiori.

Via | IUCN
Foto | Flickr; M.prinke; timo_w2s

Le renne sono in declino e la colpa non è di Babbo Natale

Petrolio: disastro ecologico in Russia grande 6 volte quello della BP

Il mondo si è scandalizzato quando per tutta l’estate dello scorso anno nel Golfo del Messico il popolo più tecnologicamente avanzato del pianeta non riusciva a chiudere un buco da cui fuoriuscivano litri e litri di petrolio greggio.

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Petrolio: disastro ecologico in Russia grande 6 volte quello della BP

Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima

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Durban e i suoi accordi sul clima sono stati un fallimento

La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.

L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.

Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Perché ricordo il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone.

A Durban, in sostanza si è deciso per un secondo periodo di accordi della durata tra i 5 e gli 8 anni (ma deve ancora essere fissato). Mancano all’appello Canada, Russia e Giappone che hanno rifiutato di rinnovare l’accordo per cui senza di loro le nuove regole si applicheranno solo al 15% delle emissioni globali.

E veniamo alla posizione dell’Unione europea che in cambio di un nuovo secondo periodo di impegni definito Kyoto 2 ha chiesto che venga delineata una nuova “road map” che però coinvolga tutti i paesi. Un accordo da firmare entro il 2015 con l’entrata in vigore dal 2020. Questo quadro è stato definito come «un protocollo, un altro strumento giuridico o una soluzione concordata di forza giuridica», formulazione sufficientemente ampia per un consenso a Durban ma diciamo neanche troppo impegnativa per questo e che dovrà essere specificata entro il 2015.

E veniamo al salvadanaio per ora vuoto del Fondo verde già ideato alo scorso summit a Cancun. I paesi che hanno sottoscritto l’accordo hanno promesso di versare in totale 100miliardi di dollari ogni anno e fino al 2020 ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. promesse, appunto che per ora nessuno verificherà.

Via | TF1
Foto | Cop17

Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima

Leopardo delle nevi, WWF fotografa due esemplari in Russia

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leopardo delle nevi Russia

I leopardi delle nevi sono circa seimila in tutto il mondo. Il WWF ha immortalato due esemplari della specie in Russia, precisamente sulle montagne Altai dove si stima vivano 10-15 esemplari della specie.

Una di queste foto è stata scattata in pieno giorno ed è dunque ancora più rara, dal momento che il leopardo delle nevi non si espone quasi mai prima del crepuscolo, quando esce per andare a caccia.

Il monitoraggio della popolazione dei leopardi delle nevi è fondamentale per studiare la concentrazione geografica degli animali e valutare le migliori strategie per la conservazione della specie.

Via | WWF Russia
Foto | Sergey Spitsyn WWF

Leopardo delle nevi, WWF fotografa due esemplari in Russia

Conferenza sul clima di Durban: si discute di Kyoto o di economia?

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la prima giornata della conferenza di durban

Si è aperta oggi a Durban in Sud Africa la Conferenza Internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sul clima. I lavori si concluderanno il prossimo 9 dicembre, la vera giornata in cui emergeranno documenti, accordi e intese semmai ce ne saranno. Vi prendono parte 200 Paesi rappresentati da oltre 3000 delegati (a cui vanno aggiunti interpreti, segretari, stampa ecc. ecc) che hanno preso un botto di aerei per essere li: di videoconferenze per ora non se ne parla. Si spera saranno adottati sistemi di compensazione delle emissioni.

Detto ciò i delegati, tra cui anche il nostro ministro Clini, discuteranno del se, come e quanto prolungare il Protocollo di Kyoto che scadrà così com’è nel 2012. Non solo: ma anche di quanti soldi, lo chiamano Fondo verde, si possono riservare ai Paesi in via di sviluppo per far si che riducano le loro emissioni. Sostanzialmente un sistema per evitare che crescano troppo, emettendo tanta CO2, per vendergli un po’ delle nostre tecnologie green che qui non acquista nessuno e per tenere l’economia che gira poco ma ancora gira dentro i cosidetti Paesi industrializzati.

Lo scenario è complesso e molto: Canada, Russia e Giappone non sono interessati a prolungare Kyoto fino al 2015 perché Stati Uniti e Cina non hanno di fatto un impegno a ridurre le loro emissioni. Capricci di bambini? macché! Miliardi di dollari in gioco, materie prime e approvvigionamenti energetici.

Ridurre le emissioni secondo la maggior parte degli industriali di Stati Uniti e Cina e anche per quelli italiani, vuol dire , per come stanno messe le industrie ora, abbassare le quote di produzione. Già già, perché nessuno, ma proprio nessuno in tempi di crisi come quelli attuali pensa che sia possibile smettere di produrre, iniziare a riconvertire le aziende (senza ammortizzatori statali, giammai!), riprendere la produzione in versione sostenibile. La green economy è nella testa e nelle tasche di pochi: il resto delle potenti lobby industriali quasi quasi invoca i cambiamenti climatici come opzione di business e calcio alla crisi economica.

Per l’Italia è presente il neo ministro Corrado Clini che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni anti Kyoto e sopratutto anti quell’accordo europeo 20-20-20 che ai nostri industriali non piace, o meglio dicono loro: non serve. Capite ora perché speravano i nostri cummenda nelle centrali nucleari? Per avere energia disponibile con emissioni zero per accontentare le richieste dell’Europa. Ma una centrale nucleare è vero che non emette CO2, ma è anche “leggermente” pericolosa e sappiamo perché.

A domare i leoni la neo eletta presidente della conferenza Maite Nkoana-Mashabane Ministro per le relazioni internazionali e la cooperazione del governo del Sud Africa che ha dichiarato:

A Durban, abbiamo bisogno di mostrare al mondo che siamo pronti ad affrontare e risolvere i nostri problemi in modo pratico.

In tutto ciò sarebbe necessario discutere dei cambiamenti climatici.

Foto | UN su Flickr

Conferenza sul clima di Durban: si discute di Kyoto o di economia?

Perché l’Europa ha bisogno dell’energia della Russia

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l'europa ha bisogno dell'energis della Russia

Spesso su Ecoblog lo abbiamo scritto: siamo tutti figli di Putin. Almeno riguardo l’approvvigionamento di energia, tutti gli europei lo sono. E oggi la verità fin qui sospettata viene dichiarata e analizzata. Il saggio dal titolo Der kalte Freund. Warum wir Russland brauchen, cioè “L’amico freddo. Perché abbiamo bisogno della Russia” è del politologo tedesco Alexander Rahr. La presentazione su EastJournal.

L’analisi è spietata e lucida:

La Russia oggi è una potenza energetica senza economia e l’UE è una superpotenza industriale senza riserve energetiche. Dovremmo lasciare che sia la Cina a ricoprire il ruolo dell’UE per la Russia?

L’idea suggeruita è di sfruttare dunque tutte le occasioni possibili per mettere assieme mercati. Scrive ancora Rahr:

La Russia ha molto da offrire: un lucrativo, enorme mercato, abbondanti risorse, vaste riserve energetiche. Per la nostra sicurezza e per la nostra prosperità sarà decisivo il modo in cui gestiremo le nostre relazioni con la Russia, sia economicamente che politicamente. Gli Stati Uniti, gli alleati tradizionalmente più forti dell’Europa, si stanno indebolendo a causa della crisi finanziaria. La loro importanza sta diminuendo. La Russia invece diventerà per l’Europa e per la Germania in particolare, sempre più importante: il territorio più vasto della Terra è benedetto da tutte quelle risorse naturali che ci garantirebbero la prosperità anche in futuro, detiene la terza più grande riserva di denaro al mondo, ha bisogno della nostra tecnologia, ci offre una zona di libero scambio ed è pronta a difenderci da possibili attacchi missilistici. Ma la Russia è un partner difficile: rimaniamo sconvolti dalla corruzione dilagante, dalla mancanza di uno stato di diritto e dall’autoritarismo delle strutture di potere di questo Paese che si è liberato del comunismo vent’anni fa. Il processo di transizione non è ancora completo ed è pieno di pericoli.

Foto | Flickr

Perché l’Europa ha bisogno dell’energia della Russia

Energia nucleare: la Francia si candida per venderla alla Germania

merkel sarkÃ�² Ne scrivevo ieri: la Francia è seriamente preoccupata per l’abbandono del programma nucleare della Germania, ratificato dal parlamento. Ha chiesto perciò gli Stati generali dell’energia perché vuole che vi sia concertazione.

Oggi però il presidente Nicolas Sarkozy fa sapere che la decisione dei tedeschi di rinunciare al nucleare sarà un vantaggio per i francesi e ha detto:

Non critico la scelta della Germania. Se fermano le centrali dovranno rimpiazzare l’energia. Ci candidiamo a vendere loro l’elettricità anche in un rapporto di competitività che ci sarà favorevole.

La Germania, però progetta piuttosto di delocalizzare l’approviggionamento e parte delle centrali a carbone che le serviranno per avere energia ma senza inquinare la Germania, saranno impiantate in Polonia. Eric Besson, ministro francese per l’Energia teme più che altro dunque la perdita di forniture alla Germania, fatto probabilmente confermato dall’accordo per il Nord Stream, il gasdotto che porta il gas dalla Russia, passando per il Baltico direttamente in Germania. Entrerà in funzione a pieno regime nel 2012. A quel punto i tedeschi saranno tutti figli del gas di Putin.

Via | Le Figaro, L’Occidentale,
Foto | Instabulian

Energia nucleare: la Francia si candida per venderla alla Germania

Specie in pericolo: la Russia blocca le trivellazioni per salvare le balene

Buone notizie arrivano dalla Russia . Nonostante si tratti di uno dei Paesi più spesso messi sotto accusa per le trivellazioni in cerca di petrolio , per una volta il Governo ha deciso di redimersi nel tentativo di salvare una specie in pericolo di estinzione, la balena grigia Occidentale . In alcune delle aree intorno all’isola di Sakhalin , le aziende petrolifere non riceveranno più i diritti di estrazione del petrolio.

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Specie in pericolo: la Russia blocca le trivellazioni per salvare le balene

E.coli trovato su salame di cervo Made in Italy, è allarme psicosi

Dopo le vittime in Germania per il batterio Escherichia Coli , già ribattezzato il batterio killer , e il divieto di importazione di frutta e verdura provenienti dalla Spagna e dagli altri Paesi dell’Unione europea in Russia, dilaga in Europa e in Italia la paura per l’epidemia tedesca. Il ministro della salute Fazio rassicura che Ogni correlazione con l’epidemia tedesca è altamente improbabile. Ha poi aggiunto La salute è sotto controllo, non deve generare allarmismi e non deve modificare le nostre abitudini alimentari, a cominciare dal consumo di verdura e frutta cruda dopo averla lavata.

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E.coli trovato su salame di cervo Made in Italy, è allarme psicosi