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Le biomasse nel futuro di Termini Imerese?

L’unica fabbrica italiana della Fiat che ha un minimo di certezze per il futuro è quella di Termini Imerese, provincia di Palermo: alla Fiat di Termini, infatti, sanno tutti che tra poco non esisterà la Fiat di Termini. L’azienda è stata chiara, lo stabilimento verrà chiuso. Da quando si sanno i “piani industriali” per Termini, però, è stato tutto un fioccare di proposte, ipotesi e trattative.
Come quella dell’ex ministro Scajola che, prima di scoprire che qualcuno gli aveva quasi regalato una casa, ha proposto una centrale nucleare al posto della Fiat. Per sfregio alla proposta nucleare è arrivata poco dopo quella del fotovoltaico e delle auto elettriche. La famosa proposta “sunny car in a sunny region”. Ora, per restare in tema, arriva quella delle biomasse.
Proviene da Biogen, società di proprietà di Ricciarelli Spa (che fa packaging per prodotti alimentari) e MondoPower (che fa energie rinnovabili). La “proposta Biogen” consiste in un investimento da 160 milioni di euro, 19 dei quali messi dallo stato italiano, per costruire una centrale a biomasse con 70 occupati: oli vegetali per produrre energia elettrica e calore.
Considerando che in Sicilia non ci sono coltivazioni consistenti di piante oleose da industria, e che a Termini Imerese c’è un porto (seppur malandato), è lecito supporre che le biomasse non siano esattamente a km zero. Fatto sta che la “proposta Biogen” prevede anche la cessione alle aziende del distretto industriale di Termini di energia a costi favorevoli.
Se l’affare non dovesse andare in porto, considerato che l’energia nucleare non è proprio proponibile di questi tempi, c’è anche l’ultima soluzione: a Termini ci facciamo gli studi televisivi di Einstein Multimedia, che già in Sicilia produce l’orribile serie tv (pesantemente sovvenzionata dalla Regione) “Agrodolce”.
Via | Sicilia Informazioni
Foto | Flickr
Etichette alimentari: la lista dei 10 desideri degli italiani
Qualche giorno fa il Senato si espresso a favore del ddl 1313 Disposizioni in materia di etichettatura di prodotti alimentari sulla tracciabilità dei prodotti espressa in etichetta, tanto che l’Art.1 recita:
Al fine di assicurare ai consumatori una completa e corretta informazione sulle caratteristiche dei prodotti alimentari commercializzati, trasformati, parzialmente trasformati o non trasformati, è obbligatorio riportare nell’etichettatura di tali prodotti l’indicazione del luogo di coltivazione o allevamento della materia prima agricola utilizzata.
Gianna Ferretti di Trashfood ha stilato un elenco delle desiderata in merito alla lettura delle etichette sui prodotti alimentari. Oltre la legge, trovo che siano delle indicazioni utili e assolutamente condivisibili.
Dopo il salto la lista.
- La lista degli ingredienti tradotta in 11 lingue e scritta con caratteri tipografici microscopici.
- Cifre incomprensibili sulla superficie di lattine e scatolame vario. Alzi la mano chi sa decifrare questa appena letta su una scatola di biscotti: L05020 082000.
- Il termine “aromi” che non informa affatto sulla provenienza dei composti usati come aromatizzanti.
- La scritta “olio vegetale” o “grasso vegetale“, senza indicare il tipo di olio o la miscela di oli impiegati.
- La scritta in evidenza “solo grassi vegetali” per scoprire poi che tra gli ingredienti ci sono i “grassi idrogenati.”
- Foto enormi dei prodotti che occupano la maggior parte dello spazio frontale relegando le scritte piu’ utili sui bordi laterali, in corrispondenza delle pieghe o addirittura in basso.
- Il numero 80 indicativo dello stato italiano nel codice a barre in un prodotto fabbricato in Spagna.
- Le tabelle nutrizionali dei cereali per la prima colazione, con un elenco di 16 componenti affiancati da 38 valori numerici e 14 percentuali.
- Gli snack salati a forma di patatine che anziché 3 ingredienti (patate, olio e sale) ne contengono un numero variabile da 19 a 30.
- Pubblicità ed etichette fuorvianti, come queste o queste.
Foto | Il Fatto alimentare
Etichette alimentari: la lista dei 10 desideri degli italiani
Strage di Ustica: il sospetto su un traffico di scorie nucleari
Oggi il triste anniversario della strage di Ustica: 30 anni fa morivano 81 persone e ancora nessuno sa perché. Era il 27 giugno 1980 e il Dc9 della compagnia aerea Itavia volo IH870 doveva raggiungere Bologna da Palermo con i suoi 81 passeggeri. Non ci arrivò mai, esplose sul cielo di Ustica.
Le inchieste e i magistrati che hanno indagato si sono succedute nel tempo ma una risposta definitiva, a quello che fu definito un muro di gomma, non è mai arrivata e le famiglie delle vittime attendono ancora che qualcuno indichi i responsabili della strage. L’ipotesi, secondo il dossier scritto da Manuela Iatì e Giuseppe Baldessarro, che hanno pubblicato Avvelenati (Città del sole edizioni) è questa, come riporta Reggio TV:
Tanti gli scenari inquietanti, tra cui la morte di Ilaria Alpi, il porto nucleare di Eel Ma ‘Ann a nord di Mogadiscio in Somalia, la vendita di armi ad Iran e Iraq da parte dell’Italia ed anche la strage di Ustica. In particolare le trattative per la vendita di Uranio da parte dello Stato Italiano a paesi arabi non sarebbero stati graditi ad Israele e Stati Uniti, divenendo così il centro di uno scontro internazionale per il blocco di questi stessi traffici. Scontro che potrebbe essere culminato nella strage di Ustica laddove il DC9, secondo una della ipotesi, sarebbe stato carico di barre di uranio rubate e dirette in Libia sarebbe stato abbattuto dai servizi segreti israeliani.
L’ipotesi scorie nucleari anche nell’ultima puntata di Exit Files su La7.
Strage di Ustica: il sospetto su un traffico di scorie nucleari
Conto Energia che verrà: lettera aperta di GIFI a Napolitano e Berlusconi
Ancora una Lettera Aperta . Dopo Assosolare ,
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