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L’inquinamento dei mari fa “impazzire” i pesci
Le emissioni di anidride carbonica rilasciate nell’atmosfera non rimangono solo in aria, ma vanno a depositarsi nei mari. La conseguenza più nota è l’ acidificazione degli oceani , ma ce n’è un’altra che ci fanno notare dal Centro di Eccellenza per lo Studio della Barriera Corallina della James Cook University: la conseguenza sul cervello delle specie che in questi mari ci vivono
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L’inquinamento dei mari fa “impazzire” i pesci
A volte ritornano, le tartarughe giganti Chelonoidis elephantopus alle Galápagos

Dopo il leopardo persiano in Afghanistan, un’altra specie che si credeva estinta da almeno 150 anni è stata ri-scoperta grazie ad analisi genetiche. Si tratta di una tartaruga gigante, la Chelonoidis elephantopus, che vive attualmente in un’area remota delle Galápagos, sull’isola di Isabela.
L’analisi, condotta da un’équipe di ricercatori della Yale University, è stata pubblicata sulla rivista di divulgazione scientifica Current Biology e parla di diversi esemplari ancora in vita diretti discendenti della Chelonoidis elephantopus. L’isola di Isabela si trova a 200 miglia dall’isola Floreana, habitat originario della specie.
A causarne la scomparsa furono i cacciatori di balene, ma evidentemente e fortunatamente le tartarughe sono riuscite a scovare un angolino di mondo in cui continuare a vivere indisturbate, lontane dalla furia dell’uomo.
I ricercatori pensano però che non siano arrivate lì da sole, bensì portate come cibo dai cacciatori dall’Isola Floreana e poi sfuggite o liberate sulla spiaggia. Il loro reinserimento nell’Isola Floreana sarebbe cruciale per ripristinare gli equilibri ecosistemici in cui svolgevano un ruolo vitale, con vantaggi anche per le popolazioni locali.
Via | Yale University
Foto | Yale University
A volte ritornano, le tartarughe giganti Chelonoidis elephantopus alle Galápagos
Mangiare carne solo nei giorni di festa per contrastare il riscaldamento globale

Tim Lang, docente della City University of London, sostiene che il consumo di carne è fuori controllo. Per contrastare il riscaldamento globale, aggravato dalle emissioni degli allevamenti di bestiame, l’esperto suggerisce di ridurre il consumo di carne, limitandolo, come avveniva un tempo, ai giorni di festa.
Lang specifica che non vuole suggerire di mangiare carne una volta all’anno, ma una volta a settimana. Lang collabora sia con l’OMS che con il Department for Environment ed infatti i suoi suggerimenti sul consumo di carne si inseriscono sia in una strategia ambientale di contrasto ai cambiamenti climatici, sia in politiche per la salute pubblica.
Il consumo eccessivo di carne rossa, infatti, è un fattore di rischio per l’obesità ed aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, i big killers nel mondo. Ridurre del 30% il consumo di carne eviterebbe fino a 18 mila morti premature ogni anno.
Via | The Telegraph
Foto | Flickr
Mangiare carne solo nei giorni di festa per contrastare il riscaldamento globale
Energia pulita dagli scarti agricoli nelle aree rurali del Pakistan

L’UNEP, lo United Nations Environment Programme, ha avviato un progetto per generare energia rinnovabile dagli scarti agricoli in Pakistan, esattamente nel distretto di Sanghar, un’area rurale della provincia di Sindh, nella parte centro-orientale del Paese. In questa zona vivono quasi due milioni di persone, coltivando grano, cotone, canna da zucchero, riso e mais. Colture che garantiscono cibo e lavoro alle popolazioni locali.
A latitare è invece l’accesso ad una fonte affidabile di energia per i consumi domestici. Le donne utilizzano legno ed altre biomasse in stufe rudimentali (e rischiose) per cucinare e riscaldare l’acqua per i pasti. L’International Environmental Technology Centre (IETC), con sede in Giappone, in collaborazione con la Mehran University of Engineering and Technology di Jamshoro, ha quantificato gli scarti agricoli presenti nell’area per calcolarne il potenziale energetico.
Sui campi rimanevano ben 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti, non tutte utilizzabili però per produrre energia. Quelle disponibili, ad ogni modo, erano capaci di generare energia quanto 1,07 milioni di tonnellate di legna da ardere, soddisfacendo i consumi di circa 400 mila famiglie. I ricercatori hanno poi esaminato l’utilizzo degli scarti agricoli da parte dei contadini e degli allevatori, per evitare conflitti e per non sottrarre materie prime preziose alla popolazione.
Hanno così scoperto, ad esempio, che solo il 20% delle cime delle canne da zucchero veniva somministrato agli animali, il restante 80% veniva bruciato insieme alla totalità delle foglie di banano ed al 70-80% della paglia di riso. Accertata l’ampia disponibilità degli scarti agricoli, i ricercatori hanno scelto la tecnologia più idonea, optando per un impianto a biogas, capace di fornire energia alle famiglie che vivevano nei dintorni e di garantire anche compost per fertilizzare i campi.
L’impianto è stato costruito, al costo di due milioni di rupie (23 mila dollari), dietro la Sanghar Sugar Mills che ha fornito sia il terreno che i fondi. L’inaugurazione si è svolta nell’agosto del 2011. L’impianto sta producendo ogni giorno 50 metri cubi di biogas, a fronte di 400 chilogrammi di scarti agricoli. Inoltre, fornisce 200 chili di fertilizzante liquido e 150 chili di fertilizzante solido.
Il biogas prodotto è sufficiente a soddisfare il fabbisogno di venti famiglie, grazie ad energia che altrimenti sarebbe andata sprecata. Se venissero costruiti altri impianti simili il problema dell’approvvigionamento energetico nelle aree rurali verrebbe parzialmente risolto.
Energia pulita dagli scarti agricoli nelle aree rurali del Pakistan
Caccia agli orangotango in Indonesia, parassiti delle piantagioni di palma da olio

Gli orangotango parassiti delle piantagioni di palma da olio in Indonesia. Così si sono giustificati i due uomini arrestati dalla polizia per aver dato la caccia agli oranghi ed alle scimmie, utilizzando i cani per poi sparare ed infierire a morte sui primati. Venti in tutto gli esemplari uccisi, o almeno quelli accertati.
A giudicare dal movente, infatti, quella di liberarsi degli oranghi per proteggere le piantagioni potrebbe essere una prassi consolidata. Ovviamente i due cacciatori arrestati sono gli esecutori materiali. I mandanti, come hanno confessato alle autorità, sono i proprietari delle piantagioni nell’isola del Borneo, che pare offrano addirittura ricompense a chi uccide gli orangotango e le scimmie dalla proboscide.
Yaya Rayadin, ricercatore alla Mulawarman University, ha rivelato, dall’analisi delle ossa rinvenute in più parti della foresta, una morte violenta, sopraggiunta per ferite al cranio e colpi nelle costole.
Gli orangotango sono specie a rischio estinzione e come tale sono protetti. I due rischiano fino a cinque anni di carcere. L’Indonesia ospita il 90% degli oranghi allo stato brado. Il loro habitat purtroppo sta sparendo. Negli ultimi decenni circa la metà delle foreste pluviali è stata rasa al suolo dall’industria della carta o per far posto alle piantagioni di olio da palma. E poi sarebbero loro i parassiti!
Caccia agli orangotango in Indonesia, parassiti delle piantagioni di palma da olio
Cambiamenti climatici a brevissimo termine, il sole dopo la tempesta

Il clima è per definizione variabile. Su questo non ci piove. Spesso la ricerca sui cambiamenti climatici azzarda previsioni a medio e lungo termine che si rivelano alquanto improbabili, perché il clima ha molte più variabili di quante se ne considerano in tanti studi. Se osserviamo le ricerche pubblicate negli anni Novanta, ad esempio, il 2010 veniva indicato come l’anno in cui saremmo finiti tutti sommersi dall’innalzamento dei livelli del mare, senza più ghiacciai, con intere isole scomparse. Oggi l’anno indicato per il cataclisma è il 2050.
Non che non ci sia stato un aumento degli eventi meteorologici estremi in questi anni, basta dare uno sguardo alla Thailandia flagellata dalle alluvioni o alle isole del Pacifico, come Tuvalu, che stanno invece fronteggiando una scarsità idrica senza precedenti a causa dell’assenza prolungata di precipitazioni. È importante prevedere i cambiamenti climatici a medio e lungo termine per prendere le dovute precauzioni, e penso alle isole che davvero sono scomparse in questi anni, tuttavia occorrono modelli più precisi che non traggano necessariamente previsioni catastrofiche come ci si aspetta. Spesso, leggendo queste ricerche, si ha la sensazione che si voglia cercare ad ogni costo un legame tra qualsiasi evento nefasto che capita sulla Terra ed il riscaldamento globale.
Pensiamo alla demonizzazione che è stata fatta dell’effetto serra, un fenomeno senza il quale non sarebbe possibile la vita sulla Terra. Davvero vogliamo combattere l’effetto serra come ormai si legge persino sulle etichette dello shampoo? Siamo proprio sicuri di voler vivere a -17° C? Quello che occorre piuttosto è contrastare l’inquinamento per migliorare la qualità della vita, la vivibilità delle nostre città, ridurre la mole di rifiuti e progettare sostenibile e non sotto la minaccia di catastrofi climatiche e scomparsa dell’uomo da qui al 2050, ma come modus vivendi che ha effetti positivi nell’immediato.
Qualche tempo fa Teodoro Georgiadis, senior scientist al CNR, mi ha inviato il suo instant book, No slogan: l’eco ottimismo ai tempi del catastrofismo, con un invito allo scetticismo di cui ammetto avevo bisogno, per tornare a guardare alla ricerca sul clima con sguardo più critico, lontano dalle certezze propagandate da numerosi studi che millantano di sapere con esattezza cosa accadrà tra cento anni alla Terra.
In molti penseranno che non ci sia nulla di male a spaventare le persone a fin di bene per fargli cambiare abitudini ed atteggiamento, si fa tutto per salvare la Terra. Un comportamento simile, però, quando ha per protagonista la scienza, che dovrebbe essere imparziale, può avere delle ripercussioni profonde. Pensiamo, ad esempio, alle decisioni prese dai Governi sulla base della previsione di periodi di siccità estrema da qui a trent’anni. Si presume che prenderanno dei provvedimenti, investendo milioni di euro per attrezzarsi a far fronte alla carenza di acqua, creando nuove tecnologie per la desalinizzazione et similia.
Il clima, però, non è poi così prevedibile e potrebbe avere in serbo piogge torrenziali laddove ci si stava preparando ad affrontare periodi di aridità estrema. Ecco perché bisogna procedere con cautela, lontano da previsioni che danno per assodato che tempo farà da qui a trenta, quarant’anni. La Terra ha dei meccanismi ancora parzialmente incompresi con cui affronta le torture che le infliggiamo. È viva, non se ne sta lì a subire passivamente. Questo non significa che dobbiamo inquinare e sprecare senza ritegno perché tanto ci pensa il Pianeta a rimettere tutto al suo posto. Significa, piuttosto, che bisogna tenerne conto nella ricerca sul clima.
Un esempio di come la Natura reagisce alla violenza dell’uomo lo abbiamo fatto qualche giorno fa, a proposito del pesce chirurgo che salva la barriera corallina dall’estinzione (in alcune aree, purtroppo non in tutte, ndr). Se l’acidificazione degli oceani e l’aumento delle temperature portano ad una proliferazione di macroalghe che minano gli equilibri dei coralli, l’ecosistema sarà pronto ad accogliere un maggior numero di pesci che si nutrono di quelle alghe.

Tornando alla ricerca sul clima, uno studio sui cambiamenti climatici a brevissimo termine, nell’arco di uno o due giorni, ha attirato la mia attenzione. Niente catastrofi previste da qui al 2050. Si parla di quanto già è avvenuto in questi anni: i passaggi più repentini da un clima secco a precipitazioni violente ed abbondanti nell’arco di 24-48 ore.
I ricercatori di Princeton hanno rilevato una maggiore variabilità delle condizioni meteo dal 1990 ad oggi in un terzo del Pianeta. In sostanza si passa da una giornata radiosa a precipitazioni copiose in un lasso di tempo decisamente più breve rispetto al passato. Una fluttuazione più repentina che ha sicuramente un impatto consistente sugli ecosistemi, sulla produzione di energia solare ed in generale su tutto quello che è legato alla stabilità delle condizioni climatiche e della radiazione solare.
Foto | Flickr; Princeton University
Cambiamenti climatici a brevissimo termine, il sole dopo la tempesta
Inquinamento, una cappa d’ossigeno per vestito: quando l’aria diventa un lusso
L’ aria in città oggi è particolarmente inquinata : che mi metto? Una provocazione sui temi dell’ inquinamento atmosferico e dello smog che si fa stile grazie ad una studentessa della New York University , Hana Marie Newman , ideatrice di un vestito/bolla che ha incorporato un sistema di purificazione dell’ aria . Usciremo allo scoperto, affrontando senza timore il mostro dell’ inquinamento , pur rimanendo rinchiusi nel nostro guscio salubre
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Inquinamento, una cappa d’ossigeno per vestito: quando l’aria diventa un lusso
Fotovoltaico: il sole per sterilizzare gli strumenti medici
Gli studenti della Rice University della facoltà di ingegneria hanno trovato una nuova applicazione per l’energia solare: alimentare un’autoclave che sterilizza gli strumenti medici e contribuisce così a risolvere un problema che può riguardare noi, ma soprattutto i Paesi in via di sviluppo che spesso, quando hanno a disposizione gil strumenti medici, non li possono sterilizzare come dovrebbero. Gli studenti (in foto) hanno utilizzato un Capteur Soleil , un dispositivo creato decine di anni fa dal francese Jean Boubour , inventato per catturare l’energia del sole in luoghi dove l’elettricità, o qualsiasi tipo di combustibile, erano difficili da ottenere. Collegando il macchinario all’autoclave, gli studenti si dicono certi di poter trasformare il dispositivo in un potenziale “salvagente”.
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Fotovoltaico: il sole per sterilizzare gli strumenti medici
Ritardanti di fiamma trovati negli animali, un anticipo di quello che succederà all’uomo?
La preoccupazione che gli agenti inquinanti possano contagiare gli esseri umani ha portato la scienza a bandire diverse sostanze, l’ultima delle quali il BPA. Ma a volte qualcosa sfugge, ed è il caso dei ritardanti di fiamma , trovati nel sangue dei cani , dai ricercatori dell’Indiana University in livelli da cinque a dieci volte superiori a quelli normalmente riscontrati nell’uomo. Come i canarini vengono messi nelle miniere di carbone per rilevare la presenza dei gas prima dell’uomo, potrebbero i cani fare la parte dei canarini per i ritardanti di fiamma polibromurati
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Ritardanti di fiamma trovati negli animali, un anticipo di quello che succederà all’uomo?
Gas scisto, estrazione disperde più gas serra del carbone
Gas scisto , più inquinante del gas tradizionale , del petrolio e persino del nero carbone .
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